Venticinque aprili

Caporetto 1917. sonada quasi ona fantasia.
Delio Tessa

Caporetto 2015

 L’è el dì di Mort, alégherA settanta anni dalla fine della guerra, dal primo di numerosi venticinquaprili mi viene da contare, a me che sono discalculico non specializzato, di contare sulle punte delle dita di cui dispongo, le magnifiche sorti e progressive… shh ecco il din don campanón della festa, richiamo alle svariate messe in su quel ramo del lago di como, santificcccazione dei santi, i loro, niente liberazione dallo stato pontificio ancora, anzi habemus pappam. Il mio calendarietto a sfagli mobili formato 6×9  insiste invece a voler spiegare che si tratta in maiuscolo di Festa della Liberazione. Già, a buoni conti abbiamo una repubblica e una democrazia apparecchiata sul modello di tavola dominante egèmone, formato G8, demofascista, così diversa, così sushi-fusion, dalla cina passando per la russia omofoba alla turchia, a israello il più bello tra i reami bombardieri, su su fino agli stati uniti, se ti accontenti e non blablateri, godi e noi ti garantiamo dicono le leggi ad hoc signo vices, non la sicurezza dal kalìkalàkalashnikòv quella no, ma dai manganelli dalla pulizia monacipale su su fino ai 400 erano giovani e forti della diaz. Tutte itifalliche le forze dell’ordine mondiale, hanno l’erezione in pectore. È il fascismo di oggi, militari impennacchiati con lanciagranate ad armacollo all’ingresso del dommmdemilan, città medaglia d’oro alla resistenza ma non al malaffare; la civiltà ha chiuso gli occhi davanti alla città. Expó il popò, vaselina a gogó. E dai, taci e acconsenti, senti senti che bei sentimenti in un presidente della repubblica, così bisbiglioso da confondersi con un confessionale o forse con una frusciante pagina di giornale repubblic’ano e che dice, egli, essere il malaffare una questione di resistenza, come dire, Dateci a noi dei bassifondi la caccia al bruto che adesca i bambini, die Stadt sucht ein Mörder, la città cerca l’assassino. Ma ci sono voluti 70 anni per sentirci dire che c’è differenza tra chi è morto o anche meno, si è rovinato la vita per far l’italia o si muore, e chi invece l’ha disfatta l’itaglia e glitaliani, reato che è stato prescritto non solo ai repubblichini, più proni che chini, ma di recente alla più grande banda del mondo, la banda en bonnet de bonne nuit pour coucher avec ensuite; girate girate per segrate, roggia e canale n°5, per credere. Stupratori d’anime, una specialità che a ben guardare è lo specifico dello stupro. Ah e abbiamo persino un governo allineato anch’esso alla dima di un sedicente sedicenne con una vasta preparazione in scolastica pubblicitaria, nascosto lui all’ombra del cespuglio di un boschetto con ambizioni forestali, della cui cavità vaginale ei si fa portavoce, Che grandi labbra hai nonna; metterò un cappuccetto rosso. Il 27 gennaio tutti loro signori a rammemorare i morti altrui, morti senza alzare un dito né per difendersi, né prima né dopo, mai un no anzi una gran consenzienzia; so di che parlo, avevo un parente a trieste, tutti internazionali laggiù noi di mare e di terran del carso, che sostituì il fez alla kippàparapà parapà e non si perse un sabato fascista finché, deo non obstante, passò per il cammin di san sabba e andò in fumo. Così  oggi tutti allineati a difendere il dritto e il traverso del più forte. Per chi invece di dita ne ha alzate, con tutte le mani per negar arrosto ai regimi, a quelli no no, retorica garibalda a parte, gnanca un plissè scriverebbe Tessa, poeta milanese, per ironia della sorte, L’è el dì di Mort, alégherCaporetto 1917. Delio Tessa

 

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Io nego prima di annegare

Invito alla lettura di Alberto Biuso http://www.biuso.eu/,in generale e in particolare del post Autoritarismo con tutti i commenti che lo hanno popolato. Tra essi, qui di seguito, l’ultimo mio che brilla per il suo livore nitido e, voglio illudermi, non sgradito a chi pensa senza aver prima consultato il telegiornale.

Alberto caro, nel 1918 ricorderai che Giovanni Papini pubblicò un libello provocatore e pitico, Abbasso la scuola. Libello che posseggo copiato, che sta nascosto, immagino, nelle caves più profonde di qualche rara biblioteca e che invece dovrebbe essere sbandierato oggi, quantomeno per polemica. O tirato nei denti ai riformatori che, con violenta scempiaggine, hanno smantellato quella struttura discriminatoria certo, messa in atto appunto da Gentile e che però promuoveva in qualche modo un certo saper sapere.
Non c’è da rammaricarsi delle rivoltellate che l’uomo fecero sparire; non si trattò di colpirne cultura e intelligenza ma l’abuso di quel sapere e di quell’intelligenza a favore di un potere becero e assassino, il più assassino. Imperdonabile. Papini di suo chiedeva che si eliminassero le scuole non per non sapere ma per saperne di più; seguendo la considerazione inattuale che più valesse il tempo della bottega, della propria coltivazione – soleva dire il musico e intellettuale Gavazzeni -, che quello del banco, rigido, muto e di maestri rigidi e muti, incapaci di parlare all’anima, essendo essi la palese dimostrazione della sua inesistenza quando non la si impianti e allevi, così come il vignaiuolo fa con la barbatella; ah traduttori dei traduttor d’Omero, contro i quali abbiamo, chi più chi meno, sbattuto tutti il muso e di essi patito le vessazioni, i non classificabile al minimo segno di originalità nel parlare di letteratura. Ah il nostro Manzoni era tutto quello che riusciva a dire la professoressa Ferro al Ginnasio-Liceo Berchet, via della Commenda 20122 Malanno, in estasi non meno di Teresa d’Avila per la tanto malintesa faccenda della provvidenza. Ebbene oggi chiudere le scuole, ovvero tenere in conto solo quelle che rivendichino il diritto, se non il dovere, di essere inutili, è mi pare un tema di rilievo. Orizzonte e pena gli ultimi krausiani giorni o gironi dell’umanità. Chiudiamo la Bocconi, smantelliamo le facoltà di scienze – ah ahahhhahh ahh ahha- economiche. Pisciamoci sopra come sui ben penduti amanti di piazza Loreto – 20131,  ma mi ma mi. Mandiamo i docenti di diritto aziendale a ripopolare i campi, come fece, con qualche intuito Mao Tze Tung ( me ne catafotto che sia politically correct scrivere Mao-Zedong). Asseriamo che l’uomo marketing è il nemico dell’uomo, biblica illetterata gramigna tutta credit cards, occhialetti fumé e maglioncini di cachemere. Non si dirà mai abbastanza quanto pederasti mentali come l’homo arcoriensis e la sua orrenda prole siano stregoni di una malvagia temperie, che un serpente dovrebbe sorgere dalle acque per mangiarseli tutti, fronte a una piaggia, un bagnasssiuga denso di troie. Ricordiamo ai giovani di rivendicare il diritto di essere Taugenichts e a godere della loro piccola abilità, del loro Gesang, del loro canto che è Dasein, -Rilke, Sonette an Orpheus-. Dell’uomo artista, quello delle grotte di Altamira, è l’esserci autentico frutto di pazienza e curioso piacere. Negare, un negare nicciano è la sfida in saecula saeculorm, negare, spezzare il concetto di competizione e tutti i loro concetti, le trame o, la lor guerra, ch’anco tardi a venir, non ci sia grave.

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Galileo e l’analfabeta

Eppur si scrive. Se la scrive. Se la scrive addosso.

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– Pillez Brunetière! il a  tout dit!

– Il a dit que la littérature , toute serait dévorée!

– Mais par qui Maître?

-Par les charlatans!

Céline in Rigodon. Folio  pag. 18.

Rigodòn, rigaudòn, ovvero rigodóne, svelta danza provenzale, secolo XVII, dal ritmo binario e peculiare per il suo passo saltellato, ci informa il dizionario. Rigodon è l’ultima delle opere contemporanee di quella personalità fortemente paranoica di céline, stando alla più comune delle interpretazione diagnostiche a lui correlate, così come il contemporaneo esige, essere presenti cioè e indicativi della propria ultimazìa; del 1961 e, per un curioso accidente della biologia, tecnicamente postuma al suo autore vivente, che la firmò al mattino del 1° luglio e morì, o dovremmo dire che ne morì, lo stesso giorno h.18:00; del resto essere postumi di sé è per quasi tutti i letterati, una vocazione; la fama o la fame o l’appetito di fama c’entrano e non c’entrano, un autore contiene qualcosa di ex-temporaneo o anacronistico che gli permette di sussistere e sopravvivere al denominare con cui rivela e svela il cinema intorno e ne squarcia però la tela, insegna fontana, quello dei tagli; là sotto, un muro bigio, spesso nemmeno, talvolta di più. 1961, 2° di luglio muore hemingway,  camus è morto un anno prima; un mese prima invece, nel giugno del 1961, è toccata a carl gustav jung; sartre,  sarà vivo a lungo e beckett e capote; michel foucault e hillmann erano vivi, insieme nella loro nuvola di teste pensanti, per dirne una e via un’altra, e, e, e, macché te lo dico affa’, dicheno a roma. Per evitare malintesi il passo francese qui sopra, poiché c’è da chiedersi chi farfugli ormai il francese, lingua del pensare volteggiante, all’opposto dell’ersatz by ersatz del tedesco, il passo qui sopra viene a dire, Prendete Brunetière!(1849-1906)Ha detto tutto! Ha detto che la letteratura, tutta verrà divorata! Ma da chi maestro? Dai ciarlatani!

… in Scozia i bambini appena nati ricevono un pacco con due libri e una guida che spiega ai genitori quanto è essenziale leggere. In Inghilterra la fondazione Book Trust, tre milioni di sterline di bilancio, regala ai bimbi sotto i quattro anni libri e matite colorate. In Svezia quattro milioni e mezzo di euro vengono destinati alla promozione della lettura. In Italia, pochi finanziamenti e i maestri non vantano certo la fama di essere dei lettori…in a. corlazzoli  il fatto quotidiano 7 settembre 2014

Anche gli dèi che lo consacrarono nonostante il disinteresse che hanno sempre mostrato per le forme umane salvo  giocarci a bocce, anche gli dèi lo hanno abbandonato il bel paese qui con faccino di formaggella e invece analfabeti a iosa, analfabeti che riformano la scuola ed editori specializzati in lettere belle tonde per analfabeti, carcasse toraciche in fuori a succhiare case editrici allo scopo di pubblicare, alimentandone la fortuna e la necessità di valets de pieds, giornalisti, la cui relazione con la letteratura è lo stessa che intercorre tra l’insetto e l’insetticida, o tra il boia e il condannato, nessuna cioè; il secondo evapora il primo torna a casa a trombarsi la moglie propria o impropria.

Sono incerto tra una rabbia sorda, quella per intenderci che ti cova nel cuore l’ovulo dell’omicidio che ognuno produce, chi spesso, chi raro, chi a periodi, e una serena disperperazione, non esistessero nella vita piaceri ad essa antagonisti, il tè forte e caldo, il burro giallo di grasso, le persone che amiamo a dispetto del calendario e della necessità, qualche biscotto, il pane, il vino rosso senza tante cerimonie, una solida coperta di pile contro la cicuta del tempo e la certezza che prima o poi arriverà la notte e sia benigna la vaga dea nel farci capire ogni sera che con gli occhi chiusi sull’ultimo lampo del lume, deporremo sul comodino qualcosa che il mattino dopo non ritroveremo più. Fino al buio totale. Dimettersi. Allontanarsi. Prendere la misura della propria gabbia prospettica. Scrivere.

Un treno al mattino, e in ogni ora, dove nessuno legge il romanzo che lo riguarda benché la di ciascuno assenza ne sia protagonista, un deserto di tartari, quelli laggiù lontani che nessuno fino alla fine del viaggio vedrà mai; tutti analfabeti i tartari, tranne magari gengis khan, partito chissà da oroscopi e finito a oròstrupi. Qui adesso,  il primo gesto dell’alba non è per tutti sellare il proprio cavallo ma attendere il cavallo di ferro delle ferrovie e guardare, con affetto alcuni, il telefono da cui non sanno guardarsi, sfogliarlo come si farebbe con una tenera margherita o infine decifrare i grossi caratteri di un tablet, impugnandola come un volante le scimmie ammaestrate la tavoletta; si direbbe essa abbia subito una castrazione per inverso. Altri, gli afflitti da calculite cerebrale, compitano le pagine del loro giornale, ciascuno il suo corrierino dei piccoli, esercizio quotidiano eseguito allo scopo di trovarsi d’accordo, la consuetudine all’adattamento è ermafrodita. Per i barbari dalla mascella quadrata, le loro tribù sappiamo già che non la rovina le attende, è storia nota ma, per un po’, troppo, più di quanto sia tollerabile, il carro del trionfo, tutta un’impennata di pèni e clitòridi in bando e su un lago di carna e di sanguo, i pali della lettrizità communale. Giovanni testori, ambleto, a memoria, sorry. Fa tenerezza un tale, poco più di un ragazzino o che tale pare, che affermerebbe sussistere il pericolo di una concentrazione di tutto il potere editoriale nelle mani di uno solo. Un sola analessica a distribuire libri di pornografia brossurata. Eccola la furbizia, gran bel sospetto sospettare il potere. L’unigenito partito, democaróntocrazia per volontà e disgrazia della nazione, il ciclopismo statale che avvalla quello della madre di tutte le chiese e cugina di tutte le altre, le trine parche, cloto e lachesi e atropo assoldate come taglia gole, vis necatrix, tutto servito cotidie cum pompa che se magna tutte l’altre. Pompa su/pompa giù/ il mio pompier.

So che ci uccideranno, ci sono più nemici che porte cui metterli, sento già il coltello che bussa alla prima cervicale, l’atlante. Piacevole sarebbe portarsene all’inferno un pochi, ma non ho bombe a mano in tasca, come mio padre lassù sulle montagne in die illa tremenda, per farmi esplodere. Si dia a Cesare quel che è di Cesare, ovvero ventitré ben amministrate pugnalate. In tutta franchezza non so nemmeno più dove si potrebbe scappare. Lontano. Atlantico. Dove dove dove e perché. È tutto un girare il reich sotto le bombe, per tutti…

de ces profondeur pétillantes que plus rien existe… Céline – Rigodon finis.

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2014 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2014 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A San Francisco cable car holds 60 people. This blog was viewed about 3,300 times in 2014. If it were a cable car, it would take about 55 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

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The short Penny Pencil

Dear Pasquale D’Ascola, 

Special thanks for your contribution to our “Call for art to maintain imagined humanity”. We are delighted to inform you that your contribution has been selected with other artists around the world and will be published by Tamer Institute in a book aiming to help Palestinian children maintain an imagined life were they feel safe, the book is called “Little Kiss On The Cheek”…..

Qui sopra un estratto della lettera con cui il Tamer Institute di Gaza mi annuncia quanto chiunque può leggere, avendo voglia di superare la soglia della prima riga. Sempre avendone voglia ecco qui l’incipit della  storia di Penny nell’originale inglese e, a seguire, un remind della stessa storia nella sua versione italiana, Titta Matti, apparsa in questa pagine il 12 agosto 2014.

Hey, I am a thinking device, to writing devoted. My name in short is Penny, but I am not always too short. Family name, Pencils. I am – or shall I say we are – I am very old, so old that no one of us seem to pay attention to it.  I am a clever, friendly but silent companion. No needs of electronics. No needs of other power except your mind…          

Eccoci qui ciao. Vi domanderete chi sono, bene, io sono un aggeggio per pensare ma devota alla scrittura. Mi chiamo Titta, alle corte, ma questo non vuol dire che io sia sempre corta, cognome bizzarro, Matti. Sono, dovrei forse dire siamo, ma insomma sì sono piuttosto vecchia, tanto, ma nessuna di noialtre parenti e affini sembra farci caso. Perché sono sempre di buona compagnia, acuta, soprattuto silenziosa, niente elettronica e niente energia, a parte quella per pensare. So lavorare duro invece, dovunque, in ogni modo, quando si vuole…

http://www.tamerinst.org/

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Edipo re di se stesso, uno scherzo della mitologia.

..words, are full of echoes, of memories, of associations..
 but words do not live in dictionaries, they live in the mind..
All we can say about them, as we peer at them over the edge 
of that deep, dark and only fitfully illuminated cavern in which 
they live – the mind – all we can say about them is that they seem 
to like people to think before they use them, and to feel before 
they use them, but to think and feel not about them, 
but about something different..

Virginia Woolf in Craftmanship – BBC 29 -04- 1937

Matutina cacatio est bona beneducatio; sono le cinque del mattino, la terra arranca ancora incontro al sole, il cielo è com’è, vuoto, con l’espressione stupida di un dio convinto di essere l’unico al mondo o stupìta di un dio tra i tanti e che ponderi, Guarda un po’ quanti siamo qui nell’olimpo e non solo, mormora edìpo il vecchio, che parla spesso da solo, per fare due chiacchiere intelligenti si compiacerebbe di commentare a chi glielo facesse notare, e che ora si alza dalla tazza in cui ha appena deposto una soddisfacente quantità di feci, frena con uno stralcio di carta igienica l’eventualità che all’ano ne sia rimasto attaccato un frìccico e prima di gettare la carta lievemente sporca, osserva il convolvolo scuro, sano, opaco che occupa il fondo della tazza. È una sua abitudine, Matutina cacatio est bona beneducatio, si ripete come spesso i vecchi, soddisfatti della ripetizione, memorando il suo transito nel ruolo di studente di medicina, tanti e tanti e tanti anni fa e i frizzi e i lazzi osceni che distinguevano l’esercizio dello studentato, tra bevute rivoltanti ed ebetudini dietro giocaste vogliose. Per quella nota faccenda si sente da sempre a disagio ma non in colpa; giocasta non l’ha mai raccontata del tutto e mai del tutto giusta, alla fin fine se l’è raccontata, lui non crede di avere violato né lei né alcun limite; impiccarsi è stato l’atto di un cuore impulsivo, ancora adolescente nonostante l’età e senz’altro legato a uno spunto mitico, crede edìpo che gli studi e poi la vicenda di scrutatore d’anime hanno legato per sempre all’esplorazione dei significati dietro l’apparenza dei significanti. Vedovo, edìpo si deve contentare delle sue due cagnoline che dormono di là, antìgone e ismène, poveri cuori trafitti dalla superstizione, comune in tutti i figli, di considerarlo un oracolo e di credersi e rendersi utili a lui, di coccolarlo, di dovergli lustrare gli occhi che esse credono vuoti e ciechi. Ci vede bene invece edìpo, nonostante la fotofobìa che un lontano intervento di laser gli ha procurato e che lenisce indossando lenti molto molto scure; è presbite inoltre, dato comunissimo passata un’età di cui stenta oramai a indovinare di quanto affondano nella terra le sue radici; sul senso di entrambi i difetti, avvertimenti li chiama, edìpo ha indagato e gli pare chiaro ciò che l’oscurità forzata gli indica, quanto il vedere lontano meglio del vicino, vuole dirgli, Non avvicinarti troppo alle cose piccole, guarda periferico, guarda oltre, affinati all’oscurità e proteggi gli occhi con la giusta distanza ottica. Edìpo si lava per bene, a luci spente, si striglia, indifferente al rumore dell’acqua che può o non può raggiungere le stanzette delle piccole custodi della sua tarda castità. Si rade a modìno e, nettato e asciutto come una magra foglia di lattuga, monta sulla bilancia; 66,640 brilla il peso dalla finestrina elettronica. A scendere, annuncerebbe il pilòto di un sommergibile in quei film di guerra e di abissi che gli piacciono tanto. Poi edìpo si veste con la cura appropriata al suo ruolo di escursionista, pantaloni di fustagno antichi, maglie e maglione, fa fresco stamane e il riscaldamento al solito non partirà fino alle sette, ora in cui lui sarà già fuori, di aria pieni i polmoni. Lo cattura una tentazione paterna e si avvicina alle camere delle ragazze; a piedi ben calzati in spessi calzettoni di lana e larghi zoccoli di gomma da ospedale, che usa per tema di scivolare in casa su dell’acqua incauta come in sala operatoria sul sangue, lo colse un tempo la seduzione respinta della chirurgia, socchiude l’uscio prima della stanza di ismène poi di antìgone. Oh come dormono bene i loro occhietti desiderosi di fonti ondulatorie di chiaro per vederci bene nei loro sogni, di cui nulla di solito afferrano, che le tengono attaccate alla litanìa delle interpretazioni sulle quali la loro pochezza giovanile amerebbe costruire cuori e capanne per ricompensarsi dell’affanno che i sogni, capita, portano con sé; Oddio ho sognato una cosa terribile, ha raccontato tempo fa ismène, tra le due la sorellina più convinta da saperla lunga, Un uomo con un gozzo enorme, grigiastro, gonfio e floscio, umidiccio come la testa di un piovra, oh sì, poi diventava la testa di una piovra e si muoveva e mi parlava e non aveva bocca né naso ma enormi occhi, ma non ero capace di sentire le parole. Cagnette come molte persone, donne non di rado, in cerca di un ruolo sotto il quale scodinzolare e più sostanzioso di quello di esseri più o meno umani, più o meno disumani, afflitte dal dubbio di non sembrare abbastanza cagnette e desiderose di un riconoscimento che appagasse la loro naturale isteria; ah no, loro no, loro no non si accontentano di accettare la parte, propria e comune a tutti, di malviventi naturali, di lupi,  di vagabondi, sfaccendati e attaccabrighe, per ricorrere a immagini ottocentesche; nèèè, le piccole donne non crescono mai e vogliono mammare e mammarsi, svolgere, avvolgersi e svolgersi nella loro tela personale di tante piccole penelopi dal cui telaio non smàmmano mai. Cassandra è stata la migliore, pensa edìpo, invece di ma-ma cominciò la sua carriera di bebè incanutito anzitempo, strillando mor-te. Edìpo le riconosce il primato, di poco offuscato dalla trista violenza che le toccò. Amen. Edìpo si prepara la sua colazione, pane, tanto pane e burro e formaggio, biscotti, integrali, fichi secchi, qualche nocella, di fatto qualunque cosa avanzi e che gusta in piedi in cucina bevendoci sopra, per sovralimentàrsi il cuore, un tazzone di caffè nerissimo inasprito da qualche goccia di limone ma appena passato per un enorme percolatòre, caldo da bruciare e oltremisura zuccherato. Il resto nel termos, insieme con un cambio completo di indumenti nello zaino, con tutto il necessario per le sua viandantina su per i monti; ogni volta conta che potrebbe trattarsi dell’ultima. E via, via via, prima che le cagnoline lo sentano e si mettano a uggiolare e, Babbo dove pensi di andare, Babbo le pillole, Le hai di nuovo prese tutte quelle di una settimana insieme, Ma insomma, Lo sai caro che non ci vedi, Oh cielo caro, gli dicono caro come si fa con gli scemi per giustificare a se stesse tanta condiscendenza, Potresti morire per un nonnulla. Ma poi tra loro, lo sa, le ha ascoltate, le ha viste, in ciabattine di velluto e camicia trasparente o quasi, convinte di essere invisibili, ben fatte sotto sotto, appetitose per uno che sappia guardare ma nessuno che si prenda la briga di buttarci un occhio sotto sotto quelle camiciole e che lo liberi dalla loro incombenza, le ha sentite mormorarsi, Che dici ismène/antìgone, Sorella cosa dici, Che dobbiamo prendere una badante, Che saremmo un po’ più libere, Che in fondo miglioreremmo la qualità anche della sua vita, Ma è che costa tanto, Butteremmo via i soldi, In fondo non vivrà ancora a lungo, Ci dobbiamo pensare, Con calma, Dobbiamo parlarne, Più tardi. Auff l’uscio di casa, lo olia sempre per bene tanto che glissa sui cardini uguale a una nave affilata nell’acqua, è fuori edìpo, non dà un giro di chiave casomai a qualcuno/a venisse l’idea di andarsele a chiavare quelle sorelle con la vocazione di figlie. Fuori. Aria. Il babbo cattivo peggio della nonna di cappuccetto rosso se ne va allegro per le stradine del paese dove solo i tipi svegli, anche se ubriachi della notte precedente, sono per strada a chiedere al mondo il silenzio di un cavallo, per batterlo in lungo e in largo il mondo, come gli spetta. Buongiorno dottore, buongiorno tonio. In tasca cerca la forma del telefono portatile che non carica da quando non ricorda ed era già al lumicino, Via via, via, edìpo è già sulla sua stradina sterrata appena fuori casa, su per i gradini di una mulattiera che lo affatica e più su, nell’intrico del bosco che la stagione ha reso chiaro quanto un’anatomia comparata, sul sentiero cosparso di foglie di ineguagliabile autunnale bellezza e che bordeggia il piccolo abisso arterioso di un torrente gentile ma non meno pericoloso. Casco giù di qui e mi spezzo qualcosa, pensa edìpo, basta un braccio, ferirsi, ma ci si può  rimettere la schiena su uno di questi tronchi, resterei appeso tra i rami a patire chissà per quanto prima di morire, magari a sentire il cloc cloc del mio sangue che se ne va giù in fondo nel torrente, già, ma non sentirei il cloc cloc, il torrente se lo mangia un cloc cloc sanguigno in un a-men-che-non-si-dica. E sale edìpo re e sale, e più che salire pensa di essere in punto di addentrarsi nel geroglifico del sentiero, in un labirinto che quello stolido di un tesèo, lui sì cieco a non vedere i segnali che il labirinto offrirebbe, avrebbe avuto bisogno di inseguirli lungo un filo, un pelino di fichétta un filìno di pelata, al menotauro che ficàta, gliel’ho proprio soffiata, esclama edìpo nel compìto disinteresse della natura per gli ottonari. Tace e, ancora non sa dire perché o non sarebbe un’intuizione, e intuisce che sta entrando sempre più in sé fino ad allargarsi fuori di sé, dove è la solitudine a svelarsi, ninfa o dèa non saprebbe decidersi, ma necessaria, indispensabile anche a far partecipi altri, a spiegarsi che eliminarla è nonsense perché noi riusciamo a vivere proprio perché siamo soli, staccati, distaccati, separati dagli altri e, nello stesso tempo, è grazie a questa solitudine che dopo un po’ di tempo, cammina e cammina, ci può sembrare che il resto intorno a noi, piante e acque, e foglie secche, animali di ogni sorta, salamandre dalle belle chiazze gialle, persino gli umili serpenti che nell’autunno avanzato del mondo dormono, e persino le persone cui diremmo buongiorno tutto, o quasi,  respiri con noi. Senza fiato, alle sue parole scagliate tra un tronco spoglio e un’ultima foglia che resiste da un ramo al proprio martirio, edìpo aggiunge un, Punto. Siede stanco su un sasso. Si guarda intorno, la temperatura è scesa e nell’aria si sente un profumo di tempo che cambia, buon odore di vento, delle nuvole che ora oscurano, ora scoprono il sole, scendono a fare cucù.

Edìpo è arrivato là dove la gola stretta che ha risalito scollìna ma su una cresta, una bocchetta stretta dove il passo continua per un precipizio giù per il quale il sentiero si cela e si svela su una cengia stretta, dove mai vada non si sa ma scende, per incerti gradini, aggira massi garantiti cent’anni dalla gravità, giù giù dentro un dirupo in fondo al quale un laghetto è toccato in quell’ora dalla volubilità della luce che vi si riflette. Forse riflettendo riflettendo, pensa di nuovo ad alta voce edìpo, ho perso il sentiero principale e ho preso per questo, forse un tracciato antico, una deviazione, una scorciatoia di pastori, di capre più che di pastori, le capre hanno occhi verticali, o forse…Bon, si dice, questo passaggio me lo voglio proprio godere. Caccia il telefono di tasca e schiaccia il tasto per chiamare casa, c’è campo anche lassù al giorno d’oggi, sente il segnale di centrale, schiaccia il tasto vivavoce e infatti si fa viva la voce di antìgone, Papà. Oh c’è una gran ansia laggiù in sole due sillabe. Lui non risponde e con cura inusuale cerca accanto a sé sul sasso il posto più sicuro per posarvi il telefono perché, perché lì resti; si leva, si aggiusta la cinta dei calzoni che gli ciondolano un pochino di più oggi, Olimpo arrivo, mormora e si rimette in marcia. Papà pa, continuerà a strillare il telefono fino ad esaurire la sua residua carica, pà.

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Una questione di precedenze

Se passi il tempo a giudicare gli altri non troverai il tempo per amarli…Più sotto la stessa mano o un’altra meno apodittica ha poscritto… se conterai le stelle in cielo un giorno capirai la grandezza del mio amore per te. Stoltizie. Nel leggerle, in lettere bianche capitali che qualcuno ha creduto indispensabile pittare sul grigio di un muro intonso dirimpetto alla palazzina art nouveau della v* & associati, a capo, consulenze, trattino, patrocini, l’anziano meccanico d* ha quasi gridato. Una giovane donna con bambino in collo si è voltata sorpresa, chissà divertita, dalla colorita acredine del disappunto cui l’uomo ha sciolto il lazo, nel modo che qualifica la maggior parte dei deboli d’udito; sordi e poco men che sordi il cui parlare da soli diventa esternazione pubblica. L’anziano meccanico d* è o si potrebbe definire un malmostóso, vittima o artefice non sappiamo, di una sorta di scollamento di sé dai fatti della propria esistenza, un’irredimibile avversione che è difficile interpretare diversamente da uno stare di qua dai fatti stessi e non proprio sul bordo, un poco discosto, così come non si può stare che su questa o quella costa di un fiume benché non proprio sulla riva, a meno che del fiume non ci si trovi nel mezzo e lo si preferisca; in quest’ultimo caso o ne navigheremmo la corrente o staremmo per esserne travolti, punto di vista del tutto nuovo in ogni modo. Dato che le storie non sono fatte però di perché ma di percome, unico fulcro di consolazione ed equilibrio per l’anziano meccanico d* è l’officina, il suo lavoro cieco e appassionato a dispetto o magari proprio a motivo del quale, soldi, nel modo comune di intendere, egli non ha mai fatti e, come racconterebbe lui stesso che pensa in pollici, egli ha superato ormai i quattro quinti della sua vita, sulla cui mappa, tra il voi siete qui e il qui non ci sarete più, sorgono i segnali di ancora mille ostacoli e affanni corrosivi; così che le stoltizie ecclesiali, ecumenico-combinatorie, o romantico-testosteroniche appese ai muri da bardi senza vergogna, possono rovinare l’umore di un’intera giornata o, peggio,  incidere un altro tratto negativo sull’efficace caricatura di sé medesimi che uomini e cani diventano tutti, appresso i loro quattro quinti, o appena al di qua di questi ultimi. Dunque, quando poco dopo la lettura murale, il dottore commercialista v* , voce dal sen fuggita dall’interno della sua bella pochette cilestrina nel taschino di una giacchetta da canarino ma di gran prezzo, gli ha spiegato una di quelle spiegazioni che piegano la realtà a farsi fantasia di chi se ne pretende interprete e mediatore, gli ha spiegato cioè che a conti tutti fatti la sua pensione ammonterebbe a euri -sic- 693 mensili e per quel che sono le tasse di quest’anno…l’anziano meccanico d* non ha sentito oltre e però si è sentito vacillare sulla ben costrutta sedia dello studio v* & associati, non associati purtroppo alle patrie galere, pensa da sempre di tipi come il commercialista v* l’anziano meccanico d*, e ha detto in sordina, una sordina da sordo, che lui se ne aspettava almeno mille, con tanto di oneri e contributi che ha pagato per i quattro quinti della sua vita. L’anziano meccanico d* che pensa in pollici, sempre in sordina ha aggiunto, 693 bastano mica per vivere, e ha concluso, Mangiapane a tradimento, con un singhiozzo o un ruttino tali da mascherare il motto al commercialista v* che non ha avuto modo così di intascarlo come benservito. L’anziano meccanico d* si è alzato quindi dalla ben costrutta sedia con in petto la stessa acredine di prima nel leggere sul muro le stoltissime scritte, e se n’è andato dall’ufficio, lasciando di stucco il dottor v* che su una questione come l’educazione del buongiorno e grazie e tante cose dottore è poco disposto a transigere, ma il meccanico anziano d* non gli ha lasciato il tempo né per sì né per non transigere. La fattura per consulenza arriverà lo stesso, educata e cordialmente vivissima, salvo buon fine. Oh là là la bontà delle buone forme.

L’anziano meccanico d* vive in un ampia valle fruttifera, non in tutta la valle è ovvio ma solo in un paesino della detta, dove conduce da anni una piccola officina di riparazioni, motociclette soprattuto e auto ma con lo spinterogeno, preferisce gli spinterogeni; significa che non ha mai voluto accettare il dominio dell’elettronica e sa bene che un motore con braccetti e valvole, e olii e tubi e fascette e guarnizioni, se non gira è perché un qualche cosa si è inceppato, consumato, rotto, non perché gli è bruciata la scheda elettronica del piffero di un piffero, egli ama imprecare con dolcezza allusiva alla forma di un piffero, alias flauto dritto, e all’ingombro del suo possessore, alias bagonghi o piccolo inutile. I più informati del paese gli hanno decantato automobili dotate di telecamera nascosta nel didietro. Bravi, mettétevela nel didietro, ha commentato d*, Al tempo dei velieri un capitano attraccava in banchina un tre alberi con due manovre, ecco come si parcheggia, due manovre, telecamera bah, per sentarmi giù mi sento e basta, sempre saputo dove sono le sedie il mio didietro. Possiede l’anziano meccanico un’automobile che va e va e va, a dispetto dei suoi più di vent’anni di attività e che egli mantiene con la stessa abnegazione con cui l’auto continua a servirlo, sostituendo e riparando, soprattuto riparando, i pezzi che via via si rompono. Ma poca roba, è una auto mulo, pervicace, teutoburgica. Nel suo borgo, che negli edifici e della planimetria antica ha conservato le forme graziose e accudenti e i materiali arcaici ma solidi di costruzione, il meccanico possiede pure una casa di pietra che ha pagato in anni e anni di mutuo e messo a posto da sé e con l’aiuto di qualche compaesano. Possiede ovvero è posseduto anche da alcune migliaia di euro di debiti, contratti per necessità, imperizia, ma talvolta soltanto per l’ansia che tutti attanaglia, anche i più meccanici tra gli umani. Vive egli da solo da che la moglie un bel giorno è uscita di sé e, le grandi forbici del suo mestiere di sarta brandite da una gelosia assassina, lo ha inseguito giù per le scale di casa, fuori per strada fino al parcheggio del piccolo supermercato a forma di bàita, fin dentro il supermercato a forma di bàita, dove infine si misero in tre o quattro a disarmarla; in sé non è poi rientrata la donna e ora vive in una comunità per psichici che lei considera la sua casa e dalla quale non vuole staccarsi; l’anziano meccanico d* le fa visita ogni volta con un mazzo di fiori benché ne ridano poi insieme dato che i prati della valle, i greti dei torrenti sono zeppi di fiori colorati e comuni che nessuna tutela vieta di cogliere a voler guardare, e ogni volta lui cercherebbe qualcosa ma che cosa da portarle a parte le robette che lei talvolta richiede, cose quest’ultime, per le quali lui è costretto a spiegarsi con la merciaia del paese ché nell’acquisto è impacciato e, specie per le mutande e le calze, si vergogna; se ci ripensa, si dice che sarebbe stato meglio se lei avesse avuto davvero il motivo per essere gelosa, ché adesso almeno, lui potrebbe consolarsi un poco con quell’altra che non c’era, non c’è mai stata e oramai…in definitiva a causa di un fantasma, la degenza, nonostante le volatili previdenze sociali, costa lo stesso qualcosa. Dai figli qualche contributo in denaro, sì, ma né l’uno né l’altro hanno a che fare con l’officina, vivono lontani dalle montagne, dal paesello natio e ci arrivano solo una volta ogni tante; dei due la femmina fa un mestiere bizzarro, la pianista, ossia insegna lo strumento, pare sia brava, che suoni in giro, hmm quando le capita; l’anziano meccanico d* un paio di volte l’ha osservata suonare più che ascoltata e, cacciato dalle orecchie l’insopportabile brlobrlu brlobrlu brlobrlu brlum brlum brlum dei tasti, lui è stato catturato dalla meccanica delle dita di lei, Ha un motore nel suo cervello mia figlia, ha dovuto concludere; il maschio vive all’estero e il suo mestiere trova la propria definizione in un incomprensibile dialetto anglo ma che cosa vuol dire in realtà amen. L’anziano meccanico d* ama i monti, dentro e fuori i sentieri in cerca di insalate, matte sì, frutti e poi funghi, solo quelli che conosce però, non l’amanita muscaria per esempio, bella da vedere certo ma di cui sa che dà alla testa e all’intestino e si diventa pazzi. D* ama pure le albe e i tramonti, i cieli coperti, la variazione della luce al cambio di stagione, cose così dai piccoli e custoditi confini e di cui ha una vasta esperienza; detesta stirarsi la propria roba che ormai indossa dopo averla soltanto piegata, non importa se al peggio o al meglio ma con cura, e infine gli piace guidare su e giù per le strade dei già citati monti. Su una cosa anche lui non è disposto a transigere, sul colpo di clacson in curva o agli sbocchi e agli imbocchi dei tunnel, specie sulle strade scalcinate, e sulla precedenza all’auto che sale quando incontra una che scende. Tutte cose che lui ha imparate bene, che sono uno stile e non soltanto di guida, che sa dacché ha la patente, non una qualsiasi, ma alcune, tutte, per trattori, macchine agricole e operatrici e soprattuto per camion, belli grassi, da 4 e più tonnellate. Dunque per l’anziano meccanico d* non c’è perdono per quelli che non suonano e non stringono bene a destra i bordi delle carreggiate, che non stanno nella loro insomma, che frenano in discesa invece di tenersi su una marcia bassa; Si scende come si sale, grida ogni volta che vede accendersi le luci dei freni di chi lo precede. Non sono tollerabili dunque coloro che non rallentano e passano per primi anche se scendono e soprattutto quanti e sono tanti ormai, che pur concessi di precedenza non fanno quel piccolo cenno di gratitudine della mano aperta, senza lasciare il volante, gesto che distingue per davvero il pilota da uno che ha preso la patente sì, ma niente di più, che non ha il senso della strada, così lui dice, del rischio che vi si corre, del pericolo che condurre un’ auto costituisce, degli imprevisti mortali, gli verrebbe da aggiungere dell’ònere oltre che dell’onore di chi guida. In questo non differisce molto dalla maggioranza degli anziani del villaggio, specie quando sono in compagnia tra loro all’osteria bar del cantone e tendono a lamentarsi, una scopa, una birra, un rosso locale dopo l’altro, morsi alle caviglie dal sospetto, negato, dell’inattualità che li rincorre e continuerà così fino alla morte. Rimosso il computo delle tasse annuali, concentrato sull’ammontare della propria pensione e calcolato con molta facilità quello che gli resterebbe per vivere sottratti ogni mese gli importi per debiti da rendere, l’anziano meccanico d* vagheggia che altre vie non esistano per campare se non espatriare, clandestini, scomparire sì ma come e dove, a far che, alla sua età; o continuare a lavorare in un’officina che non gli rende poco ma poi non molto, che gli stordirà ancora l’anima a pagare imposte, more e arretrati e che gli affatica le mani piegate da anni di sforzi per piegare raschiaolio e scappamenti al proprio disegno; poi, dovrebbe comprare il marchingegno per la diagnosi elettronica, se ne rende conto, ma un altro debito uffa no.

È sabato, brilla la luce in declino dell’autunno stagione che quassù arriva prima che altrove e così decide di fare un giro l’anziano mecccanico d*, per distrarsi e distraendosi lasciarsi pensare. Mette in moto e comincia a salire per la strada che porta alla località di m* in un vallone laterale e angusto a 18 chilometri di distanza, niente di più, mezz’ora, no forse quarantacinque minuti di strada bellissima, tutta in terza. Poi sa che farà una gran passeggiata in una foresta lassù che gli piace dove la strada finisce, una foresta di grandi alberi e niente di umano intorno tranne un piccolo stabilimento termale che ha conservato qualcosa di imperiale e regio nel suo portamento. Ad ogni curva d* si segnala con discrezione, e ad ognuna delle tre gallerie, appena le imbocca, rallenta come pochi per abituarsi al buio, knut, knut fa il clacson schioccando il suo verso secco. Scendono non tanti da su, e dietro di lui si è formata una piccola colonna di auto di gitanti, di altri commercialisti, di cittadini che arrivano da lontano, dalle pianure e salgono alle montagne ignari del buon gusto, delle patenti che l’anziano meccanico d* ha conquistato portando, in gioventù, i camion a tre assi con ruote gemellate, bellissimi e gravi, gli pare di vederli ancora su per le rampe dei cantieri, delle cave, dei lavori, carico e scarico, un borro a valle, le ruote a momenti fuori dal ciglio, a monte una muraglia di granito. L’anziano meccanico d* si irrita subito al primo vetturale che lo costringe ad accostare fino a fermarsi in salita, ah maledetto, per lasciargli il transito al suo di quel piffero enorme furgone famiglitare, carico di canoe e di bambini e dell’indifferenza alla cavalleria automobilistica. L’anziano meccanico d*, oggi che è nervoso, ma più che nervoso abbacchiato e deluso, oggi sogna stragi di ignoranti maleducati, o se non stragi, campi di lavoro,  officine coatte; sogna uno stato di perfezione alpina, piccolo, piccolo, che si potrebbe stabilire in questa valle a ben vedere, retto da lui soltanto e dove saper guidare in salita e discesa e con la neve e con il ghiaccio e non usare i freni e risparmiare la frizione e scalare le marce con la più nota delle manovre da veri autisti, la doppietta, sarebbe un obbligo costituzionale, un tema scolastico, una disciplina monastica.

Sogna per poco tuttavia, solo fino all’istante in cui si vede di fronte un motociclone che svolta giù da un tornante e prtum tum tum tum gli verrà addosso perché l’uomo che lo guida pare piuttosto sia guidato dalla propria immagine tanto pare osservarla nello specchietto retrovisore, invece della strada e vai a capire il perché, nemmeno lo specchio gli rimandasse il riflesso delle sue brame di dominante virilità, sì ché  allarga la curva all’interno ed è fuori dalla mezzeria il centauro e andrebbe a schiantarsi contro la ventennale carrozzeria dell’auto del meccanico anziano d*, eventualità della quale egli afferra in un attimo la certezza. Sterza allora, tutto alla sua destra, troppo, e la violenza della manovra lo manda prima a battere contro la roccia in cui è stata scavata la strada, quindi a rimbalzare da qui all’altra metà della carreggiata. Evita è vero, e per un soffio, il motociclista che già gli grida però, Vecchio coglione, voltandosi al meccanico anziano d* dell’anzianità dei cui coglioni non può sapere niente ma che per protervia immagina e disprezza, come se i suoi propri personali pendagli da riproduzione fossero l’eterno mascolino, custoditi come li custodisce lì sotto tra il cavallo suoi jinz e la sella del motore, lì a vibrare di tutte le vibrazioni del quattro tempi, prtum tumtum tum. Intanto l’anziano meccanico d* carambola verso il ciglio esterno dell’esigua carreggiata, un ciglio senza protezioni, se si escludono obsoleti paracarro di pietra uno dei quali cede alla deriva della ventennale auto, che prima mette il naso poi tutto il resto di fuori, nel vuoto di una ventina di metri che la separa dall’allegria salterìna dell’ameno torrente che prende o dà il nome alla valle, infrattato in quel suo tratto, in uno strettone acuto. L’auto vola in picchiata, batte e si schianta di sotto. Non prende fuoco come si vede nei film, si accartoccia nell’acqua che la investe e, con il suo pilota, il multi-patentato meccanico anziano d*, il motore si spegne e muore.

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L’inesitàta

La signora  C*, che indossa occhiali chiassosi e senza deroga, senza deroga alcuna, dalle lenti marroni degradé, tutte le mattine da tre mesi alle nove si presenta all’ufficio giacenze delle poste repubblicane che giace, come le lettere che ivi si custodiscono per 6o giorni, in una strada dimessa e sbieca. Con l’espressione dell’ariete al portone del castello, da tre mesi la signora C* posa sul banco di detto ufficio la stessa busta di plastica trasparente in cui esibisce la copia fotostatica della propria carta di identità e, senza por tempo in mezzo, con la voce che le si fa via via maiuscola, reclama la sua raccomandata; quella che non si trova, l’inesitàta, recita il regolamento postale della missiva non giunta al destinatario. Da tre mesi, da dietro il bancone, lo stesso impiegato assicura alla signora C* dalle lenti marroni degradé, che di ogni lettera raccomandata che il postino non sia stato in grado di consegnare, egli lascia un avviso di giacenza, ossia un cartoncino bianco in cui egli deve trascrivere il numero, il codice della spedizione, sottolinea l’impiegato al banco con il tono che spiega ogni volta  come fosse la prima; in assenza di quel numero una raccomandata è, di fatto, introvabile a meno che, A meno che lei gliel’ho già detto  non telefoni al numero verde. Ma la signora C* non ha telefonato e non telefona al numero verde perché, interroga retorica, monotona e secca, Le ho detto o non le ho detto io che il fisso io non ce l’ho e non lo voglio. Su questo particolare, da tre mesi, l’impiegato fa del suo dire una variabile sempre più concreta della perplessità e con trimestrale pazienza ma senza successi, cerca di portare la questione nei limiti del, Sì ma veda, se non c’è numero non c’è lettera. La signora C* però da tre mesi protesta che lei lo sa per certo, la raccomandata, Quante storie, mica son matta, partita è partita, non mi son mossa di casa in luglio. E senza vi sia un perché di tanta precisione e sicurezza, insiste decisa e deraglia  che il postino non le ha mai suonato, Né una né due e nemmeno tre volte. Qui, sia inteso senza equivocare, a l’immagine del postino che pigia il suo bottone, si sovrappone d’un tratto nella mente della signora C*, ma nessuno nell’ufficio è in grado di intravederla, quella di una coppia abbracciata nella placida mestizia del sonno, un viluppo di braccia, di gambe e di lenzuola dopo l’amore, ovvero dopo il sesso, come nei film si traduce dall’inglese l’acconto e il resto del significante nulla, adombrato dell’ideale, della dicerìa, della recita, dell’ineluttabile di cui la pulsione funzionale alla specie rappresenta tutto il significato. O viceversa. Con uno sprimacciarsi dei suoi neuroni la signora C* si sveglia bella-mente persino dall’eventualità di distinguo così arditi che al suo pensiero si presenterebbero ma soltanto in abiti capziosi; del resto, da quel che raccontiamo di lei, occhi bassi da scolara interrogata e proterva nel giurare di avere studiato ma di essere nervosa, proprio il distinguere parrebbe il problema della signora C*, tanto insiste a ripetere quanto le paia incongruo che una lettera si faccia numero: un bisticcio transustanziale…l’osservazione finale è di chi narra… mentre lei da tre mesi, E dai ma perché mi chiede il numero, taglia corto ingrandendo di nuovo la voce per battere quella dell’impiegato, Lei mi perde il mio tempo e io non so di numeri ma di lettere e se il portalettere doveva scrivermi una lettera e non mi ha portato il numero io che ne so. Questa battuta, che è un lapsus alle orecchie dell’impiegato, è l’ultima oggi di una non piccola serie; prima di oggi per qualche tempo, all’ufficio giacenze delle poste repubblicane l’impiegato, che pure si diletta di poesia e pubblica anche, qualcosa, in un foglio locale, versi burleschi firmati epi gràm mius ma di non disdicevole fattura e meno ancora disdicevole contenuto, e che dunque non è ostile o sordo all’altrui estro birichino, per qualche tempo ha dubitato che quelli della signora fossero allegri giochi per far colpo sul proprio amor proprio, o su di lui in persona, chissà; dall’ultimo, da quell’insospettabile lapsus, egli ha capito che la signora C* non scherza, non ha mai scherzato, anzi egli rammenta di avere osservato che da tre mesi la signora C* non reagisce ai blandi, modesti, rispettosi tentativi che l’impiegato mette in atto per buttare la questione nel ridere; niente da fare; è evidente che la signora C* è priva della logica che permette di beffarsi dei fatti quando montano in passerella con il loro più ridicolo doppio. Quel nodo numero-lettera è da tre mesi l’ostacolo privato della signora che spedisce l’immaginazione dell’impiegato epigrammius alla mattutina agonia delle falene, allo schiantarsi delle vespe d’autunno contro vetri che le povere scambiano per cieli aperti. Gli viene in mente infine e tenta di mormorarlo in versi, Com’umano che quotidiano/legge e rilegge il suo gazzettino/dell’ordinario; dal suo puntiglio/… la rima in igliopuntiglio gli ostacola il pensiero di quell’umano che legge il suo quotidiano e si ostina nel voler sapere ciò che desidera gli venga detto, accenna tra sé l’impiegato epigrammius e ratto ad alta voce conclude.. dal suo puntiglio/del noto non del ver, fatto coniglio… hmmm, hmm, hm. Già. Altro non può, l’umano in oggetto. Crede dunque bene l’impiegato di aver inteso che la signora C* non può del suo fare, fare a meno. La signora C* ritira dal bancone la sua busta di plastica con la sua carta d’identità ed esce dall’ufficio, via per la pesante porta tagliafuoco. Sklank. Inesitàta.

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Il pollice opponibile

Oh cielo, non poca fantasia fu messa in gioco nel dare il nome di ulisse all’unico battello in acqua quest’oggi e in quest’ora che volge al disio di pasticcerie asciutte dalle belle vetrine e di tè e caffè caldi, profumati magari di whisky, di rhum bruno, di calvados, lussi che al desiderio conferiscono un’idea di solidità, di riparo, di casa, di fuochi amici, in cambio di una semplice quanto proficua, per l’oste, maggiorazione del conto. Da terra, l’ulisse pare un balocco nuovo che un bimbo viziato costringa a debuttare in un’impropria partita; il motore ringhia contro le onde che gli corrono incontro di prua, una cresta, un ventre, un’altra cresta e un’altra e un’altra, spinte dal vento che cala da nord, giù scatenato per i corridoi delle sue valli, giù sul grande lago sepolto da una marea di pioggia rovescia. Dall’ulisse, l’alterno disegno delle rive si riconosce per l’abitudine a saperlo com’è, là dov’è; è l’assenza che ne dimostra o lascia indovinare la discontinua presenza. Il radar piroetta sul tettuccio del ponte di comando, come uno che riceva negli occhi una secchiata fredda in una giornata fredda, si rigiri, se ne sgrondi, e così di seguito, irriducibile e tenace incontro all’ira di qualche impunito zeus. Dal castello di prua, un passeggero intravedrebbe due uomini in plancia; potrebbero essere quello che sono, capitani coraggiosi oppure ombre, più scure di uno sfondo opaco. Ma i pochi turisti sono scesi impauriti all’ultimo approdo e nessuno si è imbarcato; i fanali di via già accesi, l’ulisse viaggia da solo. Su tutte le punte delle montagne intorno, saettano tra le le nuvole i fulmini, uno, due, tre si scaricano in acqua; l’ulisse s’impenna accecato, tentenna sul picco di un’onda, affonda nel ventre, si riprende; naviga, il piccolo naviglio. E fino a qui nulla, non abbiamo combinato altro che una discreto quadretto alla segantini, senza vacche, ghiacciai e soli spenti, un segantini minore, bello non tanto per un museo quanto per il salotto appassito di uno zitello benestante che, seduto al proprio pianoforte d’onesto mogano, suoni ispirato, guardandolo appeso sulla parete di fronte. Spostiamo l’attenzione lassù.

Dove da qualche parte piove un’acqua ghiaccia e un viandante prudente è già al limite della resistenza dei suoi panni impermeabili, usati usati ma allenati quanto lo è l’uomo che, però, da tre ore sta pian piano scendendo da un valico altissimo e ha freddo ed è anche stanco, benché d’abitudine pensi sia un ricco ma utile regalo, alla sua età, potersi aggirare per i monti per il mero gusto di farlo, piova o sventoli, su e giù per i bricchi tra gole ardite e torrenti, pareti verticali ed eventuali doline, tra i resti dell’inverno passato e, alle quote maggiori, lontano, ai confini da cui egli proviene, poter attraversare ancora persistenti nevai e lambire vedrette, non gravato da gerle o valigie, non costretto alla fuga da impudenti governi, non schiavo di una necessità qualsiasi o di altri affari, anche di vita e di morte. La pioggia si è mutata di colpo in una grandine che crepita adesso sulla lamiera ondulata della tettoia che ripara il motore e il cassone di carico di una teleferica sotto la quale il viandante, il viaggiatore, l’escursionista solitario, farla breve l’uomo, si è rifugiato con sollievo e di corsa, a riflettere sul da farsi; leva da una tasca della giacca la sua mappa, la apre, si rappresenta la via ancora da percorrere, traducendo in immagini i trattini rossi che zigzagano a picco sulle linee altimetriche o le costeggiano a dritto, poi controlla l’orologio, calcola il dislivello da coprire e il tempo che occorrerebbe e infine valuta la piccola baita là vicina, così arroccata da sembrare sbilenca; l’uscio, chiavardato chissà, un finestrino per lato, è in cima a una corta rampa di gradini; sul muro intonacato un dipinto primitivo, con santi, aureole e facce beanti; sotto, in corsivo, la scritta per grazia ricevuta. Proseguire sarebbe inutile e più che altro pericoloso; per averlo passato al rovescio tempo addietro, ricorda che da lì in giù, tagliato com’è nel fianco di una forra gotica dieci volte più alta della più alta e aguzza cattedrale, il sentiero a scendere è esposto, lastricato di ciottoli, di sfasciume, di sicuro scivoloso con l’acqua, a tratti scalettato, per agevolare sì, ma non per rendere sicuro il passo vertiginoso; qua e là, catene inchiodate a proteggere passaggi che sembrano sospesi ma, è vero anche questo, appena più in basso comincia una foresta aspra e verticale; dovesse inciampare e precipitare, rovinerebbe tra piante acuminate, in generale poco accomodanti con certe pretese umane di arrivare e arrivare e arrivare, du weißt wohin, è la conclusione tre sé e sé dell’uomo che all’occasione pensa anche in tedesco, tu sai per dove. Ricordi e pensieri. L’uomo che di nuovo si è asciugato le lenti da miope, scappa deciso da sotto la tettoia di zinco, salta lesto su per i gradini di pietra, tenta la porta della baita, per azzardo non per fede la spinge, prova, riprova e ancora ci prova, il battente rinuncia alla propria ritrosia. L’uomo lo ha appena richiuso alla proprie spalle, che subito un abbaglio, la luce di una folgore trapassa le due finestrelle di vedetta ai lati dell’uscio, un boato, uno schianto; nell’istante della scarica verticale sul parafulmini rizzato accanto alla teleferica, l’uomo si convince che ha tremato la pietra del tetto, dei muri e che lo schianto sia stato della tettoia di zinco là fuori; allunga lo sguardo oltre una delle finestrine, guarda bene fuori ma no, la tettoia no, è ancora lì al suo posto colpita da diecimila pallottole di ghiaccio. C’è un tavolo nell’unica stanza, due sedie, un piccolissimo camino con un resto di cenere; nessun ciocco avanzato, niente fiammiferi. Sul tavolo un lume a gas, l’uomo lo agita, quasi nuovo, la bombola non è piena e nemmeno vuota; non sa se osare accenderla, non saprebbe come ripagare l’inconsapevole ospite del consumo benché, presto fatto, riflette, basterebbe lasciare sotto il lume un biglietto e un po’ di denaro; ha sempre con sé un lapis e un quadernino, aspettare però, forse il lume gli servirebbe più tardi. Si libera dalla zaino e si cava allora la giacca a vento, estrae dal sacco un cambio di roba più calda e la indossa, ma vorrebbe persino i pantaloni più pesanti. Si slaccia e leva le scarpe da roccia, si sfila i calzettoni sudati fradici, li annusa, è una sua mania, teme sempre che puzzino troppo ma no, sanno ancora di detersivo, e ne infila un paio di scorta, più spessi ed asciutti. Si dà da fare ancora e dal suo corredino per ogni evenienza prende il fornello a spirito, una gamella di alluminio, un pentolino, un pacchetto di fiammiferi di legno, alcune bustine di tè e un barattolino di caffè solubile, una razione di cioccolata nera con nocciole, qualche zolletta di zucchero, un quarto di pane di segale, una scatola circolare di formaggini, tutto ben chiuso in un sacchetto di plastica. Da una tasca laterale della giacca, toglie una fiaschetta piatta di alluminio e piena di brandy a buon mercato ma non meno alcool di altri delle stessa famiglia; dentro una tasca dello zaino, in una borraccia che ha rifornito ore fa da un gorgoglio sotto la neve, troppo in quota per essere contaminato dalle vacche, l’acqua. Una fortuna non aver avuto sete.

Che ti aspetti sedia, chi ti accende camino, è la domanda scherzosa e ad alta voce dell’uomo, che da sé stesso si dice mendìco benché per il mondo sia mèdico dei bimbi malati di mente, e d’un tratto gli viene la fantasia che un baratto, secoli fa, un compromesso sia stato attuato ma non consumato anzi via via nel tempo rafforzato, tra costruzione e immaginazione, tra evidenze e superstizione; Ma no, si dice stizzito, Non sono queste le parole, la questione è… Niente, la questione non è né chiara né scura, è in formazione e termini che si allèino alla sua sensazione non gli vengono in soccorso, vorrebbe cercarne di più attinenti ma niente, arriveranno chissà, Più tardi magari grillo parlante, parla a sé stesso. L’uomo sì, s’è capito, ha più che un’attitudine riflessiva e un vezzo o vizio che egli si è diagnosticato per autolalìa, farla breve si parla da solo, e tutto quel camminare su e giù per i monti forse fa parte di un suo metodo di meditazione che, in più, gli consente di non essere colto a dirsi e sdarsi in ragionamenti. Accertato però che nessun grillo, né strega, né soldato di stagno giacciono là sul fondo del camino e che nessuna voce geme dal legno delle sedie o del tavolo, del mirto o del cavolo, oh cavolo, conclude il medico mendìco, La paura prenderebbe, prende già, la cupa faccia di un televisore. Questo appunto e la certezza del buio che calerà più tardi ma prima di quanto ci si possa aspettare in questa scorcio d’estate; e l’improvviso sentirsi esposto, senza viveri a parte il poco d’acqua, un litro esatto, i formaggini, 12 spicchi da 14, 6 periodico grammi ciascuno, il tè in bustine che cuocerà a  momenti sotto quel tetto di ospitale povertà, lo spingono all’angolo di un sentimento, di solitudine, senza confini precisi, ineluttabile, va bene è così, ma… appagata; oh, questo aggettivo lo coglie impreparato ad accoglierlo e pure… si sorprende a ritrovare la traccia di persone amiche o tali dette, maschi e femmine, che lo avevano pian piano rimosso dal loro catalogo, o che lui stesso aveva rimosso, dal suo non picciol libro, e che pure ricorda. La solitudine non è quella però, non quella dell’ombra che difende, ma dell’ombra maiuscola, che prima ti affianca e come adesso la distingui da te, poi piano piano con te si  allinea poi si confonde, coincide alla fine; e non ci sei più. È quella che gli balena negli occhi con il lampo, a sorpresa, con confusa certezza perché le parole per descriverla non si presentano al ballo, benché in mente gli ballino e scintillino anzi ma poi, subito dopo, plouff, un fiocco di neve su una ringhiera bagnata; acqua, poi niente. Del resto, si lascia trascinare dall’ingranaggio del pensare che aggrega associa riaggrega, Del resto dico sempre che non sono àteo, fan ridere i negatori di ciò che negandolo sottacciono, non mi privo di dio, né privo dio di me per rivalsa, per odio del padre, ah ah la pecorella non è smarrita per niente, va per sue strade e dove va sa. Ne ha viste di pecore il medico mendìco, ne ha viste di pecore che con l’età, e con l’ebetudine che non di rado gli è compagna, tornano al vecchio o ne eleggono uno nuovo di gregge; tante e tanto prostrate ginocchioni sui marmi di queste o quelle chiese ed eiaculare a caso ego me absolvo ego me absolvo ego per ego me volvo. Lui no, non ha mai mai intravisto un dio cui sottrarsi, né con cui fare altre operazioni o revisioni di conti, nemmeno da bambino quando si è più portati a lasciarsi ingannare da cattive e rudimentali maestre, era una somma lui, uguale a sé stessa per quanto la sua esistenza e i suoi incontri casuali avessero agito per scombinare l’ordine dei suoi addendi e aggiungerne talora di nuovi, costringendolo a sommarli e sommarsi di nuovo anche con un meno davanti. Un cuore e una capanna, si diverte a dirsela di nuovo l’uomo, Sbilenca o malenca e se dura il mio cuore. Non è nemmeno di preciso quello che prova, quell’accento perdonabile di sarcasmo, ma lo prova, qualsiasi possa essere una più corrispondente definizione di questa inermità reattiva che gli piace. Indagherà. Gli garba essere in grado di riconoscere la propria boreale paura, incerta se manifestarsi o negarsi o confortarsi con la riflessione che non vi sia alcun pericolo, a parte quello, non così lontano ma nemmeno prossimo, che un blocco di roccia si possa staccare dalle piramidi appuntite che sovrastano la baita, costruita su un pianoro brullo tagliato sul vuoto, e così maldisposto a farsi dire ridente, sotto quella tempesta. Così dà il meglio di sé questo paesaggio tutt’altro che inerte, dice ancora l’uomo ad alta voce al sé medesimo che lo ascolta con interesse. Versa allora nel pentolino e scalda l’acqua, che presto bolle, vi butta due bustine per un tè più forte; scartoccia la cioccolata e un formaggino; versa il tè nella gamella, lo zucchera con una zolletta, taglia con il suo coltello da campo, possiede anche questo, una fettina dal pane di segale, indossa di nuovo la giacca, rabbrividisce ma per il piacere di smettere di rabbrividire. Scosta una delle sedie dal tavolo e si accomoda. Ben costruita, dice, Come il letto di ulisse.

Non poteva immaginarsi a quel punto l’arrivo di un altro, l’inaspettata incognita, un giovane; deve avere pensato anche lui che sarebbe da stupidi proseguire ma alto e stretto com’è, corporatura arrogante, ciondolante di corde e moschettoni e ramponi, cela o sembra celare tuttavia, ben nascosto sotto l’ala tecnica della sua impeccabile tenuta da arrampicata, il fare di chi si affidi piuttosto al proprio angelo custode che a una ragionevole prudenza. Il ragazzo posa in un angolo il suo zaino, Buongiorno, poi si corregge, Buonasera. Nel saluto però il medico non riconosce né humour né buonumore. È che sono le cinque e mezza dopopranzo e la luce è quella di dopo il tramonto. La grandine ha terminato di crepitare sul tetto ma piove a dirotto adesso, una pioggia spinta in orizzontale da un vento che giustifica il mito di un demone, èolo o un altro più truce, che si nasconda tra le sue spire; l’acqua si batte con violenza, al momento inefficace, contro la pietra della baita. Il sospetto, e non ci vuole molto a concepirlo, è che intenda aprirsi un varco tra le pietre. Questa pioggia dice smetterò quando meglio mi garberà o quando e se esaurirò le munizioni, garbare, bel verbo non trova, conclude con un punto di domanda il suo discorso di benvenuto il medico e, senza una parola di più e con il gesto di chi conforta lo sperduto quale egli sia e checché egli pensi, offre il pentolino con il resto del tè al giovanotto. Questi corrisponde con un sorriso da lentigrado e si serve direttamente dal pentolino, Acqua ne ho ancora se… Acqua ne abbiamo un diluvio qui fuori, basta aprirle la porta. Al limitare della replica ironica del medico, innesco inatteso di una possibile chiacchiera, il vocabolario del giovane, non che si inceppi, al contrario si arrampica su per spiegazioni di meteorologia, ma indifferente alla logica che vorrebbe almeno un abbozzo, un sorrisetto, un segnale che dica ah ah il messaggio è arrivato. Sciorina così il giovane alpinista l’indispensabile per una conversazione simulata, piena di buchi come quelle dei corsi di lingue, lenta, che stenta nei modi su temi che il medico più che trovare non trova e che il giovane ostenta senza cercarli  mascherati come sono da un che di troppo, di insignificante e preteso, con uno svolgimento avvilente e per il lettore avveduto e per questo breve ma ben intenzionato racconto. I lampi non si chetano. È curioso, mormora e prosegue l’anziano, al governo di un pensiero che, a giudicare dall’espressione sospettosa o annoiata, persino ostile che hanno assunto gli occhietti del ragazzo, è di quelli troppo complessi per essere decifrati dal solo buon senso, È curioso, c’è un chiasso infernale qui dentro eppure pare che ci sia un gran silenzio.

Un chilometro abbondante più sotto, l’ulisse forza il suo motore contro l’acqua e il vento. In plancia però i due uomini sono tranquilli e sicuri al governo, contenti in fondo di essere messi alla prova da una tempesta che sa di mare per loro, navigatori frustrati, a voler vedere; qui non ci sono scogli da temere, ché sanno non essercene, e peraltro non temono di essere capitati in una di quelle tempeste che si dicono perfette, cioè assassine; fanno fatica però a ricordarne una così intenzionata a diventarlo e sanno che anche la loro barca bianca potrebbe imbardàrsi; forse è lontana l’eventualità ma allora le acque del lago non sarebbero meno gelide e oscure e cattive di quelle di papa bank, identificativo 26 43 61 della cartografia marittima ufficiale e numero per un possibile cimitero tra la scozia e l’ultima thule.

Non ci sono improvvisi cambiamenti di situazione lassù nella baita. Il giovane alpinista si  è seduto a una delle due finestrine e guarda fuori. Il medico camminatore si è appena accorto che dal collo del giovane pende una croce di legno, senza la figurina di corollario. A distanza di pochi secondi dall’arrivo di un’altra più sconquassante folgore, seguirà l’affermazione isolata da una catena apparente di pensieri ma che si potrebbero indovinare e trascrivere tanto sono ovvi, Siamo povere cose. Silenzio. Il medico vorrebbe tacere e non ci riesce e replica sforzandosi almeno di non lasciare capire troppo il proprio accento, Ricordo che a mia madre, è morta certo, piaceva molto guardare il circo, per televisione è ovvio, e ogni volta, dei trapezisti o di tutti, tranne dei domatori, diceva ah-quelli-sicuro-non-hanno-il-mio-mal-di-schiena, dunque in… davvero in confronto al troppo che ci si considera sì, siamo povere cose. Segue il rumore di un rovescio di roccia, di uno squarcio alla fine nella lamiera là fuori e invece no, il medico solitario ne è quasi certo, è stato il fratturarsi irreparabile delle vertebrali certezze nel giovane, pensa l’anziano; convinto di averne osservato sul volto di lui il dileguarsi sotto forma di risposte subito trasformate in domande respinte, negate, e che ne hanno irrigidito l’espressione finora immobile, in uno spasimo, un rictus ricomposto al volo, per buona educazione o stupidità, spesso sinonimi nella materia umana, tanto malleabile da essere inerte più che docile alle convinzioni. L’anziano medico crede di avere toccato un tasto sgradito. Ma aggiunge, a proposito di dito, Fa riflettere però che è grazie al pollice opponibile che possiamo pelarci una pesca… o abbracciare una donna, volendo proprio… o, tante cose… il modesto dettaglio del pollice opponibile, se assente, ne negherebbe un numero non piccolo… di cose…factum de materia cinis elementi similis sum folio de quo ludunt venti, canticchia il medico allegro… Non, lo interrompe il giovane alpinista perentorio ma del non, recide il seguito. Oh nulla, non badi, non cerchi, una filastrocca di burattini, un ambarabà senza senso, risponde l’anziano medico.

Tutto buio a bordo dell’ulisse, ormeggiato al sicuro del suo approdo finale. L’acqua è ancora agitata, ma meno. I lumi della sera illuminano il piazzale di imbarco. Del color delle bibite industriali, di un aranciato troppo frizzante per essere vero è la loro luce che, terminata la pioggia, sgocciola tra le chiome dei platani. L’effetto è teatrale.

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