Titta Matti

Oso, con un vago disagio, rendere nota una sciocchezzina che ho scritto per una org. palestinese, http://www.tamerinst.org, che ha chiesto a illustratori e scrittori nel mondo di mandare una cosetta, diciamo un regalino per i bambini di Gaza. Non sto a farla lunga; chi vuole apra la pagina dell’istituto in questione per saperne di più. Il raccontino qui di seguito, meno che tale, è stato scritto per loro in inglese, il mio arabo ha perso lo smalto specie quello per le unghie, ma non oso troppo e lo pubblico versato in italiano. Il titolo originale inglese è The short Penny Pencils. In italiano invece 

Titta Matti

Eccoci qui ciao. Vi domanderete chi sono, bene, io sono un aggeggio per pensare ma devota alla scrittura. Mi chiamo Titta, alle corte, ma questo non vuol dire che io sia sempre corta, cognome bizzarro, Matti. Sono, dovrei forse dire siamo, ma insomma sì sono piuttosto vecchia, tanto, ma nessuna di noialtre parenti e affini sembra farci caso. Perché sono sempre di buona compagnia, acuta, soprattuto silenziosa, niente elettronica e niente energia, a parte quella per pensare. So lavorare duro invece, dovunque, in ogni modo, quando si vuole. State riposandovi un poco, è una domanda, ve la state prendendo comoda da qualche parte, altra domanda, dico nel vostro cortile, in cucina, in bagno, nella vostra cameretta, bon, sempre al vostro servizio, non sentireste mai la mia mancanza. Per non dire delle piccole lamette di cui ogni tanto ho bisogno, ma giusto per rifare un poco le punte al mio carattere o dei personaggi che interpreto. Sto quasi sempre in compagnia di un blocco per appunti, appunto, ma un singolo foglio di carta mi va bene lo stesso, singolo lui, singola io, mai sentito il bisogno di prendere marito. Questo benché io provenga da una famiglia piuttosto numerosa, tra zie, cugine, nipotine, sorelle, soprattutto sorelle, sparse un po’ dappertutto nel grande mondo, tutte donne. La maggior parte delle tipe come me sono ragazze un po’ rigide, pensierose, sempre vestite di nero ma tra noi una moltitudine ama i colori, che siano l’arancio delle arance dorate, il blu argenteo delle sardine tra le onde, o il verde tenero delle foglie a primavera, il color sabbia della sabbia o il bianco dei gabbiani. Cose così. Tra i compagni di matita non siamo noi quelle che sono meno matite di altri. Impeccabile  nel mio abitino nero, sono io a suggerirvi  le memorie più belle, i sogni e le speranze, i più arditi pensieri o, per farla breve, anche la lista della spesa. In ogni caso basta chiedere e io vi scrivo giù qualunque cosa vi passa per il capo. Saranno poi le mie sorelle a colori a fornire le sfumature indispensabili alla vostra immaginazione; che è un dono. Una specie di regalo che ognuno dovrebbe fare a sé stesso e tenerselo stretto per sempre. Senza dimenticare che nessun grande poeta o eccelso pittore, ha messo mai mano a eccelsi poemi e grandi quadri senza partire da una piccola linea nel vuoto.

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La vecchia signora, l’intrepida blu e il nome del padre

Alla nostra curiosità, o a quel modo di indagare spontaneo che tende ora alla clinica ora alla diagnosi ma che molto spesso si deve contentare di cogliere una vaga stecca nel coro delle certezze collettive, il tran tran quotidiano mostra esistenze che a occhi ingenui o primitivi, paiono talvolta non comuni, o avventurose, o del tutto disgraziate. Una più ponderata osservazione rivelerebbe invece di ogni vitarella quel poco o tanto di viaggio organizzato, con soste ristoro, visite condizionate, luoghi pittoreschi e finzioni comuni, che la caratterizza; vita non meno plurale, nella sua singolarità, di altre la cui particolarità autentica, è probabile consista nel non essere affatto particolari.

Molte, per essere selettivi e, benché il dubbio non abbia dato luogo a una verifica dei numeri, molti, sono convinti che la signora è sempre stata e sia uno di quei caratteri di cui lodare la perenne attività, non solo, ma che sia da iscrivere al novero di coloro la cui vaghezza di gibigiàna, sarebbe tuttavia efficace nel confondere la mira di quel cecchino occulto che tutti ci osserva, che gli spari e però non li colga; nel giudizio di altri pochi e polemici invece,  la signora sarebbe uno di quegli esseri la cui propria esistenza pare tanto vedova da doverne farcire di frùstoli ogni istante da essi percepito fesso e vuoto; simili con ciò a quei teatranti di ginocchio nervoso che, ignorando il silenzio e il tempo e non poco lo spazio, devono riempirlo di lazzi e càccole, convinti che un paio di comparse laggiù in fondo a simulare un qualche còito, una qualche masturbazione siano frutto di una loro intensa trovata di regìa, quando si tratta invece di una bieca astuzia da cuochi incompetenti che, per infornarla, farciscono di avanzi parassiti e d’ogni sorta di spezie e grassi una faraona; con ciò sia detto, per l’appunto, che in forno o fornetto ogni esistenza ha suo ricetto. Due volte abbandonata dal marito la signora, la seconda alla morte di lui per annegamento; marito non ingegnoso benché ingegnère, vulgo ingeniére, quanto l’illustre scrittore ma, al contrario di quest’ultimo, incapace anche di un elementare dando seguito alla stimata vostra, e coltivatore non innovativo di varie defatiganti e pericolose attività sportive, da cui l’affondamento in acque profonde e definitive, nonché di vitalìstica infedeltà; a chi, a che cosa o con chi non staremo qui a divagare né ci importa. Un maschio insomma l’ingegnere, al pari di molti maschi, tipo di candidato certo alla trincea in tempi lontani o all’armi siam fascisti; in tempi recenti, da motoscafo rombante, da sangue della bistecca, da vino, da fumo, da cancro, ah titolare di porto di fucile il soggetto che, svuotato il comune conto in banca, la lasciò, la signora, per una concorrente più giovane, il canovaccio della farsa risale per lo meno alla commedia dell’arte, a guadagnarsi il pane e anche un po’ di formaggio la signora, prima da commessa in una profumeria, poi da io-ce-l’ho-fatta-potete-anche-voi per una compagnia di speranze e fitofarmaci dimagranti, su su su fino a direttrice in una galleria d’arte dove di lei, è vero, non c’è tanto bisogno dato che di incisioni, lito e xilografie, acqueforti, acquetinte, cere molli e acquerelli c’è la richiesta che si può immaginare in un mondo in cui il quadro più ammirato è un rettangolo; è pure vero che il proprietario della galleria è ancora ricco oggi quanto bizzarra è stata la sua fortuna ieri e la sua erudizione conquistata da sé, via dalla portineria in cui la madre gli cambiava i pannolini, su per ogni gradino nel grattacielo della società, e niente ascensore. Dunque, nonostante il divario delle origini che in altri casi e altri tempi gli ha stimolato un desiderio di ghigliottina, il datore di lavoro non se la sente tanto anzi lo ha escluso di licenziare una donna di ormai di 66 anni, che costerebbe al suo cuore, e di liquidarla, che costerebbe al suo portafoglio, stazionato peraltro quasi sempre all’altezza del muscolo vitale; una donna al cui orizzonte non paiono pronti a sorgere molti arcobaleni, salvo che la figlia e il genero di lei, orientati al marketing, non si orientino infine a mantenerla, un domani sbavante ad oltranza e su una seggiolina a ruote, bèbè, bèbè, bèbè. Tutte queste notizie sono passate abbastanza da non volersi costituire oltremodo in racconto. Ciò che importa sapere al lettore accorto è che la signora a tutt’oggi non sta ferma un istante tranne i pochi che passa seduta in negozio dove, per lo più, è lasciata da sola a far fronte all’ordine, agli ordini, ai benefondi, alla polvere, alla pulizia del marciapiede fuor della vetrina che fa brillare e ribrillare, alla rada clientela, specie d’estate quando il turismo se c’è, se transita quaggiù dalle valli alpine dove nasce per scorrere a spiaggiarsi su sabbie fumanti, non è costituito da cercatori di tirature limitate e prove d’autore, per quanto certificate. Insomma, quando durante la sedicente buona stagione si riesca a vendere qualche paesaggio con e senza cavalli, con o senza magioni, con e senza ninfe, con o senza duchesse amazzoni, con o senza rovine gotiche o romane, con o senza contadine al ruscello, o un paio di rarità e degli schizzi mirabolanti di qualche artista reso promessa non mantenuta dalla tubercolosi, dall’alcool o da un buco di mitraglia, la stagione è bell’e fatta. Non latitano nella zona però le tane dei non pochi pescecani, le cui spose e domine, desiderose di bello confezionato per le loro residenze, esauriti i loro compiti di mamme e clienti di boutiques che solo dei loro acquisti sopravvivono, leggono con zelo le vite di picasso e/o d’altri autori a scelta e frequentano la galleria con riverente puntiglio  durante tutto l’anno, e ciò benché vadano su al mare e giù a sciare obbedendo, nel dire, a un estro spontaneo per l’anacoluto, anche geografico, che è tipico di chi non ha mai seguito manzoni, quello con l’articolo davanti, nella sua ricerca di ben spese promesse di redenzione della lingua matrigna dall’apparato di tradizioni semantiche dialettali. Ebbene la signora che d’ora in avanti si chiamerà la vecchia signora, si sposta da un canto all’altro del lago, del fiume, dei fiumi, dei monti sulla sua piccolissima auto di robusta concezione color blu, ceruleo lo definisce il pieghevole o dépliant illustrativo; un blu che risalta, luccicante sullo sfondo per lo più verde o verdastro della regione, dove si escludano i quadranti occupati dalle pareti delle case e, tutt’intorno sovrastanti queste ultime, dalle pareti di roccia imponenti e slanciate tutte verso le punte ben appuntite lassù delle vette; innevate già a novembre fino ad aprile. La vecchia signora usa l’auto per andare alle inaugurazioni, alle mostre, al canottaggio, non di rado ma nemmeno spesso in pizzeria, alle sagre, alle feste con degustazione, alle visite guidate, a piedi o con tutti gli altri mezzi con cui si guidano i visitanti ora nel castello restaurato, ora nella villa restituita al suo antico splendore, ora nell’orto segreto dalla bella arancìera sottratta allo spietato olvìdo e al tempo meteorologico. Per difetto di quelli romani, non mancano peraltro alla regione templi romanici né vestigia preistoriche, cave e miniere di antichi e desueti materiali, percorsi didattici di ogni genere di didattica, e abbondano le mostre botaniche, chiamate per lo più, con fasto verginale e immemore dei libertinaggi latini, floralia. Fiore persistente e senza deroghe vestitissimo, al punto di non calzare mai nemmeno i sandali per non mostrare i piedi che da sé tiene lontani chiamandoli estremità, la vecchia signora è sempre in buona salute, a conforto pertanto della figlia che ne teme, prima o poi, del femore la frattura, ed è assidua di gite e visite e desiderosa di apprendere ciò che il passato e uno sfilacciato presente prossimo hanno lasciato di bello e di buono da godere; mai in ultima fila nei gruppi a ciabare di nipoti e maternità e infanzie secondo l’abitudine di alcune/i di cui la signora non coglie le urgenze culturali dal momento che raro si palesa in loro l’interesse per qualcosa che non riguardi la sosta nella nota osteria o nel dehors dell’illustrata pasticceria là dove altre urgenze trovano il loro dovuto ristoro; dovuto si deve intendere, lì tra i visitanti, a una notevole percentuale presenza di alluci invalghiti da passati giri di tacco o di danza, ginocchia dai menischi ribelli, di anche, nel senso di ìlii, ricostruite, di lussazioni congenite o accidentali, di perturbazioni pressòrie o, voilà, vescicàli. Dopo averlo del tutto inutilizzato in anni migliori, alla vecchia signora invece parrebbe oggi riverzicàto lo spirito, si dice così di ciò che spira e aspira, l’animus cioè, del primo banco, la temperie di quelli/e sempre attaccati alla maestra, ai professori; di quelli tutta la vita ad assentire con il capo ciòn-dolòn càn-paròn, ispirati, restando all’oggetto spirito, nel convalidare al docente la loro buona disposizione, l’assoluta dedizione, l’acquiescenza del discepolo al verbo fatto carne del soggetto-supposto-sapiente, e lassù crocifisso alla sua cathedra di tubolare con piano in laminato grigio perla. Il tempo si sa non si recupera affatto, è un bene del tutto a perdere, un fondo di investimento che ha un fondo e quando si arriva a percepirlo con maggiore o minore esattezza, spritz, ecco che siamo morti o poco men che vivi, sicché da supini, benché seduti ascoltatori di sublimi messe di requiem, di queste ultime diventiamo o ci prepariamo a diventare soggetti anzi protagonisti, ancorché muti come pertichini di opera buffa e per sempre supini. Ciò ben inteso per chi non rinuncia o non ha rinunciato prima a quei conforti religiosi che sono il  gioco dell’oca dei vivi standard per cui, a funerale compiuto, casella 58 lo scheletro, si paga pegno e si torna alla partenza, casella 1, così che il gioco si ripresenta con poche varianti di metodo e alcune vulnerabili imprevedibilità.

A sera, abbassata la serranda della galleria d’arte, la vecchia signora torna a brevi passi nella casa dove per qualche ora di notte si ristora dalle fatiche del giorno e si ripara dalle piogge così frequenti, a questa latitudine, sia d’inverno sia d’estate e in entrambe le due stagioni intermedie; piogge che lei peraltro ama e che, sappiamo per certo, considera presagi di tempi migliori e più freschi e puliti e stimolanti dal punto di vista paesaggistico. Il suo appartamento è al quarto, ovvero ultimo piano, di uno stabile che i futuri storici dell’arte attribuiranno all’architettura degli anni ottanta del xx secolo, funzionale sì ma ai guadagni di impresari scatenati a edificare mausolei alla malinconia piccolo borghese, e distratta invece, l’architettura, dalle tre principali funzioni e pregi di una casa, accogliere, accudire e proteggere; sicché mattoni rossi a vista e cemento, tanto cemento, grandi finestre sì a non fare da schermo ai rumori e pareti sottili costate quanto un vallo atlantico e scarrucolanti avvolgibili a turbare i mattini e le sere, e infissi di legno che l’incuria amministrativa e la scarsa attenzione ai materiali ha quasi del tutto corroso, benché qui non ci sia salsedine né siano così acide le piogge da fungere da candeggianti. La vecchia signora là nel suo appartamento vi torna sempre, chiavi alla mano, con cauteloso silenzio e strusciando i piedi un po’ perché del suo camminare è un vezzo, un po’ come se di là nei suoi ricordi, dormisse ancora la sua figlia bambina, le poche volte che, prima della separazione, la coppia genitoriale si abbandonava a una qualsiasi distrazione dai compiti domestici. La figlia dorme altrove oggi e la stanza che ne tutelò l’infanzia e poi la verginità fino all’istante, quivi consumato e più o meno doloroso, della lacerazione di quella membrana collante che le madri hanno piacere di tendere e mantenere intatta fuori di sé, specie tra sé e le figlie, dopo che l’altra membrana, l’ostia di tessuto epiteliale nascosta tra le loro pliche vulvari è stata loro bene o male sconsacrata dal diporto o dalla passione, e la stanza dicevamo, accoglie un letto considerato adesso per ospiti, cioè per nessuno ché di ospiti non ne passano; nessuno che pure alla lontana si possa considerare tale, mantenuta per possibile la casualità dell’estraneo e la causalità dell’esule. Prima di apparecchiarsi per la cena, nel chiuso della sua cucina onde evitare che dal padellame bollente si spandano dappertutto gli odori, la vecchia signora accende tutti i lumi e si ferma a osservare, meglio ogni volta, la cubatura dell’appartamento, la quadratura dei mobili, mantenuti a cera e olio di gomito, la rigidità delle poltrone che accomoda ma non usa; nemmeno quella con un davantino poggiapiedi, posizionata fronte a un televisore funzionante ma obsoleto, cui lei non ricorre quasi mai tranne per spolverarne lo schermo. Quest’atto di inventariare ogni giorno le condizioni del proprio stare al mondo è un rituale quotidiano di devozione che precede, sul tardi, quello di dettare a sé stessa, benché non ancora mutati in preghiera, i buoni propositi per il giorno dopo ma con l’impegno immediato che le ginocchia e uno scendiletto di lana spessa le permettono. A questo raccogliersi è arrivata dopo la pubertà, propria e della figlia, dopo la duplice perdita dello sposo, dopo la lotta per sopravvivere, ma è stata, per così dire, una prova generale dell’istante recente in cui, forse confusa dalla placenta ombrosa di un bel duomo romanico e nel pieno di un’estate rovente, si trovò lì sola e prona sul pavimento di pietra gelida e profumosa di cera a confabulare senza quasi rendersene conto con la grande figura crocifissa sopra l’altare. Nemmeno lei saprebbe dire ciò che prese a raccontare, né quali spinte le si mescolassero nelle viscere; se richiesta però, ricorderebbe che alle labbra le sorse infine un antichissimo nel nome del padre… nostro che sei… sia il tuo nome… e poiché fu l’unica porzione di testo, più che inesatta, a risorgere, si applicò allora con inimmaginabile cura a ricostruirne i frammenti smozzicati e sovrapposti da una memoria diffidente e mai fedele, fino a rimetterne insieme una lezione implausibile ma accorata. Tempo dopo, con sospetto dal beghinaggio di quartiere e con grande soddisfazione di un parroco di irritante giovinezza fu colta a frequentare le messe, le più comuni si intende; sempre in disparte però, senza ostentare un fervore divampante anzi illustrata da una grazia nel tratto che dicono testimoniare della grazia in assoluto; relativamente, la stessa che in lei si manifestava per dovere, nel negoziare con i clienti e nel trattare la preziosa carta delle stampe e degli acquerelli. Attratta per misterioso contrappasso dalla statuina di nessun pregio artistico ben chiodata su un legno nero e lucido nella chiesa parrocchiale, era devota alla quella apparenza antropomorfa e indifferente alla mitologia che implicava, contraddicendola, la cognizione di un dio tanto umano e sanguinario da farsi fuori da sé, assumendo alla fine, dopo i numerosi e passati e infausti per quanto poetici tentativi di avatar, cigno, toro, tordo, onda, nube, nembo dorato e angelo beninteso, la forma più efficace a rappresentarlo, per quanto terra terra, di uomo, l’indifferenziato che proietta fuori di sé, allargandone l’ombra, solo ciò di cui ha una diretta per quanto offuscata esperienza: esso chiama buchi infatti ciò che nella tela di penelope dell’universo non gli parla. Ondine nel mare e buchi neri tra le stelle.

Indispettito dalla scarsa accessibilità della vecchia signora dall’interno e dal nostro divagare intorno alla sua figurina volatile, è possibile che più di un lettore insorga invocando e densità e coerenza per il personaggio. Si usa reclamarla, è un articolo che molti professori di melodrammi comuni propongono e che moltissimi studenti, amandoli, comprano; la coerenza del personaggio, di atti e pensieri si intende, la psicologia assoluta è una garanzia di sonni tranquilli e non per pochi. Questi non pochi però dimenticano che l’omogeneità della glassa nella torta dei personaggi non appartiene affatto ai loro doppi reali; o, all’occhio di chi però sa osservare, non salterebbero le patenti e latenti sovrapposizioni, gli strati, gli intrecci, gli strappi, le imperfezioni nel tutt’uno che segnano e segnalano il molteplice, così che non è raro, anzi il contrario, sapére di scienziati superstiziosi, di rivoluzionari filistèi, di generosi avidi, di folli ponderati o, come dice il poeta, non privi di metodo, infino là dove il savio, per tale additato alla pubblica opinione dalla stampa per esempio e dai migliori tra i peggiori romanzieri, propone di sé le sciocchezze tra le meno coerenti con l’idea del sàpere, ossia dell’aver gusto e sapore, che molti si sono costruiti così come si sono edificati l’architettura della propria fede in tutto ciò, non che appare ma che deve apparire ai loro occhi per mantenere quella virtù sedativa  della realtà che al fittizio è richiesta. Pertanto non ci si deve stupire che alcuni narratori prendano per come càpitano i personaggi, cioè per ipotesi tendenti a mostrarne la consistenza com’è, non come la si vorrebbe, attitudine questa che corrisponde al non raro desiderio di far quadrare ciò che è perlomeno tondo; utile alla sensibilità di certuni per alleggerirsi dalla fatica del comprendere, optando per il suo contrario, l’interpretare; ma che non restituisce delle esistenze, di ogni genere, la variabilità, le incertezze, il si-è-come-si-può, il beneficio del tentativo invece che, come tagliato da un macellaio olimpico, il pezzo tutto d’un pezzo che dal suo grasso pretende sugo.

Dunque la vecchia signora si era rimessa a frequentare la comunità messianica ma ben presto le venne in uggia la ritualità indecorosa e vernacola degli officianti, notava che anche mutando parrocchia il prodotto non mutava d’abito, la sbrigativa e fatua ripetizione di gesti sottratti all’allegoria mitica di cui nulla ella conosceva ma che al suo gusto o alla necessità estetica del suo momento pareva indispensabile sostanza. Così prese a ritornare nel tempio che non le faceva mancare, per sé solo, il vigore della propria sonora e rigorosa antichità, romanico s’è detto, fondato e costruito e tirato su sulla pietra, così come da istruzioni del suo primo patriarca. Cammina strascicando i piedi s’è detto la signora, e non c’era mai stato verso di farle cambiare abitudine nemmeno a contarle le volte che inciampava in un foglio di carta, e strascicarli sulle lastre lustre dell’unica navata, hmm le dava un’ebrezza che il silenzio del luogo, accompagnato a volte ma non turbato dal mùrmure riverente dei turisti, accresceva e la induceva sempre a rinnovare in cuor suo la sensazione che qualcuno stesse dormendo là dentro, come in casa sua la figlia, quando vi abitava; già s’è detto anche questo. Non vista, cioè quando nessuno era in vista, si serviva da sé il suo appagamento, prostrandosi pancia a terra con voluttà, proprio come aveva visto fare in qualche film all’iniziazione di monache e frati; e così, le braccia distese davanti, le mani giunte nel rigore di una pietà non richiesta da alcuno, giù a dirsi e ridirsi quel padre nostro che, s’è capito, confondeva con parte della formula nel nome del padre; che conosceva male e che aveva tentato di imparare di nuovo con risultati insufficienti. Padre nostro che sei nei cieli come anche in terra sia santo il tuo nome e nel tuo regno sia fatta la tua volontà e come in cielo dacci il nostro pane quotidiano…No, non erano queste le parole, non questa la sintassi, ma lei ripeteva e ripeteva da cima a fondo e incespicava ogni volta in un diverso ostacolo, nel modo di chi, pure stonato, senta la propria nota fessa e se ne dispiaccia ma non sia capace di correggersi; in quel procedere ostinato però, nella mera ripetizione, trovava forse una sorta di comunione con la pietra intorno, con il silenzio che dentro di lei si accomodava, con ciò che lei era stata magari, con ciò che lei non sapeva affatto che cosa fosse, con ciò che sarebbe chissà diventata. A lei piaceva così la religione e decise di non andare più alle messe ma di conservare la sua passione per la pioggia, evento atmosferico la cui bellezza accomunava a quella di starsene a recitare il suo, dirlo mantra o grammelot non è inopportuno, ogni volta adattato da uno sforzo della sua volontà all’opposizione della sua memoria. Chi volesse rimproverarle di non averne cercata, del padre, la versione ufficiale o nei pieghevolini di chiesa o in internet, è libero di pensarlo tuttavia, per quanto s’è detto, dovrebbe considerare gli sfagli della vecchia signora come dati di fatto.

In un particolare pomeriggio di sabato e di tempesta la vecchia signora volle a tutti i costi lanciarsi, al solito con la sua intrepida blu, lungo una stretta e inusuale strada litoranea per raggiungere il suo duomo personale; le urgeva alle labbra la preghiera e lo spettacolo gratuito fuori era magnifico; l’elettricità nell’aria tale che in alto il nero delle nubi, tanto dense da rendere bene l’idea dell’invalicabilità dei limiti, era di continuo rischiarato da scosse lampanti, simili a quelle dei tubi al neon che muoiono, cui la residua carica impone tuttavia una tremolante agonia. A un tratto, dal ventre dei nembi, scariche di fulmini violenti scaturivano in mille rami fino a terra o, da un’unica raffica tesa in orizzontale tra un punto e l’altro di un rumoroso infinito, schizzavano giù in tante saette sottili e arzigogolate, giù in verticale, giù nell’acqua del lago, giù sulle cime, giù su qualsiasi punta, parafulmini, ombrello, bronco d’albero, puntale di canna da pesca se mai, e persino su un dito c’era da temere, avesse osato il dito esporsi alla loro energia. La vecchia signora in quel fracasso si sentiva a suo agio, potremmo dire allegra quanto una strega di macbeth, grata alla propria e alla sana costituzione della sua automobilina, blu ceruleo, dalle robuste guarnizioni, dal gradevole impianto di riscaldamento, dagli impeccabili  tergicristalli, dai fari penetranti la cecità cui la pioggia obbligava l’umano ma non il meccano. In quella, in quella scriverebbe un autore di un deprecato passato dando ad intendere il peso che un istante può avere nel corso di un evento così lieve come una vita, in quella dunque una scossa più agguerrita di altre prima e dopo, si schiantò su un traliccio, non importa il tipo, abbandonato rugginoso e inerte appena sopra un ghiaione come ce ne sono tanti sparsi sulle ampie schiene dei monti sorgenti dall’acque e fino a quell’attimo incerto, esso, se rovinare da sé a valle , cioè in quel caso sulla strada o no. Rovinò. Rovinò proprio mentre l’automobilina blu ceruleo della vecchia signora guadava la tempesta lì sotto sulla stradina stretta tra l’acqua del lago e la roccia. I fari di colpo sparirono alla vista.

Per sbrattare lo sfasciume di sassi e tronchi e insomma tutto ciò che costituisce una frana, benché non di immani proporzioni, fu necessaria dopo, ma non fu agile in mezzo allo stretto sconquasso, l’impresa dei pompieri. Dopo qualche ora di lavoro e con stupore di chi la manovrava, la grande mano meccanica di un grosso caterpillar si infilò, agguantandolo, sotto qualcosa di diverso da un semplice mucchio di roccia sfranta in pezzi minori; sollevata, in bilico sui denti della benna, apparve, molto conciata ma sempre blu ceruleo la macchinina della vecchia signora. Si capì sul fatto che un enorme tronco, messosi per traverso, quasi a far diga, aveva costretto le pietre, non si sa come, a saltarle o scivolarle sopra, in sintesi a non schiacciarla del tutto. Dalla scatola della carrozzeria, con una manovra prudente, i pompieri estrassero la vecchia signora. Un po’ spettinata, respirava ancora. Aprì gli occhi. Sono viva, domandò sul filo della sua voce al pompiere che la interrogava con lo sguardo e che rispose, Sì signora. Non sei dunque un angelo tu, domandò ancora la vecchia signora. No, non sono un angelo, escluse il pompiere con un sorriso. Alla vecchia signora parve angelico. Et lux perpetua.

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Traparlanti

Stazione ferroviaria. Caffetterìa luminosa, di vetro, interno, giorno.

La prima parlante è collocata a sinistra. Dall’alto di uno scrannetto o seggiolone o seggiolino a stelo o monopiede, dunque monco e di materiali eterogenei rigidi e di nessun interesse estetico, atto ad accogliere e sostenere natiche normotipo e tale che la maggiore parte delle gambe umane e massime le femminili standard non arrivano a toccare terra, e c’è da credere non si voglia ci arrivino, in un’abborracciata simulazione dello status angelico cioè appollaiato per aria, lo status, ma solo tra la quota 240 del contro-soffitto e la 000 del pavimento, lo sguardo attento della prima parlante recita una disattenzione flessibile agli uomini intorno e sguscia in avanti con la lingua che parla senza fiamma e che, a un attenta osservazione, guizza tra le labbra della donna, affetta da giovinezza più che giovane, fino a lambire di un’eco vaga l’avventore passivo, alla destra di chi lontano osserva, seduto su identico scrannetto in fondo al comune tavolo oblungo di laminato giallo uovo. L’uomo, per essere guardato, anche con commiserazione, niente potrebbe fare, niente, soprattuto non potrebbe mutarsi d’atteggiamento, l’unico che gli consentono l’età terza, l’orzo in tazza grande, una neressa immensa che, tra un boccone e l’altro di un impanato brunastro dislocato in mezzo a un q.b. di pomodorini rossi, lo chiama, Gino, con la gi fricativa postalveolàre sonora di joujou e una punta esclamativa sul nome proprio, gino, che esclude qualsiasi interrogativo, e lo scruta l’immensa nera, lui, l’uomo non l’impanato, ora sì ora no, dall’ubiquità delle sue sclere candide e asciutte; per ultima, di essere guardato da altri occhi passivi e non possessivi, non glielo consentirebbe anche la vaschetta di plastica aperta su una macedonia di qualche ben candeggiata frutta, con l’esclusione di due mezze lune di un’unica fragola, che egli l’uomo, consuma servendosi di un cucchiaio diminutivo ma con la lentezza ponderosa e ponderata che altri e con altro cucchiaio, metterebbero nell’andare a fondo ma di una scodellata pantagruelica e fauve di minestrone. L’attenzione corre ai capelli di questa prima parlante, piumaggio ora smosso ora scosso, ora còlto e poi disciolto con rapido gesto dell’una o dell’altra mano: serico si suppone lo suesh delle dituccia candide di media grassezza tra le mèches in rima, scuri gli occhietti, d’angioletti pettoruti e tali da sembrare animati da una potenza straniera infiltrata nell’involucro che li delimita e sospesa nel gelatinoso umore vitreo che li riempie. Molti i punti luce che scagliano lampi a zig zag da varie zone di quel corpo seduto tra mèches et nonchalances: dai lobi degli orecchi, brillanti, poiché brillano ma sono forse umili zirconi di media grandezza incastonati al centro di una raggiera d’argento che simula quella di un sole freddo; dalle dita, mosse però con virtuosismo tale che forse un pianista potrebbe catturarne l’articolazione e soltanto a un esperto gioielliere i brillii assortiti si potrebbero rivelare per quel che sono davvero, se bigiotterie o no; e infine, dai polsi e dalle caviglie, smaniglie tinnienti d’oro e d’argento. Che tinniscano è un’illusione poetica di cui, chiedendone scusa, vorremmo ciononostante si giovasse l’immaginazione di chi legge. La parlante parla e le sue parole saltabeccano rapide oltre una tazza da caffè svuotata, oltre il vassoio marrone di plastica, abbandonati sul quale i resti del suo pasto giacciono in disordine come fanti caduti in rotta o spoglie vegetali sulla divorante rotta di cavallette, If you get your passport and give it to them you know it’ it’s it’s so in ***… l’inglese di non materna origine della donna scempia un nome, forse latino, Uh yes yes lot of people lot of luggage carried by an awfully unusual crowd don’t you know it’s interesting because… e speriamo e speriamo anche noi che si faccia interessante il discorso, un discorso che non ha metodo né natura, che non matura, che scorre e non discorre, che rìvola e dilaga sul piano balistico e giallo uovo del tavolo, alla stregua di una truppa per dentro uno di quei passaggi, segreti ma non tanto, che traditori di antiche fortezze mollavano allo stupro degli assedianti del momento, per denaro o per la mai arresa attitudine umana all’inganno, I say you know they don’t understand if you have some money you go oh yes yes yeah. Chiunque avrà capito che lo speech, il parlare della parlante 1, ha l’andamento di una prosa ubriaca se non addirittura di alcolista giunto al punto in cui anche una sillaba può impigliarlo e costringerlo allo stesso ostacolo del suo lago buio alla stregua d’uno scampolo plastico o di un mezzo oggetto di eguale materia, bambolina spezzata o annaffiatoio per bimbi purché galleggiante, intercettato lungo una riva d’acqua da un ramo in aggetto, e che in questo si incagli e continui a ondeggiare e sciaguattare senza potersene liberare, dest-sinist, ora in su ora in giù, and yes and no, oh no yes no yes no yes nope yep not. Molti ricorderanno che scampoli, frusti e oggetti di plastica sono parte ormai integrante di qualsiasi corso o ristagno d’acqua, quasi, senza eccezioni, attrezzerie di repertorio nel tetro paesaggio del tempo presente; l’unica realtà che corre e senza ostacoli. They say yes yes now and then and every time uh uh I know they’re amusing uh sort of very kind people to treat with supposed to be happy because they’re smiling now and then they’re always smiling uh and the sea is warm as they are you know deep blue sea and very very very good the seafood you know…l’ordine delle parole non si costituisce mai in somma nemmeno mutandone l’ordine stesso mentre a destra, a sinistra cioè della prima, la seconda parlante, occhi tagliati a lume di mandorla, lunare la linea del viso, mangia un gelato, una coppa di crema candida accanto a un bicchiere di tè verde e caldo nel vassoio di uniforme plastica marrone. Dei piedi della donna, legati a sandali con fasce e lacci e tomaia foderati di una pelle cruda scandita da linee optical forse goffrate e in ogni modo nere, le unghie sono dipinte di uno smalto color basso fondale, tra alga e fango. E la voce, oh la voce dal sen fuggita con compiacenti, I see -trad. ingl. di capisco- è ciò che più appare; tutta un’asseverare appagato del proprio ego adsevero et persevero ut sim, I see yeah really, la voce suona uscita dalla pancia di una bambola gonfiabile asservita da qualcuno a estenuanti lezioni di cantilena più che di canto mentre a sinistra, un po’ discosta ma in faccia alla prima, la terza parlante, seduta di profilo, mostra il proprio prevalente interesse péi polisaccaridi, noti questi per la loro attitudine a ripetersi. Dei polisaccardi ha l’inclinazione obliqua, lo sguardo che denuncia la fattura nazionale, sin periferica, dell’ovulo molle e del guizzante spèrmio che, attaccato quest’ultimo il cappello in casa del primo, come s’usava dire e fare in altri  tempi, l’hanno prodotta e messa al mondo. Oh sì ye’ ye’, risponde a una domanda inevasa, e con la bocca piena, e sguardo obliquo si diceva, noto a chi pratica o ha praticato sovente l’altare e adesso ancora, tale una chierichetta golosa dal polpaccio cattolico cioè tubolare come un bossolo d’artiglieria, non può resistere a lasciare a riposo tra l’una e l’altra forchettata, la frazione ordinata di torta, the cake, al formaggio, the cheese, con fragole, the strawberries, che le si scioglie nella mollezza degli occhi prima ancora che tra lingua e palato e si vede che ne vorrebbe divorare, di quella e d’altre particole sostanziali e ancora e ancora, polisaccaridi e monosaccaridi seducenti, ma rivela una vasta gamma di obliquità, quella dell’indifferenza al mondo non esclusa -poco lontano da lì vedremo che esso persiste a esistere-  e una sorta di interesse obliterato nella voluttà effimera della conversazione e dei propri di ovuli al cui sguazzare inquieto nel loro ovario timido, dà l’impressione di essere attenta, data la confezione di assorbenti vaginali di marca non decifrabile che estrae da dentro il sacco della borsetta penzolante dal sedile, nello stesso istante in cui scivola giù dal sedile e si avvia, Uh sorry torno you know subito, annuncia, dove tutti prima o poi vanno e tornano mentre una quarta parlante, che vediamo di spalle, raccoglie un postremo know know o anche no no, la lezione è incerta, la testa che tace, tanto da farla sembrare meno di una  comparsa, meno di una figurina in fuga in questo quadretto, e acconsente dismessa e dimessa dalla prima imperterrita parlante, It seems so yes seems so to me… ma parla da sé, sulle belle gambe nude e levigate dalla ceretta e in altalena dall’alto del proprio scrannetto, parla da sé il disegno rosazzurro di una teleangectasìa fiorente tra polpaccio e pòplite con le sue propaggini e i suoi rami ora accennati, ora tronchi dagli improvvisi scarti, accennata per ora e pure varice: ch’anco tardi a venir.

Ricordiamo che fuori da qui, fuori dal condizionamento dell’aria, dai vetri blindati, sparsi in ordine libero a decuocere su altàne granitiche e torride, cento o duecento o trecento tra uomini e donne aspettano; non sappiamo che cosa, li abbiamo notati. Una, tra loro, età non calcolabile, nemmeno a credere al suo documento se lo possiede, asservita a un soprabito di colore brutto e forma peggiore, peso alla vista, ferma su una panca di pietra mantiene gli occhi fissi davanti a sé, fin dove lo sguardo arriva e per forza si deve fermare, contro una parete di marmo rosa; non ci viene in aiuto l’espressione occhi impietriti o induriti o di qualsiasi altro participio passato della terza coniugazione; no, gli occhi non ci paiono iti da nessuna parte, se non lì davanti a sé stessi e con il tono sodo, solito alle uova e agli occhi. Sudate se mai, prima coniugazione, le tempie. Valige aperte sul pubblico passo mostrano parziali indizi di esistenze in corso: mutande.

Intorno uno smuoversi rarefatto, un sottofondo di ruote e metalli e cofani che rimanda al traffico, che ai vivi è interdetto, di un crematorio. Di là delle vetrate opposte a una piazza  densa d’ozono, s’addorme un sole nano, malato di precoce ferragosto. E, stop.

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Elogio del disconosciuto

In questo paese che un giorno lontano si è fermato a eboli, dove la principessa di- è assente giustificata, e che nell’oggi vicino bivacca in manipoli alla stazione prima, a figline valdarno per fare il bébé invertito di una balia dal visino di bambolotto plastico con naso dipinto da volpina per strafugnare al meglio tra il lusco e il bislusco della bank of scotland, in questo paese lugubre che papì satàn alé papì satàn alé oh oh oh oh ha lasciato andare la propria lingua a dialetto per grugniti calcistici e turistici… der’iz der’iz o’ plés…esiste, e gliene sono grato, un signore, tale Pietro Condemi, gli si addice il maiuscolo, che la passione per l’analisi e il fatto che mi pubblica accomuna; un signore, persino meridionale e di una terra ingrata, la calabria, in cui lo malo affare, di tra i peggiori, non appare, ché predilige nordici co’a’fune per strafare a cementificare; un signore senza sandali e bermudas anche d’estate che, tutto da solo e con l’aiuto di un grafico soltanto e d’un mastro di rete, intendano miei signori webmaster, sceglie, legge, edita, corregge, fa stampare in ecologia e diffonde, libri di pensiero circa l’antropopò e il suo piccolo mondo d’intorno, circa ciò che non torna e interiora assortite; uomo che ritrova opere di geni presto dimenticati come Lou von Salomé e Rilke e di contemporanei pensanti e analisti, e di teatranti che con l’antropopò hanno a che fare da un bel po’; consultare il catalogo per credere. Questo signore e la sua opra senza nome segnalo qui, inopinatamente, all’attenzione di chi attenzioni mantiene tuttora. Ossequi ed esequie.

http://www.ipoc.it

… Da giuntarci, a tanta lezione, un’altra ancora non meno vera circa la ebefrenica avventatezza del contubernio e della coorte pretoria: ed altra ed altre circa la demenza totale di un poppolo frenetizzato; che (presta)va le sue giovani carni , muscoli e petti in parata, a tutti i mimi imperiali del mortuario smargiasso, avendolo inargentato salvatore della Patria.  E vorrei  e dovrei pur essere frenologo di quelli da mille lire a consulto: vedutoché a valerci tanta destruzione di vite e delle fulgide cose la non è suta altra causa, o ratio, che la incontinenza alcolica di un bicchierante. Frenologo non essendo, e tanto meno sifilòlogo, farò icché potrò…

Carlo Emilio Gadda Eros e Priapo…chi eran costoro?

 

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Il succo dell’avventore

Filosofeggiare non è che un altro modo di avere paura
L.F.Céline, Viaggio al termine della notte

Nel piccolo bar della libreria, dacché non basta alle librerie di essere tali, occorre che ammicchino, occhieggino, che si facciano sirene di altri piaceri o, senza dubbio alcuno, che si assumano da sé nel ruolo di  povere troie in calzamaglia con apertura pelvica per far prima, l’avventore è al banco, in piedi appunto, a consumare un bicchiere di un sugo viola che si deve intendere di frutta. Beve con lentezza come si fa con i liquidi o troppo caldi o troppo freddi. Ma non è questo che ci interessa anche se la seconda è l’ipotesi più probabile. È che alle sue spalle qualcosa si agita e confonde il suo solitario ristoro, qualcosa che da principio, non sa perché e noi meno ancora, da principio gli pare fastidioso poi al contrario gradito così come lo sono spesso certi rumori di origine naturale di cui, di primo acchito saremmo tutti propensi a infastidirci, brouhaha di insetti innocui, tuoni eccessivi, fulmini catastrofici, torrenti che scroscino con insistenza quotidiana fuori dalle nostre finestre, lo staccarsi in volo di una nuvola di pollini oltre il noto chiacchiericcio delle più diverse stirpi di uccelli all’alba quando, potendo godere del vantaggio di non doverne subire di altri, di rumori e fastidi, quali il rombo dell’autobus alla fermata sotto casa, il tuono delle prime motociclette al mattino, il manovrare dei carri per la spazzatura, qualcuno li maledirebbe cicalecci, schiocchi e trilli e frusci e scrosci che si mettono in moto a un tratto del sole, ma domani o tra un mese lo stesso finirebbe per provarne nostalgia; è un’ipotesi basata sull’osservazione che spesso il prigioniero ha nostalgia del ventre ovattato della cellula da cui è nato. Ora l’avventore, con accanto sul banco, il suo bel libro appena comprato, sfilato dalla busta di velina colorata della libreria per rileggerne la quarta di copertina, libro dall’aspetto pensoso il cui titolo non ci avviciniamo a curiosare per astenerci, una volta tanto, da quella operosa impiccionerìa nei fatti altrui che distingue il narratore dal comune mortale, o forse è il contrario, l’avventore pensa che quel frullio, che potrebbe riferire più a qualcuno che a qualcosa e che sente dominante alle sue spalle a dispetto del silenzio ortodosso della libreria, estiva, clima di smobilitazione generale dell’intelligenza, magari non gli piacerebbe se esso non lo toccasse per il carattere di ingenua vitalità che lo determina a librarsi nell’aria e, per così dire, a riempire di sé lo spazio aereo intorno, fino, forse oltre il confine del banco, là dove il barista è intento allo scarico della lavapiatti, fumante essa quanto egli il barista pare fumato dalla stagione. Il cicaleccio, o come lo si vuole chiamare, all’avventore che tenta di bere più che sorseggiare il suo succo viola, arriva con un che della frenesia dei merli intorno al nido, sempre  al mattino appunto o nelle ore delle pappe per i piccoli; gli pare corrisponda ora a uno squittire, ora a un gorgheggiare, a un chissà come chiamarsi e riconoscersi e rispondersi, agitarsi, a un far presto, un volare su parole confuse e dette troppo veloci per aver voglia di essere intese e che all’avventore sembra non volersi concludere almeno su una frase in chiaro dopo tutto quell’accavallarsi di ciance, l’avventore è tagliente di sentimenti e scomodo nei giudizi, di sillabe, di cioè cioè, di capisci, detti con troppa fretta e poca valutazione degli imperativi sintattici che sono il succo di frutta del pensiero quando è succoso. Ma all’improvviso, tutto il logorare una dopo l’altra sillabe e fonemi, blblbl, culmina nel posato svolgersi di questa frase breve e di poco conto, valutata in termini assoluti, Ho girato il mondo per trovarlo. Silenzio breve che dà modo all’avventore di interrogarsi sul perché questa frase lo abbia colpito all’istante come un dono inaspettato e pòrto con tutti i sentimenti benevoli del caso e che sono spesso più del donatore che del donato. Non si volge a guardare chi può avere detto quella piccola frase, l’avventore. Sa che se ne sta guardando bene. Cerca solo di immaginare che oggetto o cosa è stato cercato e addirittura per  il mondo ma ha capito l’avventore che per mondo si intende una sua piccola porzione, meridionale, più convinta d’essere agricola che estiva e turistica; si sorprende egli a congetturare se sia un oggetto, un cibo, un vino, una cosa desiderata e nota ma mai posseduta da chi la riceva, o al contrario una richiesta esaudita oppure, appunto, un regalo imprevedibile e chissà sorpreso alla fine in uno stambugio oscuro o su una bancarella lontana, ma cercato, meglio dire trovato per effetto di tanta luce e degli orizzonti e dei blu e dei bianchi e di un calore umano prima che meteorologico, calore che infine si sa essere solo la proiezione di un desiderio, di placenta; infine offerto come una mirra, Ho girato il mondo per trovarlo. Sembra all’avventore, fisso  sull’ultimo resto di succo viola, una frase bellissima, per come è detta, per il modularsi della voce, si precisa che è femminile, ricca come una peregrinazione esaudita di promesse che può darsi andranno smarrite nel bel mezzo di un parcheggio, di una attesa in piedi nel tetro corridoio di una scuola, nell’attimo di un insulto greve o nel corso di uno dei tanti, il prossimo nello specifico, funerali d’inverno. Promesse, speranze, ah le speranze, inconsapevoli quesiti, richieste di qualcosa in più, di duratura giovinezza, Ho girato il mondo per trovarlo, di innamoramenti gravi, di intensissime sensazioni, di sentimenti illustri e illusi. E allora allora allora. Senza voltarsi al suono di quella voce, cui anche noi ci adattiamo senza volerne sapere di  più, l’avventore paga il suo soldo, due per l’esattezza, caro il succo di frutta sì, il barista incassa e scarica dalla cassa lo scontrino dovuto. Studia il passo l’avventore per evitare di vedere chi stia alle sue spalle, per non volersi perdere in un’immagine deludente dopo che la voce, la frase gli sono sembrate così dense di senso da non volerne smarrire, con la vista, il profumo e l’aroma. Si allontana verso la cassa sul piano della quale una bambina sottile, semìta si direbbe, dall’aria non si sa se timorosa o umile o vergognosa, deposita un pacco di libri letti, cavandolo da un carrello per la spesa, forse è di questo oggetto che si vergogna e dell’obbligo impostole dalla madre o da chi per lei di aggirarsi già per il mondo con il marchio in fronte del proprio ruolo subalterno. Gentile, di nome sul cartellino di riconoscimento e di fatto, una cassiera giovane, un filo di perline chiare di sudore sul far del labbro superiore, fa il conto di quanto può darle di tutto quel pacco di libri dai margini vissuti e conclude, Ti posso dare solo due euro questa volta. Il prezzo di un succo di frutta.

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A.U.D.

LO STRANIERO…Riassumiamo ora dicendo che la parte della tecnica di acquisizione e della tecnica di scambio per compravendita e della tecnica mercantile e relativa all’anima, in breve la compravendita di insegnamenti e di discorsi concernenti la virtù, costituisce la seconda manifestazione della sofistica

Platone_Il Sofista, XI*

Dato il dirompente successo editoriale dell’ignoranza, dell’a mé mé piace del gusto, della sua assenza elevata a potenza di sintassi, della puerilità osannata, dell’adolescenza a-termine, si suggerisce qui di seguito un catalogo minimo di letture per i tempi del marketing, del potere e della comunicazione sociale. Digests ancora da scrivere ma nel dialetto angliano corrente, facili, interattivi, comprensibili a tutti, specie agli analfabeti, costruiti intorno a frasi elementari da completare a giudizio dell’utente, sia egli dottore in scienze dell’alimentazione o il suo autista. Leggibili ovunque, in freccia rossa e freccia bianca, in autoblù, métro e mètro. Seguiti da alcuni semplici consigli per i più piccoli al fine di raggiungere e possedere nella vita il giro-vita, farla franca e farsi la franca. Prezzo, che come si sa è consigliato, 99 eurocents cadauno. Eccone qui alcuni titoletti, in ordine sparso, tanto l’alfabeto non lo ricorda nessuno. 

  1. Piccoli doni
  2. Piccole dome
  3. Piccoli doni crescono
  4. Vai col vanto
  5. Anna in carriera
  6. Un cuore scampolo
  7. La vita prega
  8. Mò be God
  9. Il vecchio e la mora.
  10. Di pace in guerra
  11. La commedia d’Ivana
  12. Le promosse spese
  13. Il ponte sul fiume Mai
  14. Alla ricerca del tempo per dirlo
  15. Addio a Barni
  16. La feccia nera
  17. I ragazzi della via PIL
  18. Ivanhoe & Co. Maneggi
  19. Cime spettinate
  20. Gorgogli senza pregiudizi
  21. Diletto e mi sbrigo
  22. Le relazioni onerose
  23. Trattatoria Merulana, pasticci
  24. E le stelle se la fanno guardare
  25. Una gita a Fano
  26. La repubica
  27. Salamanché  moser-joyce

*a cura di Beatrice Bianchini_Armando editore.Roma, pag.70

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Areostatica

san-sebastianoÈ nota la capacità dei palloni e dei gatti di gonfiarsi sponte propria. Da qui, da questa vedetta sull’atlantico, di rado chi scrive ha parlato di sé. Questa volta si mette in guardia il lettore, contravverrò alla regola, mi chiamerò io. Anni e anni fa ebbi la ventura di allestire a Ravenna una sfortunata edizione di Fanciulla del West. Ai tempi facevo anch’io il regista di mestiere e, stante il mio ruolo che dovrebbe essere in contraddizione con il successo dal momento che non crea nulla e non ci mette la faccia che spende l’attore, mi accontentavo di portare a casa l’indispensabile al ménage familiare. Ciò benché tra gli addetti ai lavori, tecnici soprattuto tecnici, fossi molto sinceramente stimato, persino sopravvalutato, qualche volta ammirato, di rado invidiato. In generale e soprattutto, il mio lavoro riscuoteva inoltre il consenso del pubblico e ciò mi dava la soddisfazione dell’artigiano che si dice, Ho girato bene i dadi, le viti sono buone e adesso un bel bicchiere, una bella pastasciutta e vado a dormire contento. Ebbene con la Fanciulla non fu così. Si provava in due trincee contrapposte, da una parte la compagnia, il direttore d’orchestra e chi scrive, sodali, dall’altra l’architetta/scenografa e la direzione del teatro che ce l’aveva appiccicata, per chiara fama lei e chiaro fumo delle sue gauloises. La fine della rappresentazione fu esaltante per tutti gli interpreti, tutti giusti nella parte che l’autore Puccini aveva loro assegnato e che nessuno, nemmeno l’architetta poteva loro togliere, e tutti a posto con la testa; per me fu un subisso di fischi. Mi trafissero perché a guardare ingiusti, il lettore avrà in mente il san Sebastiano qui del Perugino, ma mi afflissero lo stesso perché il pubblico non deve sapere che cosa c’è dietro e, benché i miei compagni volessero trattenermi abbracciandomi per solidarietà e cose del genere, non ressi alla vergogna e me ne scappai ossequioso a quei fischi, meritati. Perché non mi ero astenuto dal colludere con il potere, per un malinteso sul mio potere di dire no, non avevo rinunciato a lavorare; per non rinunciare ai 4 baiocchi che mi pagavano, avevo chinato il capo ai ghiribizzi di una architetta di palazzo che mi aveva imposto seggioline da asilo, ricordo bene, e un arredamento per vetrine a illustrare il saloon dove l’azione fu pensata dal Puccini. Ma si era ai tempi in cui sotto il piede di un tale craksi tutto, anche la fatta di un cane, si giustificava in quanto potere del cane di farla e lasciarla lì. Il pubblico si arrabbiò invece e molto e della vetrina e delle casette e delle seggioline me ne attribuì in esclusiva la responsabilità. Ripeto, mi vergognai come un amante scoperto a tradire l’amata. I fischi erano corretti, qualcuno doveva pagarla. Ricordo un noto trans locale tale Amneris che pure di travestimenti se ne intendeva ma che dalla prima fila mi urlava, Vattene, vattene. E vattene, mi dissi.

Ora ieri sera, 7 dicembre, inaugurazione della Scala, ho osservato invece il sorriso felino di chi non solo ha avvallato la devastazione di un capolavoro ad opera di uno zarevic senza dominio, gusto, stile e competenza di mestiere, arte lasciamo stare, il quale ha compiuto un’opra senza nome, qualcosa come appendere sotto sopra las Meninas di Velasquez per vederle da un altro punto di vista, che non è loro proprio, non solo, non solo; appeso il quadro al rovescio le vibrisse di questo conservatore di museo dei rovesci ha aggiunto pennellate personali di verde veronese e bianco cadmio, giusto per passare alla storia del marketing culturale rispetto al quale la pubblicità di un pavesino è un’opera d’arte, perché meglio di questa pornografia del reale dominante egemone suscita l’immaginazione sul che cosa fa la Pellegrini quando non si allena e non mangia biscottini. Ha fatto egli come fan tutti i felini e i sordomuti, ha strascinato i tempi ma senza le gustose cime di rapa, ha aggiunto, rimesso in piedi cose tagliate o dall’autore a suo tempo, e allora perché ricacciarle dentro per compiacere l’ignoranza di un istituto di ricerche filologiche di chicago, non è una parolaccia ma un toponimo, o dall’uso di maestri antichi che, intendendosi di teatro, sapevano che un’opera d’arte non è una giustapposizione iterativa di episodi ed elementi scazonti, ma l’equilibrio sulla corda di un funambolo contemplato dal fondo dell’immobilità e del silenzio. Il fondo dell’arte autentica che si dona con la staticità di Gottfried Benn; quindi niente ripetizioni o aggiunte che tradiscono non solo Verdi, è morto e non se ne accorge, ma il fare del teatro che è vivo e che il Verdi capiva benissimo. Ma il felino dicevo, sotto i buuu e i fischi dolcemente accomodato nella poltrona della sua obesità, in sé offensiva perché pare raccontare il proprio me ne frego del vostro giudizio con tutto il mio corpo, ostentava in ribalta il sorriso di chi sembra dire, Fate fate che io ho il potere e voi no, io sono pagato a palate e voi no poveri coglioni, dissentite dissentite, io resto, perché sono il potere, Io; io ho il presidente della repubblica e le banane anche dalla mia parte. Io sono la fatta del cane che il padrone non raccoglie.

Ho capito di colpo il dramma di questi Macbeth la cui mancanza di prospettiva nel guardare sé medesimi li porta a interpretarsi come interpreti del reale, senza orore di sé stessi, per citare petrolini, et pereat mundus. Bah nulla ho da aggiungere anche parché mi manca la capacità che è degli animi razionali di stringere con un bullone ben stretto la morsa dell’incontrovertibile e dimostrabile. Soccombo e rimando per questo il lettore a casa di Alberto Biuso www.biuso.eu le cui osservazioni di filosofo dell’umano troppo umano sono indispensabili a chi pensi di dovere pensare prima di riscuotere la gratifica del consenso, anzi che da questa gratifica si tiene lontano. 145 lettori dopotutto sono di più dei 25 previsti dal Manzoni per sé. Amen e arrivederci. La chiusa amen e arrivederci non è mia ma di Friedrich Nietzsche, Umano troppo Umano.

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Da Marco Polo a Marco in polo

Sabato 10 agosto, ore 12, un fantasma sta appollaiato su un trespolo di un McDonald’s et pourtant c’est un homme. Indossa una canottiera aperta e molle, slembata dalle ascelle fino ai fianchi a mettere in mostra un tatuaggio continuo fatto di teschi, teschi e teschi. Egli mangia la sua carne fatta burger, non si esclude la propria, tra le due apposite fette di pane piuma.

Rifuggo dalla giornalistica quotidiana e settimanale da anni, per non gettare al vento 90 euro al mese e non perpetrare il rito del bacio alla tonaca della notizia che ogni giorno officia e rinnova l’eucaristia dell’informazione. Mi limito a guardare e riguardare in rete gli strilli, così sempre molto bene strillati. L’abate Dinouart -1716/1786 – osservante della legge ecclesiastica benché messo in difficoltà nel 1750 dal suo Triomphe du sexe, ouvrage dans lequel on démontre que les femmes sont en tout égales aux hommes: on y examine les avantages de leur commerce, et quel doit être l’amour réciproque des deux sexes – ebbe a scrivere che, si deve smettere di tacere solo quando si ha qualche cosa da dire che valga più del silenzio. È perlomeno singolare far fatica a leggere, di quotidiano, qualcosa che non sporchi; quando questo accada, ci si rallegra. Così apprendo che Adriano Celentano, scrive a un tale che riceverà una paga fastosa per dirigere il porto di Venezia o qualcosa del genere, gli scrive cara autorità; questo incipit mette di buon umore, cara autorità stai distruggendo Venezia. A furia di passaggi di mastodonti marini, seguita, e argomenta A.C. e conclude a modo suo. Quanta acqua sollevi la chiglia di un aggeggio da forse 70.000 tonnellate e quanta spinta eserciti sulle palafitte di Venezia tutta quell’acqua, penso che anche un bambino lo capirebbe giocando nella vasca da bagno con una papera di plastica, ammesso che ci sia ancora qualche bambino che gioca nella vasca da bagno prendendosi il tempo che gli compete. Ma alla stregua degli alonsi e degli herrera del ducato di Milano, le autorità portuali sembrano ignorare i dati che provengono da una vasca da bagno, preferendo inseguire quelli della loro fantasia malata del progresso costruito sul luccichio e la devastazione e, chissà chi lo sa, sulle buste gonfie di dollari che loro passeranno gli armatori di bastimenti impavesati. Ebbene a Venezia, alcuni cultori del bagno nella vasca hanno attaccato a ragione l’autorità, inscenando cortei contro il permesso di passaggio di tali navigli e contro l’idea ancora più folle di scavare un canale in più in laguna. Preciso che non me ne intendo di canali né voglio intendermene, mi pare che il progresso passi da troppo tempo come un’orda unna e, per me, la laguna di Venezia è e deve restare lo specchio silenzioso e caldo d’estate e il ghiacciolo blu d’inverno che conosco. Preciso che, dei si può fare, delle ragioni tecniche, delle dimostrazioni di pii ingegneri volte a garantire, crocifisso e regolo alla mano, che nulla può accadere alla città, frankly, come Rhett Butler delle lagne di Scarlet, I don’t give a damm, me ne infischio. Peraltro tutti sappiamo che in una certa notte di tregenda, resse la diga del Vajont ma non il Longarone che le stava di sotto. C’è un momento in cui dovrebbe prevalere il buon senso estetico, il gusto, e la ragione etica, contro gli ingegneri, le calcolosi matematiche, le fatture commerciali e le autorità. Tutti i refrain che hanno portato a devastare nel tempo intere regioni d’Italia, dalla Brianza, alla pianura veneta, dal napoletano alla Sicilia. Una gita alla piana di Agrigento con i suoi texmex sconforta e avvalora la visione del disastro antropologico. La Val di Susa non so dove porti, ma sono portato a dare ragione ai ribelli. Tanto per dire. Dunque ribellione a Venezia. Puntuale è sempre la polizia che si schiera con le chiglie d’oro, con l’autorità o con chi autorità non detiene ma prepotenza e la difende. Si schiera la milizia. Quindi non mi si venga a dire che non è complice. Non me lo si venga a dire. Dell’obbedienza agli ordini me ne infischio. O Himmler aveva ragioni da vendere tra lui e i suoi.

La questione supera in stazza quella di tutte le Regina Claudia del mondo. Far mareggiare queste barcacce in vista del Bovolo Contarini, dei Tetrarchi di porfido rosso, del ponte di legno dell’Accademia, vuol dire rifiutare la storia, l’eredità, la fatica di un’umanità che di sé, ingiurie e disfatte, crolli e guerre, e devastazioni e barbarie superate e infamità, ha voluto nei secoli lasciare l’impronta della propria bella tenacia: sì è vero abbiamo inquisito torturato e conquistato ma anche elevato al cielo, o con maggiore probabilità a noi stessi, preghiere di pietra e di pittura e di carta e di tela, e parole e persino di tessuti Fortuny, che chiedono perdóno, anche quando concederlo sarebbe arduo, di tutte le malefatte mai fatte e inducono a riflettere se sia o no il caso di togliere il condizionante, se, al giudizio di Primo Levi, Se questo è un uomo. Del turismo incrociatore, tutto quell’inchinarsi per affondarsi e affondare segnala il suo, Noi siamo solo presente, acciaio, vetro, aragoste in bellavista, ballerine, naviganti, comici di servizio; noi siamo coloro che sono sospesi sulla linea di Plimsoll, noi siamo quelli che non ce ne frega niente di nulla che non sia la nostra attualistica gentiliana. Siamo all’armi siam fascisti cioè sfascisti. Ché di questo è fatto di fatto il fascismo: viva la muerte muera la inteligencia, iterato e trasferito in ogni gesto del quotidiano. Noi siamo dei terra bruciata. Per questo navighiamo. Marchi in polo, anzi in canottiera. Questo segnala.

Giorni fa ho notato il seguente piccolo episodio, su un’altura del confine tra il territorio di Varese e quello di Locarno-Ch. In una chiesa del IX secolo, piccola, ben restaurata, elementare come una stalla ma perfetta di strutture e tutta frescata di dipinti, ingenui più che rozzi, insomma in una di quelle piccole meraviglie che insieme alle più grandi dovrebbe essere intese per segno distintivo di questo paese infimo che parlerebbe una lingua straordinaria, la sapesse, e con elevato proprio lì davanti a sé il cubo di calcestruzzo di una trattoria, peraltro di buona cucina, ecco che al termine di polente e cacciagioni e vini e grappe e amari, un’ intera comitiva di donne, donni e nonni, generici e bambini in scalmane vi si riversa, nella chiesina, bicchieri, cestini di pane e litro di vino per le mani. Poco dopo da dentro mi arriva la parodia avvinazzata della messa. Eppure si trattava delle loro religione, eppure tutti i pargoletti intorno, invitati allo spettacolo dei loro adulti in braghette, rutti e sandali, erano tutti di sicuro battezzati. Io che battezzato non sono e che mi sono indignato per il prete assente e che non avrà mai le mie confessioni ho inteso che il fantasma dell’innocenza in doppiopetto non ha bisogno di colpi di stato estivi; sta solo secondando quello che a se stessi hanno già fatto gli italiani. Gl’italiani così come ho visto scritto s’un cartello s’ul dehors di palazzo Grazioli, nel dì delle lacrime al coccodrillo. Non ho visto polizia.

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Bravi

Suona nelle orecchie di tutti la parola galera, evocata a stampa e a voce o come è possibile. S’ode a destra uno squillo di tomba, a sinistra risponde una squillo insomma, e pare un sinistro mantra fatto di un solo termine ricco di storia quanto di infami ricordi. Le galere veneziane, le galere delle maestà cattoliche, alias gli Absburgo di Spagna, la galera promessa e forse mai mantenuta per i bravi che tormentavano il ducato del Milan, nelle grida e nei bandi di minaccia iterata e dunque inefficace secondo Alessandro Manzoni, dei governatori spagnoli. Arrivati gli Absburgo d’Austria, scomparvero i bravi. Ebbene nella galere si marciva, alla lettera, legati ai remi, o a un muro, promiscui fino all’infimo, dannati più che condannati. Questo evoca il termine galera; chi non ci crede vada a rivisitarsi la storia, disciplina così negletta oggi quanto vasto è il suo campo e faticose le sue  indagini. Galera ricorda a tutti che siamo sadici, almeno in parte, oltre che belve gli uni con gli altri. Ricorda che di questo ci vantiamo, che al nemico auguriamo l’inferno di Dante, ricorda la peggiore idolatria cristiana per la punizione che traveste di sé il regolamento di conti, ricorda che ci scordiamo che Nous sommes tous des assassins,- Andre Cayatte, 1952 – e che dipende solo dalle circostanze il modo in cui questa propensione trova ora motivo, ora sfogo ora giustificazione; più spesso freno, per fortuna. Ricordarsi di Monsieur Verdoux, l’ometto di Chaplin che dice, Un omicidio è delinquenza, un milione eroismo, il numero legalizza, prima di concludere la propria parabola con un merci al boia che gli offre del rhum, aiuterebbe a capire che c’è qualcosa di marcio nel modo di intendere il giudizio sul misfatto, quale esso sia. Ma che tte lo dico a ‘ffà, chi si ricorda di Chaplin è la domanda cui rispondere non so, egualmente proseguo. Con galera si designa in questi gironi, non è un lapsus né un refuso, il luogo dove ci si aspetta venga rinchiuso qualcuno, E che si butti la chiave molti penseranno, che è  l’esatto contrario di Chaplin, gigante a dispetto della propria altezza, qualcuno che della propria bassezza ha fatto statura; un ometto vero, un noto capobanda, anche di musica sentimentale e con i capelli ma non altrettanto senso del ridicolo incollati in testa, il piccolo jocker di Monzabrianza. Faccio fatica a chiamarlo uomo quello, ne detesta il fascismo genetico il mio cuore mentale che ha un solo atrio ed è il sinistro; i miei 128 followers lo avranno bene inteso e se qualcuno non l’ha capito ancora, è bene si svegli e mi onori togliendomi l’onere del suo saluto. Faccio fatica a vederne, di colui, altro che male,  ma non riesco a  giustificare la voluttà con cui si stampa e si sillaba per lui la parola ga-le-ra. C’è il sadico secondo me che affiora sulle lingue e riempie le bocche di piacere filisteo, c’è l’inquisitore di più turpe memoria, c’è il diavolo cattolico con forca e forcone. Non mi piace. Le parole hanno corpo sono il nostro corpo e vorrebbero essere affrontate con attenzione, se non con prudenza. Il vocabolario non è mai un catalogo, ma uno scrigno di delicatezze, infatti, Voce dal sen fuggita/Poi richiamar non vale;/Non si trattien lo strale/Quando dall’arco uscì. Parola fuggita dal seno, da muscoli e sangue insomma. Pietro MetastasioIpermestra, Atto II, scena I – la sapeva lunga. Non sono un fautore della prassi italica di alleggerire i termini, non vedente per cieco, prodotto postale per lettera e altre risibili iniziative buro-linguistiche, non preferisco a galera prigione, né l’ineffabile casa circondariale appeso fuori le mura dei pii alberghi di detenzione. Penso però che la vicenda giullaresca dell’omino di tolla potrebbe indurre alla tentazione di rivedere per i più, per i meno fortunati, per i più disgraziati, per il proletariato della delinquenza, i giudizi sul giudizio, sul delitto e sulla pena che insiste e si affanna a essere tale, ma di più, più di pena, più di esclusione e reclusione, tortura, una tortura non sempre blanda, soltanto a guardar gli edifici adatti alla pratica con cui la comunità, lo stato, decide di essere nel giusto, ripeto dannando più che condannando, a uno stupro consumato a rate e con il placet e il conforto di una legge scritta a tale scopo: per avvilire, annientare, vivisezionare l’individuo. Si rifletta se il campo non è che l’estensione massima di un concetto angusto. Se l’Arbeit macht frei di Auschwitz è lo sberleffo inciso nel cuore di chiunque eserciti il diritto all’esecuzione delle leggi. Lo sbirro è benedetto in questo caso, ma non solo, quanto il delinquente che si crede dio, questo o quello per me pari sono. Non sono così sciocco da pensare che l’uomo sia buono di natura, non è sempre così perlomeno, forse nemmeno il contrario, ammazzo le zanzare anch’io anche se riconosco l’inutilità e la prosopopea del gesto, suvvia sono più di noi e meno pericolose. So che esistono, come diceva la mia prima psicanalista i ciula e i carogna, gli stolti e gli squali, o caimani. Lo so, l’ho provato sulla mia pelle, lo provo tutti i giorni, chiunque lavori o debba frequentare gli umani, prima o poi se ne rende conto. So anche che all’occorrenza, potrei uccidere io stesso animali più grossi di un tafano, o a compiere atti o gesti riprovevoli a scopo di difesa, per esempio, di chi amo o anche no, solo per difendere un principio, me stesso. Ho sempre pensato che gran parte della nostra esistenza individuale si svolga in una trincea, pronti allo zufolo dell’assalto e al grido avanti. Uffa. Proprio per questo penso che la vicenda di quell’ometto dovrebbe far pensare a come sarebbe bello costringerlo sì, ma non alla galera, anche a lavori utili alla comunità perché no, e non con l’intenzione di togliergli dignità, che è lo scopo preciso della pena che, la si giri come si vuole, è vendetta, ma di restituirgliela quale egli l’ha scordata, la propria e l’altrui, all’atto di farsi strada nel mondo; educarlo a sentire l’odore del propri calzini, finalmente, dopo tanti anni di biancheria abbandonata da lavare agli altri senza vederli, senza intenderne altro che il ruolo di comparse nel proprio teatrino narcisistico; senza capire che il potere se c’è è meglio smascherarlo, che la vita non è un west da conquistare ma un dono o una iattura eguale da condividere, ciascuno a suo modo. Anche a quella tarda età immagino che si dovrebbe costringere lui e i tipi come lui, a frequentare  la valentìa di capaci psicoanalisti, rigorosamente maschi, adulti e non consenzienti, che lo stringessero con manette più robuste del vanadio, quelle della realtà. Non per farsi curare, non credo sia possibile in soggetti siffatti ma per indurre senza limiti di tempo alla riflessione sulla pochezza di ciò che le mutande pietosamente raccolgono, finché dura, e che spesso non è nemmeno duro.

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Senza titolo

Alla domanda su quale sia la differenza tra uno di quei nuovi potentati barbarici dai nomi in -stan che popolano la collana di perle sul collo della russia cattolica ortodossa e il belpaese cui regnarono Guidi e Malatesta/cui tenne pure il Passator cortese re della strada re della foresta, rispondere diventa sempre più semplice, la differenza sta nel nome dei protagonisti. Sempre più cerati sultani tuttavia e sempre più grassi giannizzeri.

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