Il cuoco e il baccello

C’era una volta un piccolo paese lontano, che la geografia e il tempo avevano isolato quanto il cuoco separa il fagiolo dal suo baccello e tanto che un viaggiatore improvvisato, capitandovi per caso e non per volontà, avrebbe dubitato che un simile piccolo paese potesse esistere davvero, di là dal mito, da una leggenda, da una fiaba e persino dal sogno, così sperduto com’era, oltre quelle plaghe ai confini d’europa che, un tempo, o evocavano paure e ricordi di sordidi orrori o avevano nomi da operetta che il vòmere di interminabili guerre e l’infaticabile opera infine di neri ferrovieri dai lucidi gambali hanno soppresso per sempre. Ebbene, in quel paesino, viveva un rabbino anziano e si supponeva molto saggio il quale, proprio a motivo di ciò, era poco apprezzato da quella parte di popolazione che al pensiero, all’equilibrio, alla misura e persino alla buona educazione, accordava poco credito e ancor minore fiducia. Grazie al volere tattico ed economico di un pio quanto vedovo e melanconico mercante di tutto quello che ci si può sognare di commerciare per rendersi ricchi e indipendenti, per quanto possibile, dalla sorte avversa, nel piccolo paese fu organizzata la visita di un famoso rabbino, un giovane di città elegante e audace, gran parlatore e soprattutto gran fustigatore dei costumi; una specie di agitatore ma meno pazzo di quanto fosse furbo, dicevano i suoi detrattori. Il mercante, le cui fantasiose convinzioni e la pratica burbanza gli impedivano di non impicciarsi del benessere altrui che egli scambiava per malessere, e di non intrufolarsi nei focolari di tutti che egli riteneva propri, voleva offrire al giovane dalla lingua attorcigliata e sferzante, il destro di raddrizzare travi scettiche e ribelli, in senso simbolico e reale, e purificare le anime isolate, ma secondo lui decadute, di quella piccola ma operosa comunità di appartati la cui candida indipendenza e indifferenza fronte alle cose più intime della natura maschile e femminile disturbavano non poco i sonni vedovili del ricco mercante e di non pochi orfani o vedovili o infelici grembi. Dunque il giovane rabbino si installò nell’ospitale casa del pio mercante e subito ricevette omaggi da ogni tipo di curiosi, di devoti alle proprie nevrosi, devote e maddalene pentite di esistere, nonché di uno studente con brufoli esplosivi, certo schlemiel, un pasticcione pare voglia dire che, dalla più bella alla di poco passabile, tutte le ragazze chiamavano brufolo-dei-nani-l’ottavo, traduciamo così noi con molta approssimazione dalla goffa ma acuta parlata paesana. Tra una focaccia al sesamo e una salsiccia di pollo il predicatore si preparava a un’infuocata serata di dialettica pubblica, un divertimento, questo del dibattere, cui nessuno in paese avrebbe rinunciato tanto il dibattersi era da tutti ritenuto il più raffinato e stuzzicante dei divertimenti. Il giovane rabbino si sapeva avrebbe sparato ad altezza uomo, se così si può dire, su peccati e peccatori, dicendone di ogni e presagendone di ogni per coloro che alla legge del signore, non il mercante ma colui che  come è noto una ne fa e più di cento ne pensa, non si fossero attenuti, secondando il giudizio e l’obliquità di pensiero del giovane rabbino: un inferno in terra ben disegnato da un illustratore esperto nell’arte di mettere paura o infliggere dolori all’anima agitando ombre colorate. A quello sfoggio oratorio era presente l’anziano, saggio, equilibrato e misurato e rabbino locale che, dopo il grande e applaudito spettacolo oracolare del giovanotto, lo avvicinò e grossomodo così gli parlò, Rabbi caro, ho ascoltato e sono davvero lieto che tu conosca così bene peccati e peccatori; questo è motivo di grande conforto per me, che esista un giovane così bene istruito e altrettanto intransigente; ciò vuol dire che l’eredità dei nostri padri è la carne del tuo pensiero e l’architrave dei tuoi sentimenti più di tante, a volte vuote, professioni di fedeltà a essa e quindi la tua spina dorsale di oggi, il bastone, quando verrà, della tua vecchiaia, che colui che non oso nominare te la riservi lieve, il migliore dei conforti quando per te come per tutti sarà la fine dei tuoi giorni e, e, Eh sì, taglia corto l’altro affilando la propria arroganza e lisciando il proprio narcisismo con tutte le mani a disposizione, Sì davvero. Il rabbino di belle speranze già stava per licenziare l’anziano quando questi continuò, Già già, tuttavia mi pare ovvio che per parlare così, caro rabbi, di peccati ne sai assai assai, il vecchio potrebbe essere di origine napoletana in questa versione della storiella, Del resto sei giovane, oh bè si sa e, anche se, oh ne sono sicuro, certo le hai poi ritirate, voglio dire che devi bene averne toccati con mano, qua e là, di piccoli peccati, magari qualcuno un po’ più grande magari un, un, Io, schizzò sulle ottave alte il giovane predicatore interrompendo il vecchio rabbino con la precisione di un rasoio, Io no, io, non, ho, mai, commesso peccati di nessuna natura. Seguì un nous nous tûmes tous deux*, offeso del giovane rabbino, raggiante con calma del vecchio rabbino che, Ma allora caro scusami di che cosa vai parlando, dimostrando, tuonando e predicando e cianciando, concluse il vecchio. E, nel nuovo silenzio che seguì girò sui tacchi degli stivali fangosi e se ne andò. Il giovane quella notte stessa partì. Il mercante di lì a poco ebbe un infarto e morì. I grembi infelici continuarono a portarsi ora di qua ora di là per il paese senza trovare una ragione per tutta l’immensa tristezza che li avrebbe schiacciati, come limoni, per il resto dei loro giorni.

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Mi pare che questa favoletta, per la vaghezza della quale il rabbinato d’ogni ora e d’ogni età mi vorrà perdonare la traduzione per sentito dire e se non lo vorrà fare amen e arrivederci, mi pare si attagli a questi tempi di biliardo parlamentare su una leggina, da paesi poveri di spirito e spiritosaggine come il nostro, quella sull’omofobia che, come molte cose italiane dovrà arrampicarsi sui vetri anche se focomelica, per soddisfare gli aneliti estremisti di cïelle e delle varie reazioni cattoliche, ortodosse, putinesche e celtiche che, dopo i tormenti inflitti agli altri, da ultimo hanno preso gusto a proiettare su di sé il film del loro desiderio di martirio opposto al vertice, e si sentono the tormented. Strane vie percorre la psiche umana, sans un tout petit bout de laissez-faire, laissez-passer. Mah.

*Entrambi restammo in silenzio. M. Proust À la recherche du temps perdu – Du côté de Guermantes, VII
– Ah ! mais, c’est très aimable, dit Mme de Guermantes d’un ton volontairement banal, comme si je lui eusse apporté son manteau. Je suis très flattée. – Tiens, je vais un peu près de ma mère, je te donne ma chaise, me dit Saint-Loup en me forçant ainsi à m’asseoir à côté de sa tante. 
Nous nous tûmes tous deux. 
– Je vous aperçois quelquefois le matin, me dit-elle comme si ce fût une nouvelle qu’elle m’eût apprise, et comme si moi je ne la voyais pas. Ça fait beaucoup de bien à la santé.
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Ciò che racconta un piccolo naviglio

C’era una volta, e non c’è davvero ragione per cui si possa dubitare che una volta ci sia stato, un piccolo naviglio. È raro e obsoleto che si intenda per naviglio una nave o una barca anche di buone dimensioni, ma in questo caso, la canzoncina che dice esserci stato una volta un piccolo naviglio aveva bisogno di tradursi dal francese navìre, che indica proprio la stessa cosa e con lo stesso numero di sillabe e lo stesso accento al posto giusto, cioè sulla seconda sillaba. Dunque c’era una volta un piccolo naviglio che non sapeva navigare ancora, non perché fosse stato mal costruito, non perché l’equipaggio o il comandante lasciassero a desiderare, quanto a perizia di naviganti; il naviglio non sapeva navigare perché ancora non lo aveva mai fatto o forse anche le barche hanno un’anima e a metterle in acqua non è detto che subito si diano per vinte alla legge di Archimede. Com’è come non è, si racconta che il naviglio partì per un lungo viaggio, nel Mediterraneo è detto ma ci piace immaginare che scambiò per Dardanelli le colonne d’Ercole e il mare tra le terre con l’oceano senza terra, che sempre mare è ma che, anche osservato dalla spiaggia di Balbec con i piedi ben saldi a terra, mai ha un portamento rassicurante, nemmeno per il turista più ottuso e tutto preso dal sentirsi lupo nel suo mare, laggiù sulla terrazza della graziosa trattoria dove di cozze e pesci fritti si ingozza con le mani unte e un’aria da capitano coraggioso, un po’ brillo per il molto vino bianco ghiacciato digerito. Dunque via per l’alto mare senza posa, vento in poppa è l’espressione più consona a raccontare la bellezza di una navigazione aperta e veloce, quanto inconsapevole del fatto che i viveri a bordo, qualcuno, di certo l’errore è umano non del naviglio, qualcuno non li ha stivati per benino, non ha calcolato la durata possibile del viaggio, la rotta, i venti, gli alisei e tutte quelle variabili da cui dipende un viaggio per mare e che per quanto variabili hanno da essere previste quasi fossero certezze; dunque dopo 5, 6, 7 settimane ecco che il cambusiere scopre che la stiva è vuota o quasi; non l’avrà scoperto di colpo ma si può esserne certi, avrà fatto i suoi conti e si sarà detto, Con queste patate e questa carne secca arrivo in fondo al Mediterraneo e li ci si rifornisce. Il fondo però non era ancora in vista, anzi i calcoli lo davano ancora per lontano, tanto lontano da far dubitare che i calcoli dell’ufficiale di rotta fossero mai stati ben calcolati se dopo ben sette settimane, ebbene se dopo tutto quel tempo del Mediterraneo e della sua fine nemmeno si notavano le nuvole che dicono si formino in certi giorni di burrasca proprio sulla cima dei monti intorno, dell’Olimpo per esempio. Così senza viveri e nemmeno la più pallida ombra di certezza di un rapido attracco, in qualche isola vicina, nemmeno da nessuna parte, ecco che in un lampo l’equipaggio decide di ricorrere al vecchio espediente di giocarsi la vita alla paglietta corta. Si  è vista la scena in qualche film, di guerra o  di marineria appunto; il più anziano o il più autorevole sul ponte, magari quello che da giovane ebbe la gamba troncata da una granata, mette insieme un certo numero di stecchi o di pagliuzze o di filìni, quello che c’è, tutti della stessa lunghezza tranne uno. Poi come va a finire è facile da capire. Mentre quell’uno tiene strette nel pugno le pagliuzze, o quello che sono, in modo da nascondere quell’unica corta, tutti i presenti a turno strappano dal mazzo quella che loro capita; è nota la scena di sospiri e sudori terrorizzati e di dita tremanti, corredo di ogni estrazione. Il gioco può durare anche fino a esaurimento delle pagliette o pagliuzze o filìni o stecchini. In ogni modo si sa che a chi tocca il più corto, tocca la sorte più amara, una missione suicida, un compito tanto gravoso quanto impossibile da esaurire, cose del genere. In questo caso il caso giocò a sfavore del più giovane tra i marinai, un mozzo, e il suo compito, se così si può chiamare, la triste bisogna, quella di essere messo arrosto o bollito o comunque cucinato per il resto dell’equipaggio. Sicché mentre il sordido resto affila denti e coltellacci e si intrattiene con il cuoco dissertando su quale sia delle salse la migliore per accompagnare il banchetto e se del giovane sia meglio la frittura o la fricassea, ecco che il mozzo monta ratto in cima all’albero maestro e dalla gabbia di lassù, quel paniere o cestello o semplice pedanina, dall’altezza sul ponte della quale scrutare a fondo i limiti del mondo, cioè del mare visibile, ecco che egli si mette a interrogare il cielo più che il mare o entrambi le immensità; così guardando e interrogando vede lontano un brulichio, un’effervescenza dell’acqua che gli mette subito qualche dubbio motivato; pensa che non si tratti di onde malandrine, pensa a turbolenze delle profondità, a melstrom, alle sirene pensa, di cui ha sentito raccontare e che popolano gli incubi degli uomini in mare, come presagi oscuri  e latenti che se si avvereranno o no, sapere non si può e come, nemmeno indovinare. Sicché il ragazzo scende dalle nuvole alla sua gabbia e si mette e pregare, visto che a interrogare non si ottengono risposte né dalla acqua né dal cielo.  Pregare fa lo stesso in genere, ma è noto che rivolgersi al proprio dito o a una coperta o, come si racconta facesse Martìn Lutèro, ai chiodi del proprio cappello o infine solo a sé stessi parlando da soli,  per un po’ produce quell’anestesia o quella calma dolce che tutte le ripetizioni dello stesso atto inducono. Così tra quei pensieri rudimentali e quelle più rudimentali parole, immaginiamo quali, Oh santa vergine mia buona madre, signora e padrona del mio cuore, aiutami e impedisci a quelli laggiù che mi mangino, oltretutto sono magro e ossuto, nemmeno buono per il brodo ohé ohé. Eccolo lì il risultato da vedere, un miracolo  messo in atto dalla buona volontà della signora, con molta maggiore certezza dall’inattendibilità del caso o dalla volontà creatrice del ragazzo, perché noi non sappiamo che cosa, che forze, dèmoni o dèi, può scatenare la paura e il termine di ogni speranza, ovvero di ogni illusione. Così ecco che migliaia di pesci, vivi e vegeti e salterìni schizzano fuori dall’acqua sul ponte della nave inondandolo con il loro fervore suicida. Si agitano e boccheggiano i pesci senza mezzi per respirare, simili a epilettici stupiti, poi si assopiscono e muoiono. Non c’è che da pigliarli sventrarli e voilà buttarli a friggere nello strutto, di cui è evidente non essersi esaurito del tutto l’ultimo barile. Così per una volta il giovane mozzo fu salvo e se questa storia ha un che di divertente, canta la canzone, bene da capo la ricominciamo, canta la canzone.

Ma noi che divertimento addosso non le troviamo, su di lei buttiamo il nostro sale e la mangiamo, così da non scordarla più.

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Linea 27

Salire su un tram può essere un’esperienza edificante. Il tram come piazza dei miracoli, dove chi possiede una fisa, non è un errore di battuta,  o un violino o una clavietta decide che suo è il diritto di imporne il suono ma annichilendo i ben bilanciati rapporti tra tonica e dominante, indagati nei secoli dagli inventori della musica. E poi chiedere, tutti chiedono senza donare un po’ di quel che si chiama. Il tram trasporta il puzzolente, il lettore della stampa fascista e demofascista, quasi tutta diciamolo, e i pensionati; figure retoriche del panorama italico in queste estati pallide; travestiti tutti da jack nicholson in the departed, capelli lunghi, cappellini da baseball, sguardo grifagno e, Me ne fotto, ululato per tutta la lunghezza del grande cavallo di ferro. Poi si scartoccia  il cellulare e, Dove sei Tonino, arriviamo. Non arriviamo proprio, siamo già arrivati da nessuna parte. Come funzioni un telefono essi non sanno di certo, non sanno nemmeno come funzionano i loro testicoli, ma usano, questi e il telefono, come se ci fossero nati dentro. I partigiani della democrazia diretta potrebbero inferire che il tram è un parlamento di decisioni importanti. Facciamo fuori la Grecia dalla linea 27. È vero che linea 27 sembra dizione tanto minacciosa quanto parallelo 38. Sì. Ecco delinearsi, delinearsi già, il senso dei termini rispetto e tolleranza. Per rispetto devo subire l’oltraggio dell’orrore. Per tolleranza devo sopportarlo. Ci si ribellasse, si chiedesse alle bocche carnivore di tacere, di comprendere, con la compostezza dello stare seduti e non a gambe larghe e del tacere, chi non vuole sapere dove va tonino, ci si troverebbe respinti, esperire per credere, da nugoli di, Fatti i cazzi tuoi che cazzo vuoi e che cazzo mavafanghulo. I pensionati sono una categoria di potere sottaciuto e dello spirito negato, non è una questione cronologica ma antropologica, che si arroga il diritto di mostrarsi arrogante come se si trattasse di una conquista dello spirito in sé. Non so e non ho mai saputo niente, sembra che dichiarino, ma l’età, tra vertici opposti di ostentazione, mi garantisce che posso venirti addosso con il bastone o con il pondo delle mie puntute mammelle, e farti vedere che pubblicità mi ha partorito ed allevato, che cicco la cicca, che dove sia Cipro non so né mi importa ma credo nel telegiornale onnipotente e leggo gli articoli di bellusti e salpietro, due degli uomini di mezza età che, per motivi di servizio, meglio rappresentano la grande area protetta dei protetti, rispettati e tollerati che popola questo paese sfortunato, così sfortunato da non ricordarsi che fu domicilio di Margherita Hack e Primo Levi, di Monicelli e Gassman, oggi di Busi. Perché mai di Al Fànoh. Ma no, di questo l’italiano rispettoso e tollerante non fa menzione ai propri neuroni. L’italiano rispetta, cioè ossequia chi non lo rispetta, tollera chi invita a tollerare ma nega, con la parola tolleranza, diritto di cittadinanza al pensiero o con più semplicità allo stile, che è presupposto di ogni creazione. Tollerare è essere condiscendenti dal basso del poggiapiedi o dall’alto di un trono ottenuto e detenuto con la prepotenza.  Sessantottino a-termine, cioè talebano democristiano, l’italiano continuerà  a tollerare senza indignarsi l’offesa delle città prive di piani edilizi e villette edificate di notte da nanetti diplomati in geometria all’università della ‘ndrangheta, tollererà condomini scrostati, diocesi che tuonano e prefiche, vallette del cioè-nel-senso e miss itaglie, bugìe e sindoni, tollererà governi di padri e amanti pur che sia, partiti democratici e azzeccagarbugli. Tutto tranne tutto il resto che resta. Ah questo proprio no. Ai valichi che furono di frontiera dovrebbero bene elevare al cielo cancelli elettrosaldati, che rechino l’avvertito motto, Lassè ogni speranza you còming dénter.

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Partenti e sorridenti

 Die drei Leute vom Labor pagg. 150/1/2 è il momento di Se questo è un uomo in cui tre prigionieri misurano la propria umiliazione sporca con la bella arroganza di tre giovani impiegate tedesche nel laboratorio chimico di Buna-Auschwitz; uno è l’autore, il chimico Primo Levi. Le signorine cantano, fumano, si limano le unghie, si pettinano, parlano di ferie, di quando sarà Natale, chissà, si rifanno il trucco si aggiustano la gonna, con un dito intriso di saliva correggono il tiro alla riga delle calze perché non facciano loro sfigurare i ben nutriti polpacci. Già uno se le immagina, è così davvero. Indifferenti. Tetragone. Qualche anima bella tra i lettori dirà, disumane. Acqua passata. Non è una domanda ma un’affermazione sospesa sul baratro.

Ieri sera camminando per uno dei giardinetti della città e in un momento di disperazione mi è sembrato di vederle, anzi le ho viste, quelle stesse signorine, 70 anni dopo, la stessa determinata attenzione alle loro gambette, ai loro, oggi, plateaux, chissà quante sanno che si scrive così e non si tratta di inglese, al tacco 12 o 15, alla gonnella sipario su vulve abbronzate, al trucco, alle loro vacanze, al chi vedremo stasera nella bolgia ritmica di quello che di giorno è virtuoso bar bianco, tutto latte e yoghurt, e la sera si trasforma in ritrovo urlante di una jeunesse doré, strapagata non si sa da cosa, da chi, se da stipendi di favola per lavori determinanti al mantenimento dello status quo, è possibile, o da prebende o denaro che i genitori elargiscono senza badare, tanto ce n’è e la crisi passerà e noi abbiamo depositato tutto in turchia e speriamo che questi cazzovogliono di turchi non rompano i coglioni, ma poi la turchia non sarà metà greca? Indifferenti, allegri, ciabanti. Tetragoni. Disumani? Ah, dimenticavo ignoranti. Ai postumi delle loro sbronze l’ardua sentenza.

Poi ho pensato al partito democratico e ho trovato un’altra radicale affinità, ovvìa relazione di contiguità, tra quelli e questo. Stessi urletti, stesse pose, stessa aria di mondo, stesse sartorie, stesso siamo di, un momento di sinistra sì ma lascia perdere, non è prioritario, veniamoci incontro.

Ho pensato che ciò che di etico, laddove per etica si intende una prassi commisurata sempre all’equo, al gentile, all’utile, al bello e buono e vantaggioso e ripartito, ho pensato che ciò che di etico era del vecchio Pci, coincideva con la sua fede, del tutto religiosa, nel partito ovvero nella chiesa, èidologica; in quella particolare sua forma di cattolicesimo ecumenico, che dettava le regole del limite di ciascuno, svolgendo in pieno lo stesso compito che le religioni si sono nei secoli arrogate il diritto di svolgere: temperare le spinte individuali e, non essendo di preciso possibile data la naturale disumanità dell’umano, indirizzarle a qualche nobile impresa, crociate, guerre, rivolte, scioperi, collette, funerali e gott-mit-uns, cose. Nell’azione, cioè nello stare compatti come la decima legione invitta fronte al nemico di classe. Scomparsa l’idea, anzi chiarito che è superfluo avere idee, ciò che conta è fare per fare e proclamarlo senza fare alcunché anzi il contrario, e quindi la ragion etica dello stare compatti, il partito si rivela per quello che è sempre stato in pectore: banda di malfattori, umani troppo umani, non meno tali dei loro camerati della contigua sponda di democratico fascismo. Questa la larga, che più larga non si può, intesa. Indifferente, allegra, ciaba tu che ciabo io. Tetragona e insensibile al quotidiano di milioni di Häftlinge di un sistema concentrazionario nel quale si demanda al prigioniero stesso e ben ammaestrato dalla televisione, di costruire il proprio reticolato con drum drum drum a chiodo, chats chats chips chips let’s twit again, cocktails e scopate gagliarde. È indubbio che si tratti di un progresso, di una comodità e di un inganno vile, cattivo. Acqua passata. Non è una domanda ma una affermazione sospesa sul baratro.

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Stelle di prima grandezza

Ho incontrato ieri l’altro delle persone fuori del comune con le quali ci siamo incontrati nel teatro comune dell’intesa tra chi, non ancora conosciuto né conoscendo ancora, con grande emozione, nell’altro sente vibrare l’altro da sè che tocca, accende e attrae. Il più grande tra i grandi, Marcel Proust, stimola nella sua lingua limpida questo blog, non tanto a stargli alla pari, impresa impossibile, ma di quella lingua e di quei pensieri sottoporsi alla benedizione ogni volta che scrivo uno di questi pensierini chiamati post e in questa altra lingua che amo e che è grande benché negletta. L’altro grande è il mio Saramago cui va la mia riconoscenza per essere esistito e avere scritto. Si parlava di grandi dunque, letterati in genere ma il tema di sicuro era un altro. L’interrogazione è sul che cosa  fa grande un grande e perché lo si definisce così, ecco la domanda. Credo che fondamentale sia il carico di significati che un grande porta con sé nel suo essere un corpo pensante che trasferisce il proprio essere carne e sangue  nel corpo, differente per sostanza ma non per consistenza, che un libro dev’essere, pena la sua estinzione al ruolo di oggetto da ombrellone o di abecedario per analfabeti estetici, forse più che tali. Chi mi conosce sa che sono polemico e intransigente ma poco mi importa: continuerò a distinguere tra letteratura e scrivitura, tra teatro e spettacolazzo, tra cinema e intrattenimento, anche se riconosco che le impossible missions mi divertono. Mi spostano cioè su altre strade, di cui non mi vergogno, ma che che non mi distraggono dalla convinzione che esiste un bene, ma non comune, forse invisibile proprio quando appare, che in genere si chiama arte, parola tanto abusata da richiedere il diniego e il pudore quando si è costretti a richiamarla. Offro invece in lettura un piccolo oggetto poetico di un poeta ormai oscuro quanto lontano nel tempo, tale Alceo. Eccolo qui, per trasmettere a chi legge, in una traduzione azzardata, un poco di corpo e di sangue che, dunque, sia di buon augurio in questo scorcio di mezza estate. Kαλὸς κἀγαθός.

(Antologia palatina, fr. 347)

Τέγγε πλεύμοναϛ οἴνῳ, το γὰρ ἄστρον περιτέλλεται,

ἀ δ’ὢρα χαλέπα, πάντα δὲ δίψαισ’ ὐπὰ καύματοϛ,

ἂχει δ’ὲκ πετάλον ἂδεα τεττιξ (-)

ἂνθει δὲ σκόλυμος, νὒν δὲ γύναικες μιαρώταται

λέπτοι δ’ἂνδρες, επεì (-) κεφάλαν καì γόνα Σείριος

ἂσδει

Bagna di vino i polmoni che l’astro gira e rigira

la stagione assassina, ché tutto è febbre e arsura,

e stride tra gli steli gradita la cicala

è in fiore il cardo,  nelle donne il sangue matura

e deboli gli uomini fa  Sirio che la testa brucia

e i ginocchi

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Malleus Maleficarum

Preciso che dell’Egitto conosco poco, a parte, un po’ la letteratura, Lawrence of Arabia, e i volti e gli occhi simili tra loro, che animano quel mondo disteso tra Istambul a Marrakesh passando per Catania, e che mi inducono sentimenti amorosi naturali, ancorché non sempre giustificati. Non so da che parte stia l’esercito di prodi né da che guerrier sia guidato, se sia un virtuoso e severo epigono di Mustafà Kemal Atatürk, votato all’affermazione, anche con le armi, di un Egitto laico e dotato di servizi igienici per tutti oppure non so; né so chi sia questo Morsi, cui, osservo non è ancora stata fatta la pelle; né so di preciso di che pasta siano i fratelli mussulmani, benché, da figlio unico, il termine fratello mi faccia subito ricorrere da una parte al Caino di Saramago, dall’altra a Pulp Fiction, e l’aggettivo mussulmano mi perplima tanto quanto potrebbe indurmi alla perplessità l’attributo cristiano, indù o anche varesotto: fratelli varesotti, già vi sento slabbrare le vocali o ed e, oltre i loro limiti di apertura e chiusura. Le fratellanze, al pari delle alleanze inoltre sono, nella mia esperienza, votate all’offesa più che alla difesa, o alla difesa di questi per far fuori quelli. Bene, ciò che mi incuriosisce è un periodetto tradotto per i propri delfini dal quotidiano della Repubblica che così canta

Obama: I militari restituiscano subito il potere ad un governo democratico e civile”Il presidente americano prende posizione sul dramma egiziano. Si dice preoccupato gravemente per la decisione delle forze armate di destituire Morsi e chiede il rispetto dei diritti umani. La questione degli aiuti Usa all’Egitto: “Valuteremo tutte le implicazioni”

Ora, mi sembra bizzarro che il presidente di uno stato unito, che conosco solo per esserci stato un mese una volta, ma che so votato alla fratellanza anch’esso, religiosa e militare oltre che tra squali dello stesso acquario, un paese che arma una guardia nazionale militare di offesa da fratelli a meno fratelli, che ha più militari che papaveri nella propria nomenklatura e che, impiegato e datore di lavoro di sé quale malleus maleficarum dell’universo mondo è in conflitto permanente con chicche & ssia ritenuto diavolo, e tanto che delle proprie armate fa prodotto da esportazione rapida, e in genere permanente, ebbene bizzarro di un tal presidente mi pare il preoccuparsi, o si tratta di invidia del pene non so, fronte a un’iniziativa che in Egitto ha il precedente di Nasser, se non mi sbaglio, e l’esempio soft-porno di Mubarak. Non sono così contrario all’americano come categoria dello spirito, ne ho conosciuti e stimo parecchi, i creatori di cartoni animati per esempio, ma mi ha sempre insospettito il fatto che gli americani non usino il bidet. Chissà forse defecano tutti fraternamente democratici all’alba e subito dopo si fanno la doccia, una volta al giorno, non di più; se si è persone pulite eh sì. Il disagio della civiltà.

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Autobus autobus

L’autobus arriva, scivolando sulle ruote si potrebbe dire, o rotolando che sì sarebbe più preciso, ma ovvio. Dunque, dal momento che l’autobus rallenta e si ferma nel modo più consueto per un autobus, fatto di cui tutti hanno esperienza o quasi tutti, non gli infanti in fasce per esempio certo che no, allora pare inutile soffermarsi sulla modalità di arrivo dell’autobus alla fermata e, di più, sul numero di riconoscimento della linea, che quel mezzo stesso serve; numero la cui influenza sullo svolgersi e il terminare dei prossimi fatti sarà nulla. Arriva, da sinistra per il lettore pignolo, accosta al marciapiede l’autobus, e si ferma lampeggiando da tutti i fanalini arancioni di segnalazione, le note frecce. L’articolo determinativo lo occorre in quanto al viaggiatore in attesa sul marciapiede esso, autobus, appare quasi subito un oggetto dotato di una sottile quanto misteriosa determinazione a essere tale. Non un uno quindi, ma un lo. Il motivo di questa sensazione non è noto e conoscerlo sarebbe irrilevante quanto la sensazione stessa. Il viaggiatore è pronto e attende che si spalanchi l’ultimo gruppo di porte, le posteriori estreme, in corrispondenza delle quali si è messo in attesa sorvegliando di tanto in tanto le palette elettroniche che avvisano i viaggiatori quando, non di rado se, arriverà l’automezzo delle linea loro prediletta. Ebbene le porte si aprono con l’indecidìbile rumore delle porte d’autobus ed ecco il viaggiatore si accinge ad allungare una delle sue gambe sulla piattaforma posteriore del grande mezzo e lo farebbe, lo farebbe con entrambe le gambe una dopo l’altra, se non restasse colpito, per poco ma abbastanza, dallo sconcerto: un enorme pancia, umana, occupa gran parte dello spazio che, come ognuno sa è riservato per solito ai viaggiatori montanti. Ma l’uomo che possiede l’enorme pancia non scende, occupa lo spazio utile, non accenna un moto di cortesia per esempio tale che possa permettere al viaggiatore di cui sopra di entrare nel mezzo. È ben piantato sulle sue gambe pelose l’uomo, i calzini corti, i sandali da conquistador più che da penitente, ben aderenti al pavimento di gomma. Anche i pantaloni sono corti e per dirla franca, tutto l’uomo è corto, pancia a parte che si allunga verso l’esterno. Al viaggiatore viene fatto di pensare che prima essa appoggiasse conto il vetro delle porte e che ora, liberata da quella diga, dilaghi. L’uomo indossa grandi occhiali scuri simili agli occhi di un’ape, non ape-car, ma apis mellìfera, esapode insetto tracheato degli eucarioti. È naturalmente stempiato l’uomo ma porta i capelli ordinati in ranghi precisi, fissati allo scalpo con qualche tipo di unguento. La pancia e il resto del busto sono chiusi dentro una blusa, ma non è blu. Il viaggiatore ha modo di osservarla ma per quanto si sforzi non riesce a definirne il colore che gli appare, questo sì, in conflitto con tutto l’ambiente circostante, persino con quello dell’intera città che, da sé non brilla di nessuna luce né di colori che vincolino l’occhio a una qualsiasi armonia. I calzoni, blu, quelli sì, scivolano in basso sotto i ginocchi dell’uomo, fermi ai polpacci. I sandali sono di un tipo di materiale che le persone di facile entusiasmo definirebbero tecnologico, grigio, amaranto e azzurro. Il vetro degli occhiali marrone, ma l’uomo non si muove di lì, il mento proteso in avanti, lo sguardo che l’imperatore caligola avrebbe avuto fino all’età matura, se ci fosse arrivato prima dei suoi sicari, cosa che, per fortuna delle casse statali di allora, non fu. Caligola peraltro prediligeva come l’uomo con la pancia i sandali ferrati da soldato, calìgae appunto. Il viaggiatore divaga rapido come una biglia, così pare, su questi temi cari alla sua storia di professore di storia in tempo d’esami di maturità, ma no, niente, l’uomo non si smuove e il viaggiatore, certo meno ingombrante di tutta quell’enorme pancia che il lettore farà bene a immaginare, e il viaggiatore si affretta verso il portellone più avanti, entra nell’autobus e si attesta in piedi nel vano dove, ce ne fosse la necessità, verrebbe alloggiato un passeggino o una carrozzina per invalidi. Il viaggiatore, rapito dall’immagine di quell’uomo, ha così modo di osservarne quella che gli sembra l’indefettibile certezza di stare occupando la propria, inalterabile e inalienabile orbita, tra le innumerevoli che agli umani sono assegnate o che essi si assegnano da soli; fermata dopo fermata, non si smuove dalla propria posizione l’uomo, indifferente la sua pancia al disagio più o meno intenso che impone a chiunque tenti di entrare nell’autobus per quello stretto calle; al di sopra degli altri. Anzi sempre più teso in avanti con la pancia in avanguardia e il mento e adesso anche con il petto carenato, quello che distingue i polli dagli umani, spinti, tesi con forza in avanti a proclamare il loro non pàssa lo stranièro.

Un gruppo di giovinette in pantaloncini chiari, chiacchiera vivace, una si infila di continuo, le dita dalle unghie ben tinte di un color annegato, tra l’orlo del calzoncino e l’inguine, si gratta insomma, un’altra, si liscia, con alterna mano, i capelli freschi di shampoing e la natica destra coperta da un analogo paio di, shorts, mai termine fu più preciso nel descrivere un oggetto. Un’altra, la terza e ultima, con dita sottili da upper class, si sfiora, si spolvera, pare, tra le cosce nude che salgono in alto sotto il docile riparo di una gonna simbolica. Tutte parlano e con le dita libere scrivono messaggi sul telefono del loro campo. Il viaggiatore crede di essere arrivato alla propria fermata e scende.

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L’omino di latta

Una storiella di secoli fa mi frulla in capo. Napoli maggio 1936, colli fatali di Roma, re di taglie imperatori d’etiopie ecc. ecc. Un giornalista inglese  interroga un ometto seduto a pescare in cima a un molo. Che sole, che cielo, attacca il giornalista, un’altra vita davvero. Beh non ci possiamo lamentare, replica sereno il pescatore. Uh uhm, prosegue il giornalista, E il governo fa molto per voi vero, Beh non ci possiamo lamentare, è la risposta del pescatore. Incredibile Italia, un Impero eh, dunque pare che questo sia un buon governo davvero, insiste il giornalista cercando di inzigare il pescatore che però lo fredda, Sient’a mme paisà, lo vuoi o non lo vuoi capire che qui da noi lamentare, non ci possiamo  proprio. E riprende a pescare.

Mi rammarico di essere così attaccato, voglio dire così preso di mira, da questa realtà nostrale, e straniera a ogni gentile quotidianità che, per quanto alzi la guardia e la schivi, essa mi schiaccia, colpisce e impedisce e di pensare e di scrivere cose diverse dalle invettive. Un amico, il filosfo Biuso mi dice, Noi siamo dei resistenti oggi, in quanto uomini che pensano, uomini che parlano e sanno il valore delle proprie parole, siamo resistenti, grati alla rete che ci tiene uniti tra pensanti; siamo politici; finchè non cozzeremo contro qualche brillante funzionario che decida, per farsi bello con i superiori, di passare a pettine la rete per scovarne, là dove si nasconde, il pernacchio al potere; che del pensare si offende, datosi che esso si ritiene  propria e diretta emanazione del nome del padre in figlio: sovrumana e super mascula. E non si creda che il potere è limitato a quella banda di sgurattoni che comanda senza direzioni; essa è agìta come un pupo, dalla stampa, dalla pubblicità, dalla goldman sachs, o come diavolo si chiamano queste massonerie di uomini dabbene che tutti insieme appassionati giostrai, stanno facendo del mondo il loro campo da golf. E si lamentano, loro, perchè il mondo, da qualche parte, a volte è restio a farsi spianare.

Ora leggo che l’animella della signorina Letta a due Piazze, di Lieletta la ragazza della Mancia che fa le veci di  presidente del consiglio ha pensato, ma per pensare così poco poteva anche non scomodare e avvilire il pensiero, strumento che un tempo, uomini  illustri usavano per scrivere, è solo un esempio, L’idiota; insomma, Leticia de Mon ha pensato di finanziare, si badi bene la scrittura soltanto, di qualche decina di cartelle di intenzioni, nemmeno buone, sono solo intenzioni di governo da fare, con l’imposizione di nuove accise sui carburanti. In soldoni, ciò farà salire, osservare per credere, il prezzo di pesche e limoni, di patate e peperoni che già si possono comprare a settimane sì e settimane no, come le azioni. Non parliamo di asparagi. Al massimo possiamo parlare agli asparagi. Ed è vero che sempre si può fare come bobby sands, un tale che morì di fame per l’interposta persona della killer fascista Margie Thatcher; in fondo nessuno ne ha tanta voglia, prima della propria scadenza, ma lascia gli asparagi nei loro banchi a far scuola di economia. Mi secca che il mondo sia rigirato tra i pollici opponibili di mandrilli carnivori e rinsecchiti, sì mi secca molto.

Ieri un drappello di giovani turchi sostava fuori dal consolato turco di questa cittadina con un ambrogino d’oro omaggio al collo, per protestare anche qui contro il loro sbirro imparruccato; c’è continuità e continguità di capelli tra potenti. Per la verità erano più gli sbirri che i manifestanti davanti al consolato ma si è capito che qualche governativo di quaggiù, nella nazione dell’abate Stoppani, ci teneva a presidiare il corpo diplomatico del governo amico. Favori tra teppisti. Da noi invece l’aumento indiscriminato dei carburanti non terrà a terra bombardieri nuovi di zecca che sono la prima voce del menu au café napolitain né fermerà i blindati per guerre umanitarie nè l’acquisto di manganelli ma limiterà di nuovo e di molto il potere di acquistare alimentari, e renderà ancora più salato il prossimo conto del riscaldamento di un intera nazione di uomini da 1300 euro al mese, quando va bene, taglieggiati da bravi con zuffi e zuffoli a 14.000 euro al mese. Ma qui siamo buoni, ci allarghiamo le intese come le scarpe strette, non ci vogliamo lamentare, non si vedono, come a Istambul vecchiette operose che svellono il pavè, qui. Ognuno se ne torna al santo desco la sera, masticando il proprio amaro ma senza il più piccolo accenno di volerlo sputare addosso, l’amaro, a chi l’amaro lo fa ingoiare più e peggio dell’olio di ricino. O forse l’illusione è che l’amaro faccia digerire.

Limerick, aa bb a

Non potendosi di letta dire

che di latta è un omino, inferìre

ch’è un ometto di lino, un santino

infilzato, un cosìno, un breve pipìno

una cosetta. Che non pole capire.

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Casamìcciola

In Turchia succede casamìcciola. Superando la ripugnanza che suscita affrontare una qualsiasi testata del regime, non più tardi di ieri il gentile dr. Scalfari siglava l’ennesima dimostrazione del teorema di Buddenbrook, teorema che afferma non essere mai l’ora del redde rationem, che le banche sono virtuose suore, e che se si lima l’imu tout va très bien purché napolitain, superata dunque questa sorta di nausea cautelativa si apre la paginetta che riguarda la Turchia; è solo un esempio. In Turchia succede ciò che in occidente non accade, la rivolta degli spartachi e non la manifestazione presidiata e autorizzata nella pausa pranzo; in Turchia come in occidente, avviene che la guardia catafratta del regime, arrivi e randelli, anzi usi il gas mostarda aut similia. I regimi, tutti uguali e tutti variabili democratici, tranne quelli che hanno la faccia di bronzo di mostrarsi autoritari, il loro volto nemico in toto e non in parte, hanno tutti una polizia che è politica al pari dell’okrana. Credo che alle operazioni investigative, di giustizia e tutela, si dedichino ormai pochi montalbani, con un’automobilina e quattro baiocchi di bilancio. Il resto par proprio milizia privata dei cesari. Dreigroschen Caesaren dalla pelle cerea per mancanza d’aria ed eccesso di grassi saturi, e parlamenti senza la gravità pensosa di un senato latino così come a noi è stato tramandato dai film con charles laughton. Ebbene si clicchi sul video di un qualunque fatto importante e subito si aprirà una comunicazione, così si chiama ciò che avviene a senso unico, io barla du askolta: il comunicato riguarda la tua assicurazione, la tua auto nuova, il tuo, il tuo il tuo, pubblicità; non ho visto ancora video di efferati delitti ai danni di minori o video post stupro preceduti dal commercial di un tampone intravaginale. Non ancora ma occorre ricordare che per la mia generazione l’anno 2000 era pensato come la linea di confine verso un mondo di favola, tutto governi mondiali di saggi letterati e meraviglie della medicina, e invece, eccoci qui tredici anni dopo l’anno fatato ma negli stessi bilocali con angolo cottura. Orizzonti nemmeno di gloria, salvo, come dice un tale con gli occhiali azzurri, salvo comprare o possedere già un sògno.

Il pensiero è bello che fatto, la pubblicità garantisce il potere di sapere, vuoi sapere o vuoi vedere il blindato turco, chissà che non sia di fabbricazione italiana, che schiaccia un uomo a Istambul, bene, prima però devi osservare un altro uomo, mascella volitiva e aria da primate sicuro del proprio futuro alla guida della sua petrolette da 25 punto zero zero zero euro, dotata di tutto, navigatore, spazio per gli spazi, coppia di bimbi con la tablet e volto sorridente di bionda, 35 anni, taglia 40 sul sedile del passeggere. La pubblicità determina la notizia, lo stipendio di uomini pensosi dietro una scrivania da tre punto triplo zero euro, la vita della carta nell’impresa giornalistica. In più accanto alla foto in  lacrime dell’orchestra nazionale greca garantisce la rassegna di talloni a spillo e di nuovi modelli di bombardieri: i paesi democratici risparmiano in archetti ma non in archi e frecce per i loro bravacci. Tout va très très trois très fois bien M. Scalfari.

Nessuno pensa che la stampa debba perire nell’indigenza anche se non sarebbe male ogni tanto vedere fallire il peggio dei suoi rappresentanti. Ciò che induce a riflettere è invece un trisillabo elementare che una collega amica mi ricorda con affetto, così come si ricordano le muse o le driadi, etica. Se ne parla a sproposito per solito, si confonde con il suo surrogato prescrittivo, morale. Etica è però, grosso modo si dirà, un pensare a misurarsi in equilibrio tra proprio e altrui, tra il sé e l’Altro e l’altro. A commisurare l’esistenza con la relazione. Essere etici è uno sforzo. Non facile da esercitarsi. Non sempre messo in atto, a volte messo in forse. Lo sappiamo. Ma provare è domanda che interroga. L’altro trisillabo fondamentale è pudore.

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Ratio extrema

Mi spiace soffermarmi su questioni fastidiose. In questi tempi, la creatività, come piace dire a chi al mondo piace stare così, la creatività letteraria si ritrova in minoranza fronte alla fantasia della realtà; di questo paese soprattutto, realtà la cui bizzarria è peraltro conseguenza dell’ambizione colpevole di sottoproletari linguistici, ma detentori di un potere assoluto, benché mascherato assai bene da possenti maghi; il potere di far credere all’espressione geografica con il nome di Italia, che traghetta sé stessa per i mediterraneo, non solo di essere un paese ma addirittura il belpaese e per di più normale, con tutti i limiti di cui la parola normale accetta di caricarsi le spalle all’atto della sua nascita. A questo inganno, paranormale, per vocazione istituzionale e in modo massiccio contribuisce l’appharato di informatzia che di regime mi pare, anche se, e quando, non si rende conto di essere di regime. È a regime. A misura dei suoi padroni, intenti a educare il buon kebab della borghesia italica alle sorti fatali e progressive di ogni Male fatta e peggio Letta. Altri meglio di me osservano il sintomo e lo spiegano. La borghesia in oggetto, si, aun pocas, tablas tuviese – se talento avesse per poco che fosse – smetterebbe di farsi di carta, quotidiana e periodica e si iscriverebbe a qualche corso di francese o di orticultura. Á propos di misura, giorni fa, fu colta in nero sulla bianca pagina del corriere-della-serva un esclamazione di irresistibile comicità, Misure per i giovani e l’industria. Intanto comica per l’assimilazione di giovani, che si tratti di categoria dello spirito o del tempo, ai robot saldatori di Pomigliano. Poi, per quel plurale, misure, che mi ha subito fatto venire in mente le sartorie Caraceni e il raddoppio di una linea dietetica, Misura. Dunque l’autonominato governo, perché quando si parla di sartorie, si parla di governi e di dièta in tutti i sensi possibili, ha intenzione di mettere a misura i giovani e l’industria; dunque, si deve immaginare per i primi una dieta rigorosa, ma giovevole alla linea, anzi più rigorosa di quella cui sono già sottoposti; con ampie possibilità quindi di passare dal non trovare un cazzo di lavoro al non trovarsi più il cazzo nelle mutande alla fine della dieta, con buona pace di chi il pène lo invidia. All’industria, assimilata forse nell’intenzione della gazzetta dell’ecumenismo lombardo a un ente essente, all’industria, beh lo sgravio da una parte, e forse altre tasse dall’altro, del doman non v’è certezza, uno sgravio qualsiasi; sgravarsi piace dopo tanto martìro ad aziende-decotto delle consuete ambizioni di dominio dei signori della terra. D’altra parte, sindacati in prima fila, ancora si crede che l’azienda faccia ricchezza, intesa come posti di lavoro. Lavorare per lavorare, cioè per mantenere lo status quo. Qui sta secondo me, il secondo e più grave inganno. Lascio il resto all’immaginazione del lettore.

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