Killing days

È una bella giornata di sole e di vento in questa città quaresimale e ottusa, sainte marie au cachot, per chi non lo sapesse.

La carne è debole si sa, infatti o secca o imputridisce o brucia, in vari modi, almeno due, per effetto di fiamme, da tanatos tanto quanto e tanto meglio da eros appiccate, così che mentre nelle aule dalla debole acustica le anime si suppongono intese all’opera di fortificarsi con la declinazione di congiunti e congiuntivi saffici, sulla visione della gerusalemme celeste e con le particelle elementari, tanto elementari che nessuno concede loro nell’aula nulla più dello sguardo che si riserva a una mosca, nel segreto dei bagni uomini, qui sta l’errore perché in tutt’altro modo si sarebbe presentata la cosa nello spazio scenico dei bagni femminili, ecco che pino e sabino, di anni 18, intesi pin e sabi nella vulgata lombarda, si scambiano un numero imprecisato di baci, d’amore si direbbe e di curiosità. Si esclude il dolo perché il bacio è  cosa che non si può violentare. Tant’è non è d’uso nella pratica nota dell’abuso. In quella, il bidello, così si chiamavano un tempo i cosiddetti commessi al piano; detti così benché non stiano al piano e non commettano niente finché non lo commettono, il bidello cosiddetto antonino intenzionato forse a chiudersi in un stabbio per placare l’intensa fantasia scatenata dalla minigonna della nuova applicata di segreteria, in quella dicevamo, tra dolci baci e languide carezze ecco che cosiddetto antonino irrompe,  scopre deliberato il delitto e sbraita e minaccia. Pino e sabino si trovano nel dopo, in balìa, curiosa parola che in questa giornata di sole vorrebbe avere l’accento sulla à di bàlia, in balìa  di  un personaggio oscuro, un dottore in lettere, dentro le lettere, un postino dunque, assunto al cielo della direzione didattica con il compito antico di sorvegliare, catalogare e punire. Il dottore direttore cataloga con infallibile ragion pura i due, ascrivendoli senza omissis al registro dei dannati, li deferisce alla geenna del giudizio finale dei loro rispettivi padreterni, tutti dottori e laureati questi, il nostro liceo alleva il meglio della classe dirigente di domani si intenda bene, impomatati anglophonati e con le orecchie ancora frizzanti per le molteplici telefonate fatte fino a quell’ora a cominciare dalle amanti su fino agli angeli  svizzeri custodi dei loro contanti. Entrano nel salotto buio i padri eterni, brillano le loro camicie stirate da donne di periferia con cui si contratta sei euro, sei euro e mezzo, sette, non otto è troppo per un’ora di stiro, e che le pieghe siano ben piegate, che sarà mai stirare, da che mondo e mondo maria, non ti pare, dare del tu alla servitù, stirano camicie a padreterni.

I due dannati in un angolo si tengono per mano, come piccoli fanti ribelli davanti al plotone mortale degli ufficiali padroni. E con una manata il primo dei padreterni scioglie opus sine lege nisi deo l’abbraccio peccaminato, mentre l’altro eccitato dalla possibilità che il sangue coli dal sangue del suo sangue viene fermato dal direttore, all’improvviso calato nei pantaloni del mediatore linguacciuto; non drammatizziamo, s’immagina che dica, sono bravi ragazzi, ottimi voti, hanno solo cinque baci di debito deformato, rimedieranno, cinque giorni di reclusione in casa o quindici o quello che vogliono lor signori e, per virtù del ministero della santità un voto negativo nel registro di condotta; si potrebbe anche pensare all’obbligo di seguire il corso di religione cattolica così spesso disertato ma non è luogo a procedere.

Il giorno dopo pino, più adatto per nome ai lavori forzati viene spedito in un collegio salesiano dove certo potrà approfittare della pratica acquisita nel sordido cesso scolastico dello stato, per adattarsi ad altri tipi di attenzioni di qualche decano, priore o confessore dal bello studio foderato. Sabino invece apre la finestra della stanza che l’ha visto nascere, fa il suo piano di volo, ma non ne lascia traccia né sulla mensola con gli aeroplanini di bambino, né sulla scrivania del pc al vaglio degli inquirenti, l’attico del padreterno si lascia in un attimo. Scende rapido che è un piacere guardarlo sabino. Si può morire anche prima dell’atterraggio, dicono che sia possibile, dipenderà dall’altezza, si soffoca e questo è un innegabile vantaggio.

Padre orco padre porco, che non te ne vai in cielo, direttore o preside con e senza pantaloni, bidello incafardato mano-di-patta, l’ombra di sabi assassinato e di pino venduto ai ladroni come una giovane ucraina da squartare, come una signorina carlotta alle buone suore, vi visiterà la notte, per tutte le notti di tutti i giorni; i morti giovani non hanno requie e gridano vendetta, ma non al cielo.

S’udiva intanto dalle amate sponde 

sommesso e lieve il tripudiar de l’onde.

Era un presagio dolce e lusinghiero. 

Il PADRE mormorò, non passa lo straniero

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Una buona giornata per morire

Il bello degli esseri umani è che, come i treni, possono deragliare

Gwyneth Moreno I diari di Austin Texas

Madame de la critique mi fa notare che in molta parte del mio raccontare c’è una certa quantità di morte, un tot eccessivo, questo è vero e non si capisce in che cosa consista e a che cosa l’osservazione possa essere dovuta, se sia da attribuire a una voluttà statistica, la stessa di certe maestrine, non solo di scuola; ma la maestra è, dice il marito di madame interrogato in proposito, una categoria della assenza di spirito, inteso witz a königsberg; personcine stucchevoli favorite da un’età unica, come la taglia della maglieria economica, ma private dalla natura di talenti, se non nel computare di una pagina, sia questa di un premio nobel o di un più modesto scrivano anche fiorentino, il numero di ma o di sé, la quantità e la posizione geografica di virgole e punti in funzione del che cosa vuol dire;  oppure, se non a voluttà, all’impossibilità di leggere in qualsiasi scritto nient’altro che quello che c’è scritto, al non riuscire a vedere in un filo la possibilità di una lampadina. Madame crede che sia un difetto scrivere della morte, che occorra vedere il positivo sopra e sotto lo zero e là dove non solo non ci sono bicchieri ma sono anche rotti, chissà madame creda sia disdicevole scrivere sapendo che, oltre ogni parola c’è n’è una definitiva, assente o intraducibile o silenziosa e che conclude il marasma, prima che i polmoni si vuotino per sempre.

È una giornata buona per morire, nevica, dopo un periodo d’insostenibile siccità; usciamo di casa alle otto con mia moglie, leggeri quanto i fiocchi gentili che ci volano in testa; le piante si abbevereranno, sembra già di sentirle gorgogliare su per i tubi del loro sistema linfatico, gli uccelli non ne sono lieti, la neve nasconderà il cibo ma le siepi forse sono piene di bacche, qualcuno getterà pure briciole di pane nei cortili e, c’è da scommetterci, solo gli umani e i giornalisti lamenteranno la riottosità imprevedibile del mondo naturale, sempre pronti, potessero, a sottoscrivere un contratto per un solatìo perenne ed educato come loro vorrebbero, per una california spalmata su tutta la superficie terrestre, tanto la frutta e la verdura da dove vengono non lo so, dice la maggioranza rumorosa, non lo so, ah sì dal sud, dal marocco, dalla serra; in montagna la neve cade per sciare. Sentire comune, fragole dissanguate a gennaio. Nevica sul funerale di mia; mamma; la mia mamma.

All’improvviso entra un pettirosso, non a caso, i pettirossi sono frugoni dicono, sono le otto e mezza e forse non ha ancora trovato cibo sufficiente per la prima colazione delle sue piume paffute, insegue un umano che arriva gelato con un pesante cappello in testa, lo supera, vola in cerchio il pettirosso per capire il perimetro in cui si trova, s’infila dritto per l’uscio della camera dei morti. Nessuna esitazione né per noi, né per la bara. Trova l’orlo in alto della finestra aperta con la persiana abbassata in modo che entri il gelo e non la luce. Si ferma lassù e osserva quaggiù. Il suo piccolo capo si sposta con calma di qua e di là, la mamma è tranquilla nel suo sudario, è bianco naturalmente, il volto disteso di chi, pare, ha terminato il suo compito e si aspetta che altri lo prosegua. È la gilda, dice una voce femminile, la gilda è il nome esplosivo di mia mamma; tutti credo interpretino quel volo curioso come un segno, a noi piace vedere segni; moltiplicano nel tempo l’aroma delle cose, dopo che se n’è perduto il profumo. Il pettirosso lascia il suo trespolino, cala sulla bara, le gira intorno una, a me sembra più volte, la gilda lo avrebbe adorato, egli ritrova agile le porte da cui è passato, la prima e la seconda, esce di scena. Gli uomini in nero calano il coperchio della bara sulla mamma, l’avvitatore bosch a batterie cala profonde le viti d’ottone luccicante nel legno. A notte nel mio letto, mia moglie dorme già, sotto la coltre azzurra e morbida di una coperta che appartenne alla mamma, una buona coperta con le sue iniziali, gt, incise a beneficio della lavanderia dell’ospedale, io, ohi ohi un io, mi accoccolo come dentro una pelle d’uovo. Vorrei dormire perché sono stanco, non per dimenticare. Ci sarà senza dubbio uno psicanalista che mi osserva in giro, en me clignant de l’œil. Mi addormento.

In quattro anni di ricovero, la mamma, perduta la sua mente in un bel giardino pieno di cavalle e di biada e della mamma di lei che era sempre in cucina, mi ha insegnato a pensare alla sua morte; non l’ha fatto apposta si sa, ma a me piace pensare che ci sia del vero nella sciocchezza che dico. Il suo ultimo regalo tra i tanti che fece a me e ai suoi nipoti, spesso inutili o troppo costosi regali per le sue inesistenti finanze e per i quali risparmiava centesimi ed euro uno sull’altro per mesi, il più imprevedibile e inconsapevole di certo è quello di non trattenermi, benché potesse sembrare il contrario, di permettermi di separarmi da lei e dal carico che lei portava in sé. Non volendo. Come si dice nelle migliori chiese, amen.

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Oyfn pripetshik

Era il 1969, paris IV. Nel negozio di una rigattiera ebrea in rue des rosiers che oggi è una furba vetrina da passeggio lunga 303 metri, insieme con un volume di foto proibite della repressione nel ’68, comprai un disco con una ninna nanna antica e dolente, nata come tutte le ninne e le nanne dalla pena fumosa e dura dei poveri senza orizzonte nemmeno locale prima che si dotassero di internazionale. Non so se, anzi non credo sia stata resa famosa dal film schindler’s list ma la canzoncina, oyfn pripetshik, principia così

Oyfn pripetshik brent a fayerl, Un in shtub iz heys, Un der rebe lernt kleyne kinderlekh, Dem alef-beys.

 Zet zhe kinderlekh, gedenkt zhe, tayere, Vos ir lernt do; Zogt zhe nokh a mol un take nokh a mol: Komets-alef: o!

Che io, con istinto e gli adatti paesaggi pascoliani negli occhi e non senza un filo di elementare cattivo gusto, dalla traduzione inglese voglio tradurre,

Brucia il fuoco nella stufa/E riscalda i cuoricini/Rabbi insegna a’ miei bambini/A, b, c

Cari bimbi, strofa a strofa/Imparate ad imparare/Ora e sempre a compitare/A, b, c

Mercoledì 18 gennaio 2012 ultimo scorso e vi aderisco fino al giorno 24, è incominciata una protesta; si osservi il ribbon di sbieco in alto a destra di questa pagina. Una protesta americana, non so se da credere più sentita ma certo più risentita, meno pronta a lasciarsi perdere o prendere in giro, più sicura di essere ascoltata che altrove, più di quaggiù per esempio, non dico in europa ma qui, in quest’oblungo suo closet che è l’italia.

Al vento desertico che soffia su tutto il mondo inteso civile dall’alaska all’ungheria passando per il canton ticino, non parlo a vànvera che non ho mai conosciuto, spiace osservare e può rattristare che anche i nostri cari americani, quelli che tutti noi vorremmo roth e hillman, fratelli cohen, bogart, emily dickinson, allen and law and order, con un disegno di legge, che caro sarebbe anche al nostro ex-caro-leader di steppe purtroppo non ancora estinto lusco, cerchino un modo di legiferare limiti alla libertà di internet, vedere wikipedia; il bersaglio dei patriottoli del diritto societario parrebbe la pirateria o forse chissà la pornologia tra le nuvole; i protestanti temono, mi pare di capire, un altro patriot act con bersaglio reale la nostra cara rete che si troverebbe alla mercé del capriccio dell’autorità, breve della sony. Immaginate intanto l’irruzione dalla fbi, quella delle criminal minds in due siti noti, sono stati oscurati. Gli stati sovrani da tempo non valgono una sovrana, sono fuori corso anche i pennacchi e i mustacchi sotto i quali hanno trovato nei secoli la loro identità; multinazionali a sfondo monetario internazionale sono interessate a comprarli, gli stati non i pennacchi, o sostituirne i parlamenti con altri che capiscano al fin della licenza, edilizia, che il miglior consiglio pollitico da seguire è di amministrazione.

Bisogna immaginare se la rete è una potenza che genera sapere indipendente; ora, il sistema in cui viviamo intende l’indipendenza del singolo come diritto indipendente al profitto economico, dico salvo minori limitazioni; non necessariamente al sapere che, d’accordo con michel foucault, implica potere; il singolo si trova oggi in grado di potere anche senza profitto; ora dunque si tratta non di capire se sapere e profitto sono compatibili o no, ma se il sapere, sia diritto di tutti o di chi investe per il proprio profitto e che, per esso, manipola il sapere. Va bene, non va bene; la rete non pone le questioni in termini di on e di off. La rete propone la molteplicità de facto. Non so se è democrazia ma è un bel vantaggio. La rete dovrebbe far ripensare la proprietà, non esclusa quella intellettuale, ma non credo che le leggi intendano tutelare lo scrittore di favole a copenhagen o il melancolico poeta di grado, né il letterato, cioè quasi tutti quelli che non scrivono thrillers, esercizi spirituali, spiritistici o storielle di tate e giarrettiere. Nella mia opinione, il sapere che si intende sorvegliare e nel caso punire è un sapere spogliato del costume con cui lo si vorrebbe travestito, un sapere commerciabile, non per frenarlo ma per venderne di più. Sapere è sapere fare consenso, in modo da potere manipolare e generare ulteriore consenso, quello che anche qui da noi tutta la carta stampata e le televisioni, unica forma di cultura a macchie concepita, esercitano e si esercitano a esercitare, senza differenze, anzi con l’unica differenza che dalla stampa di regime ti puoi cautelare, è così riconoscibile in fondo, sempre con la patta sbottonata, le gambe aperte e rutta e si porta alla bocca tirando fuori la lingua bocconi di granbiscotti e gianduiotti, mentre dalla gazzetteria democratica no perché inganna con il suo fare educato, equilibrato si dice, dottorale, libero di dire e fare del nulla argomento, del vuoto un pallone gonfiato, del pallone gonfiato un tema di attenzione obbligato quando per sconfiggere qualcuno basterebbe ignorarlo, come la stampa fa della cultura che trasforma in ignoranza programmata e costituzionale di modo che sembri ordinata, come una pizza al take away e non preordinata come l’intervista all’attore di successo; una variante della torre di babele, confondere per dominare. Mondiale la torre ai tempi, mondiale il regime oggi; è dappertutto non si creda, equabile nelle buone democrazie antiche, quelle rimaste, nelle altre è lì da vedere con i suoi parastinchi fiammanti, le maschere antigas, i lanciagranate, fumogene per ora ma non sempre. La stampa, non lo dico io ma lo gridava karl kraus cento anni fa, è una macchina generatrice di consenso à son bon plaisir,  comunicazione.

La legge americana non passerà, non ne sono sicuro ma ci voglio contare perché stimo l’america che pensa e che, quando pensa, pensa sul serio, sicché penserà qualcosa di diverso da un bavaglio, scoprirà che i relatori della legge proposta sono gli ad o ceo o coccoricò della walt disney, non escludo che li arresti l’fbi per evasione fiscale o sottrazione di cuccioli, ma temo che l’evento sollevi il cuore di certe inquietudini europee, la sua, del cuore, inesausta libidine autoritaria già gratificata dal successo all over the world di luschi e bisluschi governi e dall’esempio ungherese, un regime fascista di fatto, instaurato con il consenso democratico e senza che l’europa fiati, fiatasse o abbia l’intenzione di fiatare come ai tempi dell’annessione dei sudeti; non è paradossale tutto ciò e, il regime, oggi piace e perché appaia scintillante, basta che ami il moderno, i mobili chiari, le scarpe di prada, persino un comodino ikea sotto l’icona del padre pio con la barba che sorride a monsignor tiso col cappello da cappellano matto in testa; è ricco in suv il regime, non so se di doppi petti e do di petto ma certo di telefoni palmari, adatti cioè alle palme, in luogo dei telefoni bianchi e dei taxi di lusso fuori dagli scaloni dei grand hotels; mi riferisco all’epoca delle croci frecciate e di quel gommeux del reggente horty che a parte sé stesso appeso a una svastica non resse proprio niente, ohh fu così assiduo e affettuoso il contributo ungherese alla causa nazista che ancora oggi, credo che qualche ossicino semita ben avvoltolato nel filo di ferro giaccia alla fonda in fondo al danubio. Una variante della torre di babele, confondere per dominare. Il capitalismo ha occupato l’olimpo, ci sta da un pezzo, uccide e seduce come un giove qualsiasi e la banca vaticana non è lì per smentirlo, ma per una variante della divisione di yalta. Ite massa est.

Cfr. s.v.p.

http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_del_18_gennaio_2012

http://www.youtube.com/watch?v=KpN55cT52uA&feature=related

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Persone 3, norcia norcini e terroni

Al tribunale per i crimini contro l’umanità la vittima citata non sempre è presente, spesso è costretta alle udienze nel tribunale per i crimini dell’umanità. In altre sedi occorrerebbe indagare chi è o che cos’è il soggetto.

La persona è alta, bionda, ben pettinata, ben fatta, glaucòpide, ma non ha seno e conserva entrambe le braccia, impeccabile anche alle otto del mattino, vestita della bonomia di uno sbirro elegante ma falangista, la camicia non sempre azul ma sempre in tono con il pullover o sweater o jumper o jersey di lana leggera e raffinata, buttato sulle spalle o annodato intorno al collo se non se ne dà la necessità; preciso che la mia idea archetipa di sbirro è geneticamente acquisita, non è frutto di esperienze dirette. Ho 14 anni, sono ospite dell’uomo, è il padre di un mio compagno di scuola, bello e impeccabile con tutte e due le sue braccia elastiche, biondo, glaucòpide come sua sorella bella e impeccabile con le sue braccia elastiche e ambedue le tette; non è un’amazzone pertanto ma le sue posizioni sono quelle degli arcieri in battaglia. Una famiglia di dèi, compresa la madre nel ruolo per lo più di ebe, colei che versa per gli antichi verdiani. Difficile non essere abbacinati da dèi simili; dèi che mi chiedono spesso, a tavola, notizie delle mie condizioni religiose che sono pessime ma allora ho una certa abilità nell’arrampicarmi su per vetri verticali, anzi a inclinazione negativa, pur di trovar una risposta che soddisfi l’esigenza degli dèi stessi di trovarmi un’anima, oggetto cui attribuiscono un valore estremo e cui tributano un culto speciale. Lascio loro credere ciò che desiderano arrossendo come un indio che l’abbia scampata bella alla mensa di hernán cortés e pur vi può sedere e godere degli stessi tournedos rossini di cui profitterebbe anche un predicatore domenicano se già fossero comparsi nel menu dei conquistadores. Enfin, passo per agnostico e francòfono che agli occhi degli déi pare un tollerabile compromesso tra un ebreo che non abiti lassù sulle torri di passy e un intellettuale, quale mi accingo a essere, povero per definizione specie di torri, eccettuando quelle portatili e d’avorio. Sono un proust glabro e bambino, non lo so ancora ma ne ho già i difetti, d’altro non dico e ignoro inoltre che la cosa meno tollerabile al mondo è essere tollerati e che la mia virtù è concentrata nel bilocale di cui mi vergogno, in cui sono nato e vivo e dove vivrò, poi mentalmente e a mio bell’agio a lungo, per sempre direi. Tra gli dèi giovani taccio quando non sono interrogato e questo è un inconsapevole piano tattico, cerco di capire la quantità di cose che gli altri giovani olympiens et olympiennes hanno da dirsi, nomi propri o impropri di solito, diminutivi, vezzeggiativi solo a loro noti; parlano di continuo, appena si vedono e, oh maraviglia, non hanno nessun bisogno di avere un argomento, anzi appena lo sfiorano si comportano come bilie d’acqua fredda che cadano in una padella rovente. La persona lassù, in cima ai suoi cento e  ottantasette centimetri è padre e méntore dei piccoli dèi, suoi e altrui, lo juppiter pecunia unus inter pares; monsieur sa il francese cioè l’indispensabile a mantenersi alla sua quota olimpica, oltre ai già citati tournedos conosce cache-col, baccarat, ballon e corbeille, il recinto dove per poche ore alla settimana e molti denari all’ora, grida la sostanza dei suoi pensieri, compro, vendo, diecimila, no. Questo immagino io dell’antica borsa valori in cui la guerra e gli attentati che in essa si pianificavano alla vita quotidiana dei più, trattati da meno, era combattuta all’antica artigiana con fionde e balestre e in completi di merinos, i più ricercati dalle gerarchie ecclesiastiche, laddove oggi il campo di battaglia è una sconfinata piantagione di terminali luccicanti preposti alla continuazione del conflitto fino agli ultimi giorni per l’umanità. Coucou.

Ebbene io sono l’ospite che ascolta, da sotto i miei bassi nomi e cognomi, la mattutina dissertazione del biondo signore riguardo la necessità che i norcini di norcia così esperti nella castrazione dei maiali, egli dice e sospende a mezz’aria un mezzo pane imburrato tra le belle falangi sinistre curate da un noto barbiere pour hommes di foggia, siano preposti al taglio dei testicoli ai terroni, unica cosa che sanno fare, egli aggiunge perché tra terroni si tagliano sempre i coglioni; a giove si agitano le dita della destra adesso nella simulazione del gesto chirurgico, ricordati soggiunge e al piccolo si rattrappiscono i piccoli testicoli nei pantaloni, più all’idea del dolore che al pensiero delle conseguenze. L’uomo non sa che norcia è nota peraltro per la sua scuola chirurgica, per benedetto, il santo che ora et labora, per sertorio, il generale romano che sconfisse pompeo a sagunto ma non solo, per la guerra partigiana e per antonio ferri, ingegnere aerospaziale; il biondo dio dei panini imburrati quindi non è esatto nel situare norcia nella terra dei terroni ma questa partizione territoriale è siglata con un tratto delicato del coltello sulla tovaglia bianca alla mensa del mattino con ricco caffè e latte e pane e burro, si è detto, e miele del nord, miele milanese prodotto da api care alla madonnina, che di sicuro hanno sutto e suggono il polline alle sue stelline lassù. La croce del sud non sorride, priva di cielo, nella mente di monsieur.

Terrone – Wikizionario

Sostantivo terrone, sillabazione ter | rò | ne, pronuncia IPA/ter’rone/, etimologia da terra, cfr. Treccani. Dallo spagnolo terrón, masa pequeña y suelta de tierra compacta, cfr. Real academia Española-Diccionario de la lengua española. La dominazione spagnola in Italia iniziò in Sicilia, Aragonesi nel XIII sec., per poi estendersi a tutto il Meridione, XV sec. La presenza spagnola in alcune zone del Settentrione si concentrò tra il 1500 e il 1700.  Nel XVII secolo in italiano, proprietario terriero, o latifondista, cfr. fondo magliabechiano-firenze biblioteca nazionale CXXXIV-II-1277, dagli anni sessanta del XX secolo termine dispregiativo utilizzato in Italia settentrionale per designare un abitante dell’Italia meridionale

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Una tale per ‘natale

Con infinito rispetto e forse riprovevole audacia traduco da, il viaggio dell’elefante, del mio saramago, questa storiella. Il clima da tropico al benzene di questi giorni, che preludono alla festa delle feste in cui, per convenzione, anche quella di ginevra, ricorre lo state ‘bboni e il fate finta di niente che tutto va ben’ madama la marchesa, facilita l’esercizio.

Le vacche hanno una storia, tornò a chiedere il comandante, sorridendo. Questa, sì, furono dodici giorni e dodici notti tra i monti di galìzia, con freddo, e pioggia, e gelo, e fango, e pietre come coltelli, e sterpi e rovi come unghie, e rapidi intervalli di riposo, e in più assalti e scontri, e ululati, e muggiti, il c’era una volta di una vacca e del suo piccolo di latte, spersa per i campi, tra bande di lupi intorno dodici giorni e dodici notti durante, obbligata a battersi e a difendere il figlio, in una lunghissima battaglia, l’agonia di vivere al limite della morte, in un cerchio di denti, di fauci spalancate, di bruschi impeti, le cornate costrette a non sbagliare, a colpire per salvare lei stessa e un animalino che farsi valere non poteva ancora, e ancora gli istanti in cui il vitello cercava la tetta della madre, lui che attingeva lento, e i lupi che venivano avanti, la schiena tesa, le orecchie appuntite. Subhro trasse un profondo respiro e proseguì, Alla fine di quei dodici giorni la vacca fu ritrovata, anche il vitello, salvi furono portati in trionfo al villaggio vicino, tuttavia il racconto non termina qui ma due giorni dopo; poiché la vacca si era trasformata in coraggiosa vacca, poiché aveva imparato a difendersi, poiché nessuno poteva più dominarla o blandirla, fu giustiziata, la accopparono non i lupi per dodici giorni sconfitti, ma gli uomini, li stessi che l’avevano salvata, forse proprio il suo padrone, incapace di intendere che, imparata la lezione della lotta, quell’animale un tempo succube e indifeso, prigioniero non sarebbe stato mai più. Per alcuni secondi nel grande salone di pietra regnò un silenzio pieno di rispetto.

Piuttosto che cazzate, dice alla madre un ragazzino accanto a me in tram, è meglio, conclude, una cuffia per l’emmepitré. Evito di uscire allo scoperto o ci resto il tempo necessario per svolgere compiti indispensabili al quotidiano, scivolo via oltre i lumini isterici, sostanza e accidente patologico della ricorrenza, ma mi rallegro che i tempi collettivi, oggettivamente funebri quest’anno, inducano alla cautela chi glapit de joie dice il francese cioè starnazza e non lo sa. Ognuno che creda ai racconti di natale e si senta in dovere, è in diritto di fare la festa che crede a quel figlio che in quanto orfano è di ognuno. Non è questione di etica, a volere di poetica, ma sono propenso a dire che tal vez è una questione di madri, esseri talvolta generici, ma più di preciso collocabili tra gli universali, ancorché identificabili con un pronome possessivo, la mia; ‘na tale è mia madre, che se solo capisse ancora qualcosa, se fosse viva non verrebbe imboccata e non perderebbe le pappe dolci dalla bocca, chacun a son ragoût, ma dicono che il cibo zuccherato sia il più gradito perché, nel palato, i ricettori a questo scopo preposti, sono gli ultimi a morire.

Senza confronti con il più di lei popolare figlio unico ma alla pari con milioni di sue antenate, precorritrici e contemporanee, la madre, avrebbe scritto quasimodo, quello del nobel non quello di di notre-dame, è crocifissa alla tecnologia della sua carrozzina, per i calcagni, per i fianchi, bucati dalla piaghe da decubito, per le mani serrate dal parkinson intorno a manopole di gomma perché le unghie, crescendo, non la infilzino. Gli altri buchi sono alloggiati nel suo cervello, fori in cui continua a evaporare la nebbia in cui si è trasformata. Non so come durerà questa storia natalizia, in silenzio spero. Le posate sono posate, nessuna madre riesce più a ricorrervi nemmeno nella ricorrenza.

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Persone 2, el Pajarito

Il primo fonografo dei miei è una cassetta rivestita di tela beige; ha un piatto di circa quindici centimetri di diametro e un coperchio che funge da cassa armonica per l’unico altoparlante. Mio padre, che non ha alcuna abilità manuale e che imparerà solo dopo anni e con molta fatica a premere il pulsante di accensione di un televisore che, arrivato in casa già vecchio, resterà in casa fino all’ictus finale dei suoi circuiti nativi, farà applicare dal signor zanzi, meccanico di macchine da calcolo e dirimpettaio, una riproduzione su tela, fiori tra i tanti di renoir, sull’ovale del diffusore, nella convinzione che il suono, ovattato, migliori. A quest’apparecchio corrispondono le canzoncine nonsense di renato rascel.

Acquistato a una svendita eccezionale in un negozio di elettrodomestici bric-à-brac tenuto da un uomo immenso che milanesi antichi direbbero brù-brù, un chiacchiera-chiacchiera cioè, senza parentele con l’omonimo passeraceo sub sahariano di abitudini opposte, il nostro primo stereo consiste in due cassette di truciolato, laminato noce; il corpo dell’apparecchio ha un coperchio di plexiglas marrone sotto il quale c’è il piatto di 22 cm. e un braccino di alluminio dall’allure sofisticata. Diamond needles. Agendo sulla manopola left-right si ottiene un suono esile a destra o un suono esile a sinistra. Al suo interno scoprirò un bel giorno che l’apparecchio è quasi vuoto, due diodi, due transistors con alette di raffreddamento, delle resistenze – in serie o in parallelo non so dire, degli anellini colorati ne segnalano le diverse potenze – un trasformatore. A quest’apparecchio corrisponde il concerto per violino di beethoven.

JL appare tardi al mio orizzonte mutato, da sotto il tavolo a un canto di esso dove ora disegno, gli adulti a parte con due poltroncine e il mio divano letto a disposizione per la chiacchiera. Non fa parte del gruppo di amici del tinello JL ma è un isolato nel salottino nella seconda delle due case popolari abitate dalla mia famiglia; non partecipa alle corse giovanili nella notte per andare a vedere l’alba a lugano, tierra prometida di ritorno, è un solitario vegetariano, per molti anni avrà per tutti la stessa età, cioè nessuna, in un corpo abituato a nascondere da solo i segni dell’invecchiamento o a mostrarli con economia, ma JL ha a che fare con i giradischi; per anni e anni e infinite domeniche di cui lui è il protagonista e l’ospite di riguardo assoluto, ci rifornisce di centinaia e centinaia di dischi e infine di uno e poi di un altro impianto hi fi; JL è generoso a oltranza, arrivano il concerto per violino di tchaikovsky e poi bach bartòk beethoven bruch chàvez franck ginastera hindemith ives ligeti mahler N, O poulenc, Q, R strauss T U V Z weill, tutto quello che so di musica, non tanto, non pochissimo. I dischi diventano un migliaio. A occhi chiusi JL piange quasi per tutto quello che ascolta da noi.  Ho il sospetto, da subito, che le lacrime siano dovute a qualcosa che la musica rimette in relazione, forse anche in discussione, ma che non è la musica. JL è impermeabile a qualunque indagine, un viaggiatore in incognito cui piace lasciare tale l’incognito. Si sa che suona il violino. La musica a lungo mi seduce ma non mi piacciono i meccanismi che non si possono aprire, per anni mi immaginerò possibile neuro chirurgo; alla stregua della matematica non la vedo maneggiare corpi e, a differenza di quella, non rivela ciò che dice o proprio non dice; alla lunga finirò per non sopportarne il vagheggiato mistero e infine, se capisco il lutto, non capisco perché indossarne in perpetuo l’abito con 4 lieder di strauss come soprabito. Per chi, per me stesso, via no, nietzsche mi direbbe, Décadent. Eppur mi muove la musica e riconosco che per motivi che ancora sfuggono alla mia personale indagine ci sono momenti in cui è indispensabile trovare e ritrovare questo o quel brano, ascoltare o riascoltare, in cerca di che cosa non so ma so che si tratta di una ricerca perché nulla si fa con altro scopo. Ognuno ha la sua piccola frase di vinteuil nella sua memoria filogenètica. Qui comincia per me la strada letteraria. Escrever para compreender dice Saramago il Grande, che cosa comprendere e che cosa si comprende è l’interrogativo in più.

JL parla castigliano con dei ricchi messicani di passaggio alla pasticceria alemagna, locale remoto e consunto come il velluto delle sue poltroncine nate, parrebbe, per accogliere solo sederi impacchettati da madame biki. JL cita a memoria Cervantes, i messicani stupiscono e più che altro non capiscono, sono hidalgos figli di hidalgos, sanno di tittirittittì in esilio e habana club. JL usa senza distinguo francese, italiano, inglese, m’insegnò il tedesco, insegnato a lui, ebreo rumeno nato forse a krakau, dai monaci di non so che collegio. Pajarito è l’immagine più vicina alla sua memoria, un passeretto con il petto orgoglioso e carenato, cioè di pollo, il volto affilato adatto a scivolare nell’aria, occhiali glasant, occhi grigi, capelli bianchi come solo chi è stato biondo riesce ad averne, quando invecchiano. Paradossale, ma sotto una certa luce JL può ricordare Eichmann, di cui è contemporaneo, chiuso nella sua gabbia di vetro, le orecchie appuntite dalle due antenne per la traduzione simultanea; ha un fratello autentico invece ma con nessuna contemporaneità in comune, Lazarus enorme e protervo, un mercante, adatto, più che a vivere, a resuscitare di continuo da gozzoviglie da operetta di cui la moglie condiscendente si lamenta ancora e che a lui, un singhiozzo patologico ricorda, o così sembrerebbe. JL conosce le dosi di mille cocktails, il tango argentino, ha fatto il consulente di cosmetica e il tisiologo in sanatorio, legge lo zohar in ebraico, ha studiato teologia e numismatica, si rimpinza di patate fritte e crème caramel che mia madre gli deve apprestare nelle sue domeniche comandate; può bere litri di vino senza sbandare, è un cortese machista, vive dello stipendio di stato, è dirigente medico nel servizio sanitario nazionale, è severo, deride i colleghi che pensano di fare diagnosi, lui non ne sbaglia una ma non ha mai avuto uno studio privato, m’insegna a bere il punt-e-mes e dice, se vuoi un aperitivo solo punt-e-mes; si apprende da lui che vivere si può vivere in 40 metri quadri foderati non di sughero ma di dischi e migliaia di libri, che il tè solo in porcellane di meissen è tè, si apprende che solo il lusso è indispensabile e segno di parsimonia; cita quindi e parafrasa oscar wilde in questo caso, ma JL cita a memoria tutto; non hai un’idea personale, gli contesta mio padre per più di un litigio, sei solo citazioni; e non è vero, le sue citazioni sono divenute nel tempo tanto sue da non essere separate dai suoi pensieri; continue e puntuali e pertinenti su qualsiasi argomento, esse sono la colonna vertebrale di quello che so; in un caffè di via mac mahon si apprende da lui che essere individui non è né un traguardo né un ambizioso progetto, anzi è impossibile; si è esiti e transiti da un processo a un altro. Scrive tre libri JL, negli ultimi dieci anni della sua vita, in rumeno; gli occorre una macchina speciale con i segni diacritici di quella lingua, la sua di sua madre e suo padre, defunti borghesi di costanza sul mar nero; in biblioteca gli preparo le ricerche sulle porte di ferro del danubio su codreanu e la sua legione, così come di molte malattie anche di quella nazista constato l’apolidìa; i tre romanzi spariscono nei cassetti di una ditta di gas butano che avrebbe dovuto editarli e che forse li fa sparire. JL è nato nel 1906, ottengo l’informazione spiando, spiare è il mio diletto. Mio padre, dolcemente omòfobo – uno dei pochi motivi di mio disaccordo con lui – schernisce JL dietro le quinte per la sua supposta ma lampante omofilìa; il suo tardivo amico, M., che egli tenta di appiccicarmi come comes intellettuale, – del resto in casa mia tutti sono sottoposti a raffinati test di ingresso e non so come mi avrebbe preso mio padre se fossi stato meno che intelligente o un poco meno intelligente di quello che si aspettava a ogni mio passo – è una sirenetta periferica per anziani, oh santa yourcenar, ripete ciò che ascolta e se ne impipa, trasformandolo in sciocchezze; JL lo trova eccezionale ma è solo un modesto squilibrato senza talenti, nemmeno per il suicidio e che occorre andare a trovare ora sì ora no a guardia seconda, lo psichiatrico del policlinico, sbarre alle finestre e letti di contenzione, il male della mente non è meno cavernoso della piaga da decubito. JL considera tradimento la mia defezione dall’eventualità di una tricefala comitiva o dal tentativo di quello che con molta probabilità lui intenderebbe pas de trois quando è solo pas de quoi. A me dà fastidio la confusione tra sessi, possessi e decessi. Per tutto il periodo della sua discesa volontaria in un’agonia oscura, non voglio andare a trovarlo – spesso, negli spioni il limite tra codardia e coraggio estremo è fluttuante, come le virgole – e nel 1990 JL si lascia morire di fame all’ospedale san giuseppe, rifiuta il riso cotto nelle pentole contaminate, così egli dice, da cibi di origine animale, si nega le flebo, rifiuta la frutta si nega e poi perché mangiare bisogna distinguere tra fame e appetito, sono le ultime parole che di lui ricordo. Pajarito. dim. de pájaro. morirse, o quedarse, alguien como un ~ morir con sosiego, sin hacer gestos ni ademanes. Morire con calma senza fare storie né darlo a vedere.

Nasco con credenziali privilegiate dunque e per questo non credo di essere mai stato abbastanza riconoscente al caso e alle intenzioni della banda di persone che mi hanno circondato; forse dovrei o potrei essere e invece sono e basta, non ci si deve concedere il tempo per i condizionali quando il tempo non è più molto; scrivere è l’unico modo che conosco per accorgersi di esistere; si nasce davvero quando, dopo la propria gestazione nella lettura dura intensa continua, si comincia a scrivere, così come da bambini, se si è minimamente accorti, dopo avere a lungo ascoltato si comincia a parlare; più tardi, come le civiltà, in un attimo di distrazione si muore; per questo è indispensabile continuare a scrivere. È un processo faticoso e gioioso insieme, gioioso dacché rivelatore e, per lo stesso motivo e se ci si attrezza con una buon’attitudine alla vigilanza, penoso; le rivelazioni non esibiscono la stessa faccia per la stessa medaglia.

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Persone

Sotto il tavolo io, intorno al tavolo gli adulti, inconsapevole vedetta io, nel loro spazio scenico gli adulti. Dunque il mio primo punto di vista è di spione; non mi pare sia cambiato nel tempo. La spia è uno che osserva, standosene bene acquattato rileva, registra, immagazzina; di solito non fa il gioco di tutti, nel migliore dei casi gioca per sé stesso, nel peggiore beh, devo precisare che per un certo tempo sono appartenuto al novero dei doppio se non dei triplodʒoˈkisti, capace di scindere ogni giudizio mio da quello dell’altro e di aderirvi; abilità negativa quando, nel tempo, si tratti di costruire una passabile immagine di sé. Per questo attribuisco molta importanza invece a quel primo punto di vista, oscuro o così mi pare ai grandi che, di certo, m’intravedono e fingono sorpresa  se, con un balocco in mano, sporgo il capo da sotto il tavolo e dichiaro così il mio particolare interesse per la piega che la loro discussione sta prendendo. Occorre notare che in casa dei miei il transito di amici era continuo, riunioni non di conversazione ma di discussione, differenza deducibile dal tono delle voci, quasi sempre concitato, fino alla veemenza; inoltre, che sto parlando di un essere – come si faccia a definire io quello che siamo stati non so, uso il termine, io, in modo convenzionale come i trattati di pace e le sigle sui bollettini postali – di un me insomma che là sotto il tavolo del tinello aveva tre anni e parlava poco. Ciò che inoltre dico di ricordare è esatto ma disordinato piuttosto che ordinato in una cronologia, come se la memoria fosse una cipolla, tante bucce una dentro e sopra l’altra, ognuna con una consistenza indipendente, più tenera meno tenera, più sottile più spessa. Sarebbe utile sapere che cosa ne sanno le neuroscienze, ma non adesso.

Bruno, al suo primo apparire dal sotto in su nel mio orizzonte mnemonico, è un uomo massiccio, amabile, rozzo, giocoso, capelli duri e irti. Bruno è un inventore e tanto denso di qualità e conoscenze da averne poche, qualcuna o nessuna, come nel romanzo austriaco; peraltro il suo ramo materno fa wassermann. È avvoltolato e legato dentro un lenzuolo, poco men che morto, su una sedia con la seduta capitonné di linoleum verde; Bruno ha bevuto una bottiglia di gin nel tempo di una chiacchiera, poi è scivolato a terra come un gioco di carte, poi gli è stato iniettato qualcosa in una vena, rammento i due particolari, per non farlo morire. Il mattino dopo, la moglie Nuccia di professione sarta, volto già appannato dalle nazionali senza filtro che l’ammazzeranno molti anni dopo, è passata a riprenderselo. È inverno, s’indossano cappotti goffi e pesanti, i bottoni sono enormi. Bruno è imbesuìto. Ecco.

Bruno sa di matematica e di astronomia, costruisce apparati, semplici meccanismi, grandi meccani come un piccolo Newton ma, al contrario di questi, passerà molti anni della sua vita a dimostrare teoremi già dimostrati falsi o peregrini, nella convinzione di essere sempre a un passo dal detenerne la chiave di accesso come se si trattasse di quella del suo armadio stereofonico con trenta altoparlanti, edificato prima che esistano dischi per farlo suonare. Bruno è un uomo che comincia a correre presto e continuerà a correre senza accorgersi di essere deragliato; suo padre è vedovo e macchinista di treni peraltro, insieme vivono nelle case dei ferrovieri lungo la linea che passa da lambrate, fila a venezia e oltre, òpcina belgrado chissà istàmbul, trieste, da cui la famiglia bruno proviene. Non esercita una professione né lavora nel senso virtuoso del verbo Bruno, questo benché abbia fatto il cartografo per il tempo che gli ci è voluto a sciogliere i lacci di una delle sue altre qualità, litigare o sparire e sparire dopo avere derubato il principale, nella convinzione non del tutto campata per aria, che quando si parli di padroni si parli di banditi. Negli intervalli di tempo tra un lavoro smarrito e un altro acquistato con iniziale successo, Bruno è mantenuto dal padre che ha tentato, in un tempo remoto, di farlo esorcizzare dai salesiani a sessioni di avemarie in ginocchio sul sale grosso. Senza risultati, a parte l’infiammazione ai ginocchi. Un giorno Bruno farà molti soldi, vende cuscinetti a sfere, avrà una casa molto grande, pacchiana per dire, che perderà appena nuovi depredati padroni prenderanno a inseguirlo; e un’altra ancora, più grande, appartata e fuori città, una villa liberty con giardino che attrezzerà come un fortilizio per evitare i creditori, a nessuno dei quali mai verrà corrisposto un centesimo del denaro loro tolto o in altro modo dovuto.

Bruno inventerà cose ancora più straordinarie, le uova volanti. Per un’intera mattina m’impegnerà un giorno, nella costruzione di un’opera atta a farle volare. Cascheranno nei piatti sul tavolo della cucina di una casa di vacanze in località pino-confine di stato, provincia di locarno, da cui dista pochi chilometri rispetto a varese, che è lontana, oltre ripetute linee di montagne e a sud, ironia della sorte per qualcosa che si ritiene polare senza essere né circolo né stella. Le uova diventeranno frittata; un disco, non volante, ma disco dopotutto. Bruno potrebbe avere 90 anni.

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De Una Munus, de Unamuno y Jugo Miguel, 11.14.11 a Luisita Disparacuatro

Miguel De Unamuno non era davvero un pericoloso comunista, di pericoloso ebbe un pensiero acuminato, veloce e in bilico, per qualche mese lo convinsero i franquisti, dichiarandosi egli però né fascista né bolscevico, ma un solitario, definizione che gli va perdonata perché nel ’36 essere solitari, liberali o semplicemente disattenti come lui, ancora poteva avere non solo un senso letterale ma anche essere uno specchio non tanto della ma, nella realtà.

12 ottobre 1936. Franco Francisco ha stabilito il suo governo dell’amor fascista in una cittadina che promette roghi, cotta di maglia e con un nome massiccio, Burgos. Il generalissimo convalidatosi sgrammaticato con questo assoluto poco superlativo, da Burgos ha già distribuito incarichi, arrestato, torturato e in subordine fucilato i suoi primi ma non ultimi rossi. 12 ottobre. Proviamo a immaginarci l’Università di Salamanca, aula magna paraninfo in spagnolo, apertura dell’A.A., scranni, pelletterie barocche e medievali, arazzi pesanti, ma è ottobre, Che cosa mi metto caro, un pieno di pappagalli bianchi e gialli, verdi e azzurri, tanti azzurri, il rosso è rigorosamente bandito, e marsine e spadini, panciotti, mogli di accademici e cattedratici, medaglie, tacchi alti e plateaux, doppi petti e petti interi, pettinfuori, molti crociati e porporati, pistole, giberne, baciamano, calze cucite con la riga ed aigrettes, desideri inespressi. Dunque de Unamuno è lì per la sua prolusione ed è di discreto cattivo umore, lasciano trasparire le cronache. Forse la sua governante ha mal governato le uova sode che forse egli ama sode appunto e non, come ‘stamane, leggermente tremolanti e acquose, forse l’alba del 12 ottobre gli ha portato la consapevolezza ancora sfuocata di essere un verme o qualche tipo di celenterato; nominato rettore dalla Repubblica, dalla stessa destituito per indegnità e restituito alla carica da quelli che, da lui evocati salvatori dell’occidente cristiano e democratico, le camiciole azzurre della rivolta franquista, si sono rivelati dei semplici assassini; qualcuno scriverebbe volgari, aggettivo pleonastico o inadatto al ruolo di assassino che al contrario, volgare può non esserlo affatto o di più. Forse, al professore è caduto il velo che cade agli uomini, ma non solo anche alle donne, all’improvviso incapricciati di una personcina di nessun conto cui essi hanno attribuito, in un momento di quell’esasperante stupidità che colpisce gli intellettuali o, in genere, le persone intelligenti portate a incapricciarsi del deteriore, se li seduce. Il prof. Maldonado cui, come a molti cavalli non si guardava in bocca, dalla propria bocca da poco ha sputato più che parole, schegge di violenta idiozia, Catalogna e Guascogna sono un cancro da estirpare, che si sono conficcate subito nel cattivo umore del rettore mutandolo in pessimo. Inoltre Donna Carmen Polo de Franco è lì a far la Franca mentre il marito condottiero si appresta alla Reconquista di Spagna alle armate cattoliche. De Unamuno prende la parola e dice cose subito sgradite ai più, Ci sono occasioni in cui tacere corrisponde a mentire, e in più a un manipolo di eroi in camicia azzurra con testa di morto sulle mostrine, La Spagna ha già molti mutilati e se Dio non aiuta ne avrà ancora molti di più. Li comanda, eroi e mutilati, un noto delinquente Millán-Astray, uno che si vanta del sua braccio di meno e di conseguenza della sua scarsità di neuroni, uno che viva la muerte lo direbbe anche se essa lo gratificasse di una fellatio con gli incisivi non essendo essa, according to l’immaginario popolare, dotata di lingua in bocca e polpa sul teschio. Ma tant’è, Muera la inteligencia, Viva la muerte, si affanna Astray. E si scaglia contro de Unamuno che di lì a poco troverà in doña Franca un’inaspettata guardia del corpo. Tutti si tacciono, la tensione, come scriverebbe un giornalista, è palpabile ovvero il quadro si è mutato, in rapida sequenza, da duetto tenore-baritono a concertato finale d’atto, il coro che tace di colpo dopo aver rumoreggiato a vanvera, il tenore che, incitato da tenori primi e secondi, punta minacciosa la spada contro il baritono difeso da sette altissimi bassi, mentre il soprano sospira ohimé, affannosamente cinta della propria intonsa virtù e da un crocchio di soprani primi e secondi. Sicché De Unamauno after a long silence si riprende e dice, Éste es el templo (tempio) de la inteligencia, (l’università ndr.) y yo soy su sumo (e io ne sono il sommo) sacerdote! Vosotros (voi, camicie azzurre senza una o più maniche, vuote, causa invalidità permanente ndr.) estáis (state) profanando su sagrado (sacro) recinto. Yo siempre he sido (sono stato), diga lo que diga (a dispetto) el proverbio (nemo propheta in patria), un profeta en mi propio país. Venceréis, (vincerete) porque tenéis sobrada (overwhelming) fuerza bruta. Pero no convenceréis (non convincerete), porque para convencer hay que (occorre) persuadir (persuadere). Y para persuadir necesitaréis (vi servirebbe) algo que os falta ( qualcosa di cui siete privi): (due punti) razón y derecho en la lucha (ragione e diritto nella lotta). Me parece inútil el pediros (inutile il chiedervi) que penséis en España. (che pensiate alla Spagna – che state per riempire di migliaia di mutilati e invalidi, ndr.) He dicho (dixit). Per l’eleganza e lo stile e l’acutezza dei riferimenti e del gioco di parole siamo sicuri che il professore non trovò per niente disponibile la mente bellica dei suoi competitors. Protetto dal petto onusto di desideri materni e imperiali di Franquita Franco, egli è costretto alla ritirata, poche ore dopo è espulso in via definitiva dall’Università. De Unamuno morì, con una notevole attenzione al significato simbolico delle date, il 31 dicembre di quello stesso anno, di crepacuore si dice e c’è da crederci.

Segnaliamo che oggi è morto Unamuno, improvvisamente, come chi muore in guerra. Contro chi? Forse contro sé stesso, segnalò il gran poeta rosso Antonio Machado. Continuiamo a segnalarlo.

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L’opera del mendicante, Speronari e chele

Speronari speronari, costruttori di speroni. Attenzione perché l’attenzione non è casuale. È possibile che l’immagine sia adeguata alla memoria storica della strada medievale, via Speronari. È possibile quindi che, dal tempo di Josquin des Prés, sec. 15, su fino alle meraviglie dell’occupazione austriaca, la strada ospitasse gueux, quasimodi e accattoni. Qui e adesso ce n’è uno solo. Siede sul gradino di un uscio di servizio, non so di che servizio. Sudicio, lui non il servizio, sta seduto con le gambe stese in avanti su uno straccio la cui funzione, di riparo o di comodità, è nulla. Accanto a sé due stampelle. L’orlo dei pantaloni  ritirato su fino sotto i due ginocchi scopre gli stinchi, tibie e pèroni, appena rivestiti di tessuto muscolare ipotònico; il colore della pelle suggerisce forse, anche a un occhio inesperto, i segni di una cattiva irrorazione. In fondo a ciascuno stinco, l’articolazione che ci si aspetta di solito in fondo a una gamba è assente o incompleta o non visibile, protrude in una chela, una specie di chela, rigida. Non è un arto accennato o deformato ma un’altra cosa. L’imitazione delle tenaglie dei granchi e, come per i granchi, una differisce dall’altra; l’architettura biologica parrebbe seguire e costruire secondo gli stessi schemi strutturali, pene e clitoride; Gaudì lo intuì bene benché egli attribuisse questo comportamento alla gloriosa intelligenza del Gran Ordenador Celestial. Provo a immaginare che la deformità possa essere anche il risultato di un’ustione gravissima, giunta alla combustione, alla consunzione e mai curata o altrimenti di una realizzazione congenita, trattata in modo analogo. Non lo so. Ma non evito di guardare. L’uomo, perché è di uomo il corpo lì sul gradino, legge una rivista, sfoglia le pagine per essere precisi; un bicchiere di carta della coca-cola più volte piegato e dispiegato serve per raccogliere le elemosine.

Si dice che la brutalità è risultante dell’ignoranza, forse dimenticando che l’ignoranza è una delle manifestazioni della brutalità e poi si dice cultura di qualunque insieme di norme che la giustificano, l’infibulazione e la lapidazione sarebbero pertanto atti culturali e infine, a torto, si pretende cultura un’attitudine a ingentilire la deriva violenta di noi bipedi per virtù della bellezza, cito a caso, la bellezza della musica, dell’arte in genere; la musica dovrebbe essere tra le più gettonate dispensatrici di serenità e oblio. Proust ci ha insegnato quali e quante regole di vivere culturale avesse inventato il mondo del tempo perduto per regolare ogni atto quotidiano; la prima guerra mondiale dimostrò che nulla impedisce a un raffinato pianista di essere uno squalo e di sganciare una bomba al fosforo e al professore di filosofia di essere una carogna e lanciare sé stesso, baionetta in canna, su un bersaglio umano. Suonare notturni e polaccche e infornare ebrei non era così inusuale. Sono immagini e ricordi che ciascuno di noi, che sia cresciuto prima di facebook ha negli occhi.

Quella creatura granchio, deforme o, quest’ultima è un’altra ipotesi per il medesimo risultato, deformata in culla da qualche tipo di violenza domestica e quindi culturale è la fonte di reddito di sé medesimo o della sua famiglia, della sua tribù. Non si getta via nulla. Tutto serve a produrre un profitto, dal livello più miserabile alle più raffinate e furbe forme di appropriazione indifferente al debito. È il principio, mi pare proprio, su cui si fonda la società capitalista, né più né meno. Il suo modello relazionale. Sfruttare. L’opera del mendicante.

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Débacles, capitolazioni e ricapitolazioni

L’otto settembre 1943 tutti dovrebbero ricordare che cosa accadde all’Italia. Tecnicamente fu qualcosa di simile a quello che le sta capitando in queste ore cupe di novembre, ovvero la sua capitolazione di paese miserabile alle malefatte di un nessuno e centomila piccoli cesari che, oh sì subiva ma per scelta e calcolo. Pochi sanno che cosa successe il giorno seguente, il 9 settembre 1943. Che si sarebbe trattato di diventare mio padre lui non poteva saperlo così che il giovane D’Annunzio D’Ascola, Danunsio o Nunsio Dasola nella fantasia lombarda di allora, nome di battaglia Roberto Aldieri, si presentava alla porta carraia del distretto militare di Lodi e intimava al regio ufficiale di guardia che si levasse di torno o gli avrebbe sparato; dobbiamo supporre quindi che Nunsio avesse una vaga idea di come armare e tirare con un moschetto ’91 perché l’ufficiale guardiano abbassò, in rapida successione, la sua pistoletta regia e le sue arie imperiali così che i pochi soldati rimasti nel distretto, gli altri erano già morti o poco men che morti in Unione Sovietica, si allontanarono dalla caserma in disordine, tutti a casa, tutti a casa. Già. Tranne Roberto Aldieri che raggiunse sulle montagne di Clusone, Bergamo, la sua unità di Resistenza. Tutto questo va inteso in chiave letteraria, i dettagli e la parte realistica, intendo, se mio padre si fermò a mangiare dai suoi, i miei futuri nonni, a Milano, Via Sismondi 27, se andò a piedi da Lodi a Milano, se, come canta la canzoncina incontrò una bella Gigogin, se da Milano a Clusone prese o perse il treno, la bicicletta, la corriera, se se se, non c’è due senza tre.

Non sono stato un bambino di guerra, voglio dire che il mio anno di nascita è il 1952. Invece che dai fratelli Grimm, la mia infanzia, con i suoi lunghi periodi di malattia seguiti da limbi di lunghe, meravigliose e sfaccendate convalescenze piene di libri e biscotti plasmon con la marmellata, fu segnata da mio padre e da mia madre con il dono o con il fardello, questo resta da indagare, di una mitologia domestica, la nostra iliade quotidiana, fatta di città in fiamme, cecchini, agguati, commissari politici, cavallereschi germanici e infami repubblichini italici, terrori e miserie e torture; non sapevo ancora in che cosa consistesse una tortura ma supponevo che si trattasse di qualcosa di abbastanza sgradevole se, per evitare la cattura, mon père a quel tempo si portava in tasca due bombe a mano senza sicura; e ancora, giustizia sommaria per spie e traditori, la guerra partigiana e la guerra di Spagna raccontata dagli amici e da mia madre che, pure lei prima di figurarsi che sarebbe diventata mia madre, di Spagna aveva visto i reduci e i profughi avviati ai campi di raccolta, cioè di prigionia e udito i nefasti dal fratello pazzo e volontario fascista o pazzo perché fascista, in queste cose la chiarezza non è assicurata. Costui, uno psicopatico che per mia fortuna non ho avuto il disagio di conoscere e che si rese noto per essersi trascinato, si dice sulle ginocchia, da Udine in Vaticano per espiare le sue colpe, tenne sveglia la famiglia di sette sorelle, tutte francesi del sud, con le sue vanterie e le sue minacce di spadaccino della baionetta; la baionetta è un oggetto transazionale edipico. Suo padre, non della baionetta dell’energumeno, alla fine lo cacciò di casa. Pare che di padroni, dèi e catastrofi la gente non posso fare a meno. Così sono vissuto tenendo gli Dei e i loro arbitrii a distanza, degli uomini, non fidarsi è facile, evitarli difficile.

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