Fickelundfackel

Karl Kraus, viennese, di professione Cassandra, per anni scrisse da solo e pubblicò una rivista dalla copertina fiammante, polemica va sans dire e dal titolo augusto, die, la, Fackel, fiaccola. Le sue opinioni lontane, si parla di un uomo morto nel 1936, sono a volte anche le mie. Und in inglese è and. Fickel completa ed estende il giochetto di parole applicando forse un inapplicabile suffisso diminutivo al tema, sempre tedesco, fick che ha il suo corrispettivo nel noto inglese fuck, fottuttina, che si riconosce nel crudo lessico urbano inglese, fickel appunto, violenticchiare. Vedete un po’ voi.

Non leggo più i giornali perché mi nuocciono alla salute, tendo all’ipertensione e ho un brutto carattere, ma sono convinto, forse sbaglio, che sia la stampa a creare le notizie, è vero, ma non i fatti che appartengono ad altro campo. In termini forse meno forse più kafkiani ma poi perché no, perché semplificare una materia, il mondo, la cui complessità è nota e solo nella sua stessa complessità e per successive approssimazioni ed errori può essere indagato, ho la sensazione che sia  la stampa a sorreggere l’illusione, democratica dicono, che certe cose, qualunque cosa nei fatti, avvengano davvero, ossia che continuino, si amplino e via di seguito. Se prendiamo a misura il fenomeno che ha determinato in tutti questi anni la presenza al governo di un paese assai poco nazione, di un solo uomo e di una sua banda di poco di buono, forse manovrati tutti da un cupolone di uomini davvero in gamba, nella loro specialità, e intesi a trasformare quella stessa scarsa nazione, perché limitarsi a una regione e a un togato staterello feudale quando c’è tutto uno stivale da calzare, in loro dépendance, pied-à-terre in qualche caso, garage per carrozzoni blindati in molti altri, viene fatto di pensare, a me per lo meno, che non avesse insistito, anzi si fosse determinata la stampa a non parlarne mai, nemmeno per sbaglio, nemmeno per azzardo, con metodo, forse quello stesso uomo, privato di ciò che gli è più caro al mondo, lo specchio delle sue brame, sarebbe ridotto, con un Lysle d’inglese in mano, a gironzolare per Trinidad & Tobago a guardare i bikini sulle spiagge e ad a essere quello che è, un vecchietto ignorante e anorgàsmico, malato di mente, tanto stupido da non capire di esserlo. Non so se il mio è un sogno retroattivo che, come tutti i sogni è una burla della mente per tenersi su di morale. Avevo giurato a me stesso di non parlare mai qui di quella che, per errore, si chiama politica, la politica è altro, anche nel male, persino Hitler ne ebbe una; il mondo è, nel mio giudizio, dominato da triadi che della politica hanno un concetto bizzarro ma evidente di grimaldello per scassinatori, non di attività volta all’orchestrazione armonica di una società. Non pare che qualcuno ne abbia la chiara percezione, tranne alcune Cassandre, inascoltate ope legis, ma mi pare evidente che viviamo schiavi del mondo di Robin Hood e penso che nessuno di buon senso, nemmeno un giornalista, potrebbe dire che lo sceriffo di Nottigham e il suo mandante abbiano mai avuto o si esercitassero in qualche misura in una politica. Come Peppino de Filippo in Totò Peppino e la Malafemmena, Ho detto tutto.

Il giornalista è uno che, dopo, sapeva tutto prima. Karl Kraus

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1 2 3 4 la defenestrazione a Praga

Praga, come ognuno sa, è una città di circa 1 punto 9 milioni di abitanti, una Milano attraente o una Barcellona senza mare per fare qualche confronto di peso; conserva una passata allure sacra romana imperiale, batte infatti Roma quanto a colli, 9 e a fiume, la Moldava, km 433 ma è superata da Parigi per il numero delle sue alture e per la sua Senna di oltre 700 km. Praga è capitale oggi di una di quelle piccole patrie che, come i tenori e le figlie con un portamento naturale da danzatrici, piacciono ai fedeli del sentimentalismo in virtù del fatto che esso rende tutto a misura dei piccoli e dei vicini di cortile. A Praga, stando a una statistica, la temperatura media si aggira da ottobre a marzo intorno a zero e continua ad aggirarsi da aprile a settembre, ma tra i 22 e i 25 Celsius sopra, con picchi di meno trenta e più trenta, dimostrandosi così che la temperatura è portata a raggirare le statistiche e gli incauti che non ne vogliano tenerne conto. Praga, che fu lo sfondo delle innumerevoli avventure di un giovane assicuratore molto dotato, Franz Kafka, di un banchiere esoterico lievemente nazista, Gustav Meyrink, di un astronomo, non di un astrologo, Tico Brahe e di un fortunato caso di leggenda metropolitana, il Golem, Praga fu teatro anche di una sacra rappresentazione in quattro atti, chiamata con molta precisione defenestrazione di Praga. Quasi si sia trattato di un omaggio praghese alle tradizioni consolidate, i quattro atti furono distribuiti nei secoli con cadenza casuale e, non è un caso, sotto un’unica denominazione. I primi tre sparsi nell’arco temporale di duecento anni il quarto, sospettato in realtà di essere un banale incidente o al contrario un suicidio incidentale, si esaurì dopo un breve volo il 10 marzo 1948. Non ha nessun riscontro con il vero, il timore di quei visitatori che, a Praga, evitano di sporgersi dalla finestre in genere ma, di preferenza da quelle del noto castello di Praga, lo Hradčany per intenderci.

Essendo simile se non uguale il motivo, è indifferente descrivere, con mezzi di fantasia bene inteso, questa o quella delle quattro defenestrazioni, gesti che, per chi avesse dei problemi a seguire questa breve descrizione, consistono per lo più nel lasciare che cada o nel lanciare un oggetto, nei casi specifici, corpi umani vivi fuori di una o più finestre; da qui appunto il termine, acquisito dal lessico italiano nel 1892, defenestrazione. Come tutti i fatti che inaugurano una serie, il primo ha il fascino di tutte le prime; si prendano ad esempio la prima guerra mondiale, la prima bomba atomica, il primo dentìno, il primo amore. La defenestrazione più nota fu la terza, è del 1618 e, quanto a motivazioni, in nulla o di poco differisce dalle altre, fu causa, raccontano, di una guerra trentennale, 1618-1648, detta appunto dei Trent’anni con la t maiuscola; questo ce la dice lunga su certi piccoli gesti che compiamo quasi ogni giorno senza pensarci; fu illustrata da un quadro del 1844, anno che forse già fremeva di agitazione rivoluzionaria ma di tutt’altra specie rispetto a quella del 30 luglio 1419. Data del primo lancio.

Immaginiamo la giornata, temperatura da supporre di circa 20 gradi, stando alle statistiche attuali e senza tenere in conto le particolarità climatiche legate al secolo in esame che, pure, meriterebbero qualche attenzione a essere dei termòlogi climaterici; giornata dunque fresca per un veneziano di laguna che vi sottoscriverebbe un abbonamento annuale se solo potesse, già torrida forse per un praghese che, fosse stato allora uso e costume il nuoto da diporto, avrebbe desiderato un bel tuffo, specie di domenica, nelle acque della Moldava. Ma non risulta che quel 30 di luglio fosse domenica.

A un certo punto della sua carriera politica, un punto preciso esatto fino al millimetro ossia nel Novoměstská radnice o municipio del distretto della città nuova e al nanosecondo di quel 30 luglio 1419, il borgomastro, ovvero il sindaco di Praga e con lui un giudice e cinque consiglieri comunali, furono afferrati, se per i piedi o per le spalle o per le palle direbbero alcuni possiamo solo immaginarlo, da una moltitudine di scalmanati dilagata nel palazzo, le cui intenzioni furono ben chiare ai sette soggetti citati fin dai primi sconcertati scambi di sguardi e, c’è da credere, di ragionate parole forti, figli di puttana, bastardi, termini questi primi sottilmente enantiodròmici, maledetti, accettabile per quanto generico, spie di Roma, già più preciso ma non assodato o iperbolico, rotti in culo, pericoloso a dirsi a chicchessia, accertato il legame logico tra la definizione, il chiacchierato giudizio su Sodoma e le grandi plusvalenze, allora, di legna da ardere il cui uso, fatto proprio da tutte le chiese in lotta tra loro per questioni fondamentali per i più come la presenza reale di Cristo all’Eucarestia o, ben più spinosa quaestio, per la condotta dissoluta, fisicamente e fiscalmente corrotta delle gerarchie ecclesiali in particolare e di chiunque in generale, consisteva di solito, non è novità ma è utile rammentarla, nel porre sopra una architettata catasta di questa legna, non senza averlo legato per bene a un palo, un personaggio a caso, eretico, stregone sia al maschile che al femminile o eretico di terzo tipo, sodomita quindi era l’accusa fondata sul nulla, sul poco o sul tanto odio personale e pertanto vera perché confermata dalla fede appunto e, concluso questo preliminare, nell’accendere la catasta stessa perché il detto personaggio vi andasse a fuoco subito dopo ma, è ovvio, nel tempo che impiega la fiamma a bruciare un grande quantitativo di fascine e tronchi, inclusi quelli umani. A tutti è noto che la pietà e la sacralità misteriosa dell’atto non a caso detto di fede, auto da fè appunto, imponeva a volte al boia il gesto, ora condiscendente ora sinceramente umano ora frutto preventivo di una dazione in denaro, di rompere il collo al fortunato prima che le fiamme si abbandonassero al loro santo ufficio. A questo tipo di accesa attenzione, è tramandato che fu sottoposto tale Jan Hus nella graziosa cittadina di Costanza, sul lago omonimo, solo quattro anni prima dell’evento che vi sembrerà perso ora nel conflitto di precisazioni che vanno accavallandosi in queste righe. Ma per non omettere nulla, Hus fu quello che decise di non rinnegare in pubblico e puntiglioso processo, le gravi accuse di débauche levate contro la gerarchia cattolica romana in genere e, in particolare, versus l’interesse del papa a rappresentare nel mondo di qua e anche commercialmente grazie al florido mercato delle indulgenze, il dio degli eserciti; fatto che, contestato, avrebbe posto il pontefice sullo stesso piano di un qualunque pretino di campagna per non dire della sua perpetua che né petrus né petra avrebbe mai sognato e di essere e di potere diventare. A motivo di ciò e grazie a una tecnica antica concertata sulla fabbricazione di prove false a seguito di accuse campate per aria e testimoniate da confessioni in vari modi estorte o manipolate, detto Hus fu mandato in fumo; ma non godette del beneficio di una esecuzione preventiva, cosicché affrontò le fiamme, raccontano le cronache, cantando salmi generici e con la Cervicale 1 o Atlante intatta, quell’osso del collo che è lì proprio per essere rotto, da cui i blandi detti italiani a rotta di collo, rompicollo, rompersi l’osso del collo.

Quel trenta di luglio 1419 i seguaci di Hus, gli hussiti furono dunque a Praga attori e autori dell’atto che, si è capito, non si può definire unico e in apparenza, una vendetta contro i loro avversari cattolici romani, incarogniti a loro volta con gli Hussiti a causa di quei loro anarchismi ideologici; non sappiamo poi se davvero i sette fossero bastardi, maledetti, spie papiste né se figli di puttana né se rotti in culo. Scarseggiano le informazioni precise, ma diamo per probabile o sicuro invece che, tra i tumultuanti si accese, il termine ironizza sui fiammiferi, il dibattito su cosa farne dei tapini che, una volta afferrati, fermi non li vediamo stare volentieri. A qualcuno venne in mente di dare pertanto almeno al borgomastro una solida legnata in testa; non ne siamo sicuri ma chiunque avrebbe fatto così in una situazione analoga e del resto le siringhe erano ancora di là da venire e così pure i moderni sedativi. Tale bastonata stordì il malcapitato abbastanza da non fargli capire quale soluzione finale si stava prospettando per lui e compagni ma era lì e per fortuna di tutti a portata di mano, una finestra. Non una soltanto, un’intera serie di finestre, abbastanza alte sulla sottostante Piazza Re Carlo, la cui dizione in ceco lascia a desiderare quanto a vocali e tali, le finestre non le vocali, da essere un ottimo punto di vista per un dramma così innovativo come quello. Non tutti avevano potuto irrompere nel palazzo ai primi posti ché, per quanto grandi fossero allora i palazzi, non avevano nulla in comune con i nostri stadi moderni, quello di Santiago del Cile per citare uno dei più noti; qualcuno a quel punto si affacciò a una finestra, per gridare al resto della mirabilis turba laggiù, a becco asciutto dal gran sgolarsi e nemmeno un ambulante nella piazza che offrisse a prezzo ragionevole un goccetto di buona birra, ehi li abbiamo presi i maiali, altro epiteto fortunato in ogni tempo e ogni paese.

Vociare crea la tensione adatta nelle situazioni più diverse. Ebbene mentre altri vociando, spalanca per bene tutte le finestre disponibili il borgomastro viene portato in orizzontale alla più vicina; qualcuno, per farla meglio passare oltre il davanzale e tirandola per i capelli, gli issa la testa ancora ciondoloni per la botta subita, richiamando i sensi del poveretto forse chissà con una zaffata del suo alito da intestino pesante o del suo sudore fetido, siamo sessant’anni lontani dall’invenzione dell’Acqua di Colonia. Il borgomastro ancora mezzo inciuchito vede la notevole platea della piazza, gremita di teste come si direbbe con proprietà giornalistica; tra le molte quella di certo Jan Želivský, prete hussita sanguinante in seguito ad appena ricevuta provocatoria sassata avversaria. Jan Želivský ridacchia tra sé ma alla folla mostra un’espressione assente da scriba durante la sua siesta. Questo tipo di espressione è inteso urbis et orbi ieratico. Il borgomastro invece e, a ritmo gli altri sei, volano fuori con slancio notevole, pesanti o non pesanti che fossero i missili, i propulsori erano volonterosi; le teste, dopo aver descritto in uno spazio tri se non addirittura multidimensionale, una breve ellissi, piroettano quasi subito verso il basso. Questo per inciso capitava anche alle prime V1 di Von Braun. A nulla sarebbe valso appellarsi alla legge di Archimede che vale solo per i corpi immersi in un liquido e per quanti questa legge conoscono a memoria e accettano benché sia frutto di un sordido pagano; gli aggettivi continuano a creare il mondo a loro immagine e somiglianza. Continuarono i sei a precipitare cristianamente sparsi, appellandosi alla provvidenza e agli angeli, noti per aver gusto talvolta nell’esibirsi in salvataggi al volo, stante che il volo e le apparizioni è la specialità loro come lo sarà più tardi di Houdini; non ne siamo sicuri ma forse a metà o al principio della corsa con il terrore negli occhi urlarono, i defenestrati e così li avrebbe descritti una possibile versione cinematografica della stessa sequenza.

Occorre far notare che nel 1419 le lingue erano come sono ancora in formazione e soprattutto, che non tutti, vedere i lombardi dei nostri giorni, parlano la stessa lingua; pertanto, quell’urlo fu, o avrebbe potuto essere malamente interpretato da un gruppo assiepato di comari a naso in su, che lo intesero tanto per un, via di sotto donne, quanto per un, fatevi sotto ragazze che arriviamo; per una ragione o per l’altra e senza il tempo per una concertazione preventiva, le donne si risolsero a spintoni e doppi strilli ad aprire un campo abbastanza largo per un atterraggio solido a ogni singolo precipitante. E così fu.

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Lacrime, Suv e crocodrills

Osservo che è una Nissan bianca, il fatto che sia Nissan e non Toyota o Bmw e che sia bianca e non color squalo o color burqa è indifferente, ma sul bianco del cofano si nota lo stemma della fabbrica, il suo logo come dicono le persone che sanno vivere dove vivono. L’auto è grande una specie di Suv più piccolo, più in formato giapponese si direbbe, ma insomma ha grandi ruote e un aspetto massiccio da peso medio. Mi pare che sia un o una Suv dal disegno e dalla faccia dell’autista, che, come la carrozzeria, è di genere femminile e ringhiosa. Perlomeno questa è l’impressione che ricavo, oltre il parabrezza, dalla mascella prognata, altrimenti detta volitiva, lo sguardo dissimulato sotto una fessura delle palpebre.  Tanto l’auto quanto l’autista, trasportate dalla medesima furia, sono arrivate in velocità su da uno sterrato campagnolo e bloccate di colpo, con un sussulto delle sospensioni e del rachide cervicale della guidatora, allo Stop che sfocia sulla comunale asfaltata, un segmento quasi retto, i cui estremi a e b sono Montagnana e La Romita e che collega una serie discreta di piccole località su una cresta collinosa tra la valle della Pesa e del Virginio. La macchina ha disteso dietro di sé una coda di polvere gonfia e roteante dopo una corsa in terza o in seconda, lungo lo sterrato che in più punti, lo conosco, ha buche profonde scavate da innumerevoli piogge, ma si potrebbe credere da meteoriti, e mantenute da un contenzioso tra due comuni su a chi spetterebbe, i condizionali condizionano, il compito di asfaltare il percorso. Strada inadatta a correre come tutte le strade che, si sa, stanno di solito ferme, anzi di solito sono apprezzate per questo loro carattere irremovibile. La donna, la Nissan, il motore, sono corsi su saltando sulle buche, sulla ghiaia dove in velocità le ruote possono rotolare a vuoto, per arrivare a uno stop. È un’auto da battaglia e di una battaglia deve avere conquistato la quota, lo stop ma, del resto, penserà forse la donna, perché mai mi sono presa un Suv se poi non corro su uno sterrato, Io, sono arrivata allo stop, Io, davanti una serie di concorrenti immaginari, Io, ho morso il freno con il mio sandalo destro, c’è la quasi certezza che la donna abbia ai piedi dei sandali siamo in agosto e che nessuno glieli slacci, Io calpesto l’acceleratore nello stesso modo, Io, schizzerò in avanti sull’asfalto a velocità ancora più alta. Esegue.

Il giornale, che tengo stretto insieme con un sacchetto di olive e di prezzemolo tra le dita della mano sinistra, strilla di miliardi bruciati in Borsa, dal verbo borseggiare, italiano per carpire a piccoli sorsi da cui poi o la borsa o la vita, tempio dove i miliardi in realtà non sono cremati ma transustanziano in nulla per alcuni e in oro per altri; e delle lacrime di uno che in Italia piange, sangue dice, ma non amaro. Ecco tutto.

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Cerbaia, San Casciano in Val di Pesa, Firenze

Molti hanno una sconsiderata fiducia nei propri e altrui sentimenti, in generale dei sentimenti che confortano e rinforzano la buona opinione che essi tendono ad avere di sé medesimi, frigno dunque sono e, in particolare, di quei sentimenti che appagano con sensazioni epidermiche e piacevoli, come se di queste e di quelli fosse il regno della verità prima e delle bontà poi. Un passo più in là e si precipita nell’ideologia del sentimento, il sentimentalismo; che si fonda e si esplicita nella parodia di qualsiasi sentimento.

La prima parola che sento è bentornato. Mi arriva alle spalle con un certo stupore, mio, non della parola. Intendiamoci, non sono mai stato né sono appunto un sentimentale, nemmeno in occasioni di debolezza estrema, non credo in genere e meno che meno nell’Arcadia, né credo che un commerciante debba avere sentimenti più profondi di quelli che possono essere riferiti al suo piacere di constatare che, colui che l’anno passato era un cliente occasionale, un anno dopo si è trasformato in cliente fedele. Nelle sue scarpe mi rallegrerei, ogni persona che torna è un’ipotetica garanzia. Il commerciante sarà gretto ma vive nella e sulla provvisorietà degli scambi. Che sono tutti, di qualsiasi natura siano, incerti mi pare si possa dire, molto vacillanti. Insomma la signora del piccolo supermercato di paese mi dice bentornato. Poi si passa alla cassa; ci si rivede alla fine, c’è stato un po’ di trambusto, è morta mia suocera, le dico; mi dice, con un’intonazione per nulla banale, così è la vita e aggiunge, nostri amici hanno perso il figlio di 19 anni un mese fa e quelle le son tragedie, ma non ne parliamo o ci rattristiamo. Silenzio breve e arrivederci a domani. Buona giornata.

Non amo la carne da mangiare, per dovere o abitudine la compero per gli altri, alla fine mi adeguo. Non conosco la macelleria in piazza ma vedo che c’è un certo andirivieni di donne e tutte del paese. Sarà un buon segno. La macellaia ha qualcosa di goloso nell’espressione, sarà sui quaranta, il fisico è quello di una lottatrice ovvero di una che si carica sulle spalle quarti di bue, ma non ha una faccia né feroce né ottusa. Congeda una comare con un cartoccio, ecco il solito Bianca, e sembra si apparecchi a servirmi in un area di privilegio; non mi ha mai visto. Sorride. Chiedo del petto di pollo. Mi offre di fenderlo in tante fettine. Mi fa notare il colore e il tono della carne, una lezione di anatomia patologica. Taglia e batte con decisione. Non riesco a non pensare alle simpatiche baccanti che fanno a pezzi Orfeo, non infuriate, metodiche. Vabbè. Lei chiede come cucinerò l’àrista e il resto; in base alle mie risposte mi spiega che cosa mi darà per il meglio. Molto professionale, madame, sempre sorridente. Il marito è nel retro che squarta, si sentono i colpi della mannaia, lei si muove leggera per la bottega, non riesco a non pensare come si lascerà fendere dal signor macellaio, la notte, come un petto di pollo, sorridente. Cose che pensano gli uomini immagino, le donne non so. Ne arriva una, adesso, ma non per servirsi, domanda che cos’è equitalia e perché le chiede soldi. La macellaia spiega che si tratta di un’associazione di strozzinaggio, con poco legame con equità e molto con italia, cioè lo stato di rapina. Confermo. La donna è spaventata, la cifra non dev’essere modesta. Soprattuto perché riguarda la suocera. Immagino che possa essere anziana e malata, non so perché. Arrivederci, arrivederci a presto.

Dal coltivatore diretto. Oggi c’è la moglie ma sono in tre a lavorare, il marito e la madre, di lei credo. Tutti secchi, tutti sciupati dal sole e dalla fatica. Intelligenti, agricoltura studiata e pensata, oltre il biologico, ho una lezione in mente dall’anno passato. Frutti bellissimi a prezzi molto sensati, convenienti insomma. Compro chilate di pomodori e cipolle e pesche, la donna nota il busto che devo portare, qualche ora al giorno, per sollevare la colonna vertebrale, mi parla della sua, le dico del mio intervento, mi ascolta con occhi precisi, mi dice del suo guaio di donna, del suo intervento, delle sette trasfusioni, del suo fibroma ma ora sto bene; mi pare di poter osservare che sa che so che non può essere stato altrove che all’utero. Pago, afferra lei tutti i miei sacchetti della spesa e parte su per la salita verso la macchina, mi schernisco, faccio tre viaggi dico, mi dice che qui non ci vede nessuno, non mi devo vergognare concludo. Vola e deposita tutto nel bagagliaio della mia Skoda. Arrivederci. Buona giornata.

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Parole

Scrivere deriva da una disposizione speculare e ha una funzione speculativa, benché pubblico, lo scrivere è un atto molto privato.

Ivresses è l’ultimo spettacolo di cui mi sento di attribuirmi l’intenzione. Gli sono grato, con qualche ragione, perché ha costituito un mio punto di non ritorno, il punto in cui mi sono fermato e via, il tempo necessario per far saltare alle mie spalle l’ultimo ponte con l’inconsistenza del mestiere, della finzione, termine inesatto che vi prego di assumere per ipotesi ma che da subito, anni e anni or sono, del mestiere mi parse l’inestricabile costituente. Non avendo però, come si dice, fatto nessuna carriera bensì, per mia fortuna, un lungo e onorato piccolo cabotaggio, del mestiere stesso mi resta, sia chiaro che il discorso vale per me e pochi altri consapevoli, solo la sua eco. In teatro o risuonano parole o stona il vuoto della rincorsa alle immagini. L’immagine in teatro si forma e si ferma nell’immaginazione dell’ascoltatore. Fornirgliene non è una necessità, ma è quanto vanno rincorrendo molti, da tempo, almeno dal secolo 17. Il resto non è silenzio bensì, al contrario, per i pochi fortunati o sfortunati dico io, il bruahà quotidiano del lavoro di successo, i luoghi comuni e lo scarso senso comune, il conflitto costante intorno a nulla o poco più o poco meno che nulla, trattandosi solo di un conflitto per affermare qualche tipo di supremazia, del regista sugli attori, degli attori sugli attori, dei giovani sugli anziani, delle vecchie sulle giovani leve in una costante rincorsa a incensarsi e celebrarsi e nello stesso tempo o dopo o al contrario, a svalutarsi e spruzzarsi addosso ora il corrosivo del rancore sincero, ora il profumo corruttore del tu sei un genio, l’unico genio, il genio; dove stia il genio nel trovare la trovata e purtroppo non perduta, di sventolare spighe finte al finto vento di un ventilatore resta da scoprite; sopraffare serve a mascherare il fatto di essere già stati sopraffatti dalla forma distruttiva del teatro; da questo non credo ci sia possibilità di tornare indietro, come per Euridice sedicente innamorata del suo fesso con chitarra Orfeo, ma, in segreto, avvinta come l’édera all’altro, al killer Plutone, il villain si addice alle ragazze. Per riprendere un esempio caro a Peter Brook, chi attraversa uno spazio circoscritto e poi, aggiungo io, si fermi in un certo punto e da solo dica solo, con fermezza, Sì, innesca un processo teatrale, il pubblico non sa perché dice sì, il racconto comincia, qualunque immagine è superflua se e dove si mette in moto l’immaginazione; la domanda è, in che misura è un processo letterario o meta-letterario, ammesso che questo termine incontri sulla sua strada il suo senso proprio. A latere di quanto detto finora occorre dire che chi non conosce il sopraddetto ambiente teatrale farà forse fatica a comprendere o, al contrario, gli capiterà di dire, ma nel mio ospedale, tribunale, studio notarile, agenzia di servizi, ufficio comunale, è lo stesso. Non sono in grado di dare risposte a eventuali domande.

Di quello che solo di sfuggita, adesso in qualità di insegnante, è stato il mio ambiente di lavoro, creativo oh là là, posso dire che, spenta la luce, l’attore non c’è più, finito, più che dimenticato; ciò che di lui si ricorda è la finzione non la persona; se per errore assumiamo con persona il significato latino di maschera ci rendiamo subito conto quale incubo stiamo configurando. Con le parole di Jean Louis Barrault il teatro un luogo di oblio e di morte continua e, concludo io, chi ne fa parte è più che effimero, quest’ultimo dato ci accomuna tutti, noi al resto del mondo, è inconsistente. Con le dovute eccezioni, di un’inconsistenza umana più che professionale, tenuto conto peraltro che i termini, inconsistenza e umana, andrebbero in qualche modo giustificati o spiegati. Di che cosa si tratti immagino che chiunque sia in grado, a intuito, di farsi un’idea. A mio modo di vedere, l’inconsistenza consiste, con un ossìmoro, in un ossìmoro, nell’essere molto bravi e competenti a dare ordini, stilare preventivi, analizzare e discutere, imporre e imporsi e, Shakespeare Macbeth atto V, non vuol dire niente. Un’inconsistenza pastosa, per avvalorare l’ossìmoro. Questa caratteristica delle persone che lo fanno e che non se ne possono affrancare è in parte la virtù che rende possibile il teatro; l’inesistenza di chi lo fa, fa esistere il teatro. In ogni modo, tornando a Ivresses, tengo a dire che segnò, tre anni fa, il mio distacco dalla regia e nello stesso tempo la conquista finalmente della parola. Questa frase sembra una banalità e non escludo che così enunciata lo sia. I teatranti non hanno parola, ecco un altro segno d’inconsistenza, maneggiano parole altrui, con abilità superba a volte, ma sono muti quindi di pensieri che non siano già stati pensieri altrui. Totò il paradossale rifiutò sempre l’imposizione di un copione, stante che creava lui stesso le parole adatte alla situazione; non la recitava dunque, non mi pare che Totò abbia mai recitato, bensì che, unendo in sé stesso le funzione di coro vivo e di commento in calce, faceva della sua presenza nella situazione, un fatto, se vogliamo chiamarlo come sopra, meta-letterario o metà letterario e metà incompiuto o, letterario a metà.

La consistenza a volte passa per il medium di una citazione. La citazione che è una scelta di parole, un’adesione accettata, è una conquista. Conquistare la parola, per me, ha significato liberare il pensiero, assai poco diranno alcuni, too much altri, ma non è questo che mi può interessare, è stato uscire dalla paralisi del teatro e raccontare. Importante è che non si pensi che raccontare sia un Lego. Né la sintassi né la letteratura sono una costruzione di Lego. Ivresses fu opera di collaboratori cui più che la briglia sciolta lasciai il completo controllo dell’evento, dalla nascita alla morte. Non fu una concessione magnanima ma un’attribuzione di ruolo. A me interessava la riconduzione alla razionalità, nello stesso tempo limite e potenza, e così fu. Volevo ottenere un atto simbolico di liberazione delle parole dalla caotica minestra dei gesti, del canto, del ballo bello bello, sì sì, ma.

Ivresses si svolgeva in tre momenti, il primo allusivo, rumoroso e scazònte, impressionante, emotivo come dicono i pubblicitari e gli uomini marketing, poveri loro; il secondo, un passaggio o meglio una centrifuga, dalla quale le parole affioravano, scomparivano, cominciavano a proporsi, a dire in modo balbettante, infantile, incompleto, noi siamo pronte a saltare giù e a farci vive; il terzo in cui tutto si componeva nel racconto, razionale, umoristico; l’umorismo non è tanto nella battuta, che quella è velocità applicata all’ingegno, ma diciamo così, un atteggiamento. L’umorismo è distacco, è punto di vista, insomma è distanza prospettica, calma. Perspektivismus ist ein anderes Wort für seine Statik.. Prospettivismo è un altro termine della sua Statica, cito questa linea di Gottffried Benn che mi folgorò un tempo quanto, se non meglio, della mela sulla testa a Newton, con il dovuto rispetto per Newton che è noto, mentre io non posso nemmeno immaginare di esserlo

..Linien anlegen,

Tirare linee

sie weiterführen,

nach Rankengesetz –

Prolungarle in filari

-Ranken sprühen –

-Far sbocciare filari-

auch Schwärme, Krähen,

E Stormi e Corvi 

auswerfen in Winterrot von Frühhimmeln,

spandere nel rapido rossore di cieli invernali

dann sinken lassen –

Poi lasciare tutto affondare

du weißt – für wen.

lo sai- per chi.

Ho citato il resto, cioè la conclusione di questa Poesia statica, come motto allusivo del racconto che costituiva la terza parte di Ivresses, racconto corale, detto tutto da tutti i tredici o quanti erano i giovani interpreti dello spettacolo, un gruppo che qui mi mi piace ricordare tra le cose interessanti e buone della mia vita.

 Da Ivresses, Finale

Ljuba

C’era una volta ad Asolo un ricco signore, si chiamava Camilotto e viveva, quando ci viveva, in una splendida casa in collina. La casa era al centro di un bel giardino e tutt’intorno, in file regolari e piacevoli a vedersi, si allineavano i ranghi di una delle tante vigne di Camilotto

 Fabrizio

che amava il vino e amava, di preferenza, solo quello delle sue uve. Camilotto si curava del vino in autunno e inverno, quando gli impegni di pianista lo lasciavano libero. Aveva una moglie, la Bellissima, la chiamavano in paese, bellissima con elle sola e soltanto una esse, ma di questo si saprà tra poco

Francesca 1

Camilotto era molto bravo, come pianista, ma molto ricco e questo vantaggio gli evitò l’obbligo di lavorare per mantenersi, duque era un dilettante

Andrea

benché fosse nato in un periodo funesto per l’Europa, aveva potuto godere e aveva coltivato nel tempo, gusto e quello stile del mondo nel presentarsi al mondo che, con buona grazia viene preso per intelligenza e ça va sans dire per cultura

Francesca 2

Il 1 settembre del 1939 alle cinque del pomeriggio Camilotto festeggiava i suoi 16 anni a Parigi, dove studiava da sempre, con i migliori maestri

Ewa

Nello stesso tardo pomeriggio, a un’ora tedesca, l’esercito tedesco festeggiava con un rancio tedesco, l’invasione tedesca della Polonia e lo start up di una guerra mondiale tutta nuova

Davide

il padre di Camilotto invece, viaggiava in rapido verso Losanna dove, in una grande banca, depositò tutta la sua fortuna e di lì a qualche giorno, in uno chalet sul lago, a due passi da quello di Oscar Kokoscka, l’intera sua famiglia

Silvia

Poiché Camilotto era il primogenito e di buoni sentimenti tre anni dopo anni arrivò in treno alla frontiera di Pontarlier con in tasca un autentico passaporto svizzero e passò nella Francia che nel frattempo era diventata libera

Ahn

libera di sentirsi fascista e di Vichy, come l’acqua, ma con effetti meno salutari

Fabrizio

Arrivato a Bordeaux a Camilotto capitò di essere preso a schiaffi da un ufficiale della marina italiana, che con l’amante francese, occupava una stanza di un grand Hotel. Da lì, mentre Dalì da qualche parte dipingeva indifferente, Camilotto entrò in Spagna in tassì

Tomomi

con una corriera a gasogeno, attraverso un paesaggio basco modellato dalle bombe, arrivò fino a La Coruña, così lontano non si sa perché

Bea

e su una nave portoghese arrivò in Inghilterra

Francesco

in Inghilterra creò un caso di guerra a causa del suo vero nome italiano e del suo vero passaporto svizzero e della vera diffidenza della polizia che cercava di dimostrarlo falso

Francesca 2

Gli inglesi tennero Camilotto a bagnomaria, nel dubbio se spedirlo in Kenia in un campo di prigionia o impiccarlo come spia

Davide

Ma Camilotto convinse lo Stato Maggiore a telefonare a suo padre. Il padre telefonò a un amico di Washington e quest’amico a un amico di Londra. Telefonare fu macchinoso, soprattutto perché il dubbio era su chi dovesse pagarle, Camilotto si offrì di farlo e fu scagionato

Ljuba

ma alla condizione che si arruolasse. Non potendo costituire da solo un corpo di volontari svizzeri, fu assegnato a un reparto Francese e spedito in Normandia. Sopravvisse allo sbarco e ai Francesi che avevano qualche motivo di rancore con gli italiani, anche se svizzeri. Soprattutto se finti svizzeri.

Ewa

A Parigi s’installò in un ufficio alleato. Evitò così di andare a occupare la Germania e si occupò invece della casa di Parigi che, durante l’occupazione, era stata occupata da vari ufficiali tedeschi

Francesco

A tempesta finita Camilotto si decise per la sua carriera di pianista. Evitava peraltro di farne la sua unica attività ma il successo non si può fermare finché non si ferma da solo. La filosofia, l’arte in genere, la medicina e, in genere, tutte le forme di pensiero lo tenevano in costante attività. Nel 1955 il padre morì a Losanna. Dell’enorme eredità a Camilotto toccò anche la casa di Asolo che divenne il suo buen ritiro, soprattutto in estate, quando l’aria si riempiva dell’odore dell’uva che matura. Lungo i filari correva il suono del suo pianoforte, e tra le corde di questo e i filari le le persone che si dicono di spirito s’ingegnavano a intravedere un nesso semantico. Per il resto dell’anno Camilotto si divideva tra la casa di Parigi e lo chalet di Losanna. La madre da tempo era fuggita Hollywood e viveva come costumista di film in costume. I fratelli estraevano denaro dal Venezuela con grande profitto

Ljuba

Benché fosse il migliore genere di genero che, almeno in un certo genere di milieu si potesse desiderare di avere, Camilotto non sentiva il richiamo del matrimonio né di alcun’altra forma d’incontri ravvicinati, da certi aspetti dei quali era infastidito. Delle donne, la cosa che temeva di più era che potessero desiderare di restare a dormire con lui e soprattutto da lui; ma si riteneva fortunato, diceva a sé stesso e scherzava con gli amici, per aver trovato sempre compagne così occasionali e cortesi da aver capito che sparire era il meglio che si potesse desiderare da una donna, dopo

Andrea

agli uomini invece non aveva mai pensato né come rivali né come amanti e l’indifferenza era, a suo modo di vedere, il miglior antidoto all’imbarazzo della scelta

Ahn

Camilotto viveva bene e fu in questo tranquillo benessere, che un bel giorno, si scatenò la seconda tempesta della sua vita.

Francesca 1

Erano le 17:30 di un lunedì di pioggia. Primavera. Una primavera dei primi anni ‘50. Milano. Poche automobili e intorno una calma da comunità alpina, operoso e limitata di orizzonti. Camilotto sedeva in una pasticceria, ritrovo abituale di avvocati con il cappello duro e le scarpe lucide

Fabrizio

e di signore con renard e tacchi alti, qualcuna ancora con la veletta e tutte molto curiose di sapere che sorpresa avrebbe potuto riservare loro un lungo pomeriggio di pioggia

Francesca 2

L’incidente, diciamo così, fu legato a un pasticcino di riso. Camilotto beveva il suo caffè con panna per passare il tempo. Era a Milano per tre concerti e tra una serata e l’altra bighellonava. Allora si sentì uno strillo che a Camilotto sembrò

Bea

incantevole

Davide

come avrebbero scritto Thomas Hardy e Danielle Steele

Francesca 1

Fu una giovane donna a emetterlo; di lei Camilotto notò subito l’eleganza naturale poi la bellezza. Infine quella che complessivamente gli parve un’attitudine anticonformista

Francesca 2

e questo benché non avesse ancora visto un film con Audrey Hepburn

Davide

La bellezza, si sa, è il dato più indipendente dall’oggettività, ma la sommatoria di un bello scheletro e del punto di vista fortunato di un istante o poco più

Francesca 1

lo stesso che il senso comune, per confortare i cuoricini di tutte le adolescenti e gli adolescenti dai 13 ai 50 anni, descrive come colpo di fulmine, annichilirono Camilotto. Nonostante ciò di nome non faceva né Beba, né Lara, né Jeanne ma, con più di una concessione all’ovvio, Anna Maria. Lo strillo che fu disapprovato con battiti di palpebre delle altre donne presenti, fu dovuto alla caduta di un pasticcino di riso, che rotolò sul bel vestito e poi giù per terra

Francesca 2

Quella sera stessa Camilotto e Anna Maria cenavano insieme. E subito dopo contraddicendo o confermando o contraddicendo e confermando sé stesso, Camillotto decideva di presentarla come sua moglie al benedicente portiere in marsina del suo fastoso Hotel accanto alla Scala

Ljuba

Anna Maria era molto più giovane di Camilotto ma, in primo luogo, Camilotto non pensò di chiedere le generalità ad Anna Maria, in secondo luogo la moda di allora favoriva l’apparenza della maturità e infine, una volta saputa la differenza, a Camilotto sembrò che essa non abbassasse l’alta temperatura della loro relazione, anzi che l’attizzasse. Dopo un breve fidanzamento, le formalità familiari d’uso e nonostante Anna Maria non fosse incinta, l’unione fu regolarizzata da un matrimonio inglese e discreto

Tomomi

Anna Maria colpì Camilotto con la sonorità della sua voce che, su di lui, ebbe un effetto seduttivo totale

Ahn

e al momento dello strillo Camilotto non poteva immaginare che Anna Maria, fosse o pretendesse di essere una cantante lirica

Tomomi

cantante e incantante cioè incantevole. Oscura in Italia, di padre ungherese, nata a Trieste

Davide

Cominciarono anni di successi. Camilotto ebbe a noia il pianoforte. Diradò i suoi impegni per creare quelli di Anna Maria. Una parte del suo godimento era costituita e anticipata rispetto a quello che si meritava dopo in albergo o, a volte, direttamente in camerino, era costituita dallo starsene seduto in qualche ufficio ad ascoltare la voce amata attraverso l’altoparlante di servizio. Camilotto un passo alla volta si trasformò in marito della cantante

Francesca 1

E venne il momento in cui la famosa differenza di età sembrò più grande di quanto si potesse immaginare. Camilotto cominciò ad annoiarsi al soldo di Anna Maria che, sola in tournée, e solo in camerino, ospitava di preferenza pianisti accompagnatori, inglesi, direttori d’orchestra e direttori in genere. Una volta sola una Ballerina. Un tenore mai

Francesca 2

Con Camilotto la vita seguiva il suo corso impetuoso ma qualcosa stava cambiando. Anna Maria non sembrava stanca ma un fattore non calcolabile lavorava a suo sfavore

Ljuba

Una bella mattina di primavera, nel bel giardino di Asolo, un aneurisma congenito esplose nella bella testa di Anna Maria. Morì prima di cadere a terra. E fu, questa, una fortuna. Il coltello d’argento con cui imburrava il suo toast cadde sul prato. La sua vestaglia viola si distese sul suo corpo. Come un sudario o come una nuvola al tramonto, avrebbe potuto essere la domanda senza risposta. Nessuno pensa a quanto possano influire i paragoni sul proprio aspetto post mortem

Ewa

Camilotto perse la testa a suo modo, imprecò e fu la prima volta, contro il solito dio degli eserciti, benché né quello, né eserciti né altri dèi fossero presenti al fatto.

Ahn

Avvenne a questo punto il terzo sconquasso nella vita di Camilotto

Fabrizio

La perdita della più bella delle mogli, dell’unico riferimento esterno alla sua vita, benché sterile, lo portò frequentare una specie di salotto di preghiera, al piano terreno di una villetta del Lido a Venezia. Il salotto e tutta la casa avevano colpito subito l’animo snob di Camilotto. Un modellino di bombardiere CANT in alluminio dentro una vetrina, una bambola a gambe aperte sul divano di pegamoide e una miscela di odori di  cucina, corpi parchi nel consumo di acqua e di umidità del sottosuolo sabbioso. Condimento i rosari e il culto primitivo di un tale chiamato padre senza merito e pio per sentito dire

Ljuba

Ma fu una breve estate. La separazione da Anna Maria era incolmabile e il santo pareva in larga misura sordo alle aspettative del neo convertito Camilotto. Nel salotto Fides, la vedova settantenne che teneva la villetta del Lido, e aveva grosse caviglie e piedi piccini, fece intravedere a Camilotto una strada per recuperare l’amore di Anna Maria

Francesca 1

Una domenica di agosto Camilotto organizzò ad Asolo la prima di una lunga serie di sedute medianiche; Medium la signora Fides che, nonostante l’abilità nel far girare bicchierini e volare cucchiaini e tremare tavolini, non riusciva, cosa che sbalordì Camilotto, a rintracciare Anna Maria nel folto di morti che rispondevano ai suoi inviti; di solito pero si trattava di generali come il marito di Fides o militi ignoti che indicavano il luogo della loro morte, poi parlavano di gnocchi e davano i numeri ma espressi in quote, cime e dettagli topografici militari

Silvia

Camilotto passava molte giornate a letto in attesa delle estenuanti sedute spiritiche della notte. Non seguiva quasi più i suoi interessi, le sue vigne, vendette i pianoforti di tutte le sue case, non si radeva per giorni e giorni

Francesca 2

Ascoltava distratto le parole dell’enologo che si preoccupava se il cabernet non bolliva o se in cantina bisognasse tenere le caldaie accese per farlo andare in gradazione o zuccherarlo di notte di nascosto per evitare i carabinieri

Tomomi

Spendeva molto e non controllava i conti

Ahn

Con la signora Fides, che si era installata ad Asolo si sentì generoso al punto di siglare un testamento a suo favore

Bea

Ma un giorno, per fortuna, la trovò in cucina a dare ordini alla cuoca. Prese Fides per i capelli e urlando e a ceffoni, la cacciò di casa. Fides lo denunciò per lesioni private. Il processo fu uno scandaletto di provincia. Camilotto pagò un risarcimento disonesto. Vendette la casa di Asolo e partì per la Svizzera

Ahn

E fu la quarta tempesta per Camilotto. I tempi erano cambiati, il progresso incalzava

Fabrizio

intervennero gli extra terrestri, di preciso i venusiani. Non lontano da casa sua Camilotto scoprì una comunità, Atanòr. Il sottosuolo della sede era dominato da un grande antenna spaziale. Cioè una piramide di alluminio e specchi, giorno e notte illuminata da 111 fiammelle, tenute in vita da 11 vestali bionde, tutte graziose e non solo

Francesca 1

La sede si Atanòr sarebbe dovuta servire come hub, punto di attracco e ristoro per la prima missione venusiana sulla terra. Missione che era in preparazione sul pianeta gassoso, la cui temperatura superficiale va ricordato, si aggira sui 250 gradi celsius giorno e notte. È a motivo di ciò, che i venusiani pare siano molto più piccoli di noi

Francesca 2

insegnava Jorg il Perfetto, gigantesco capo della comunità, che riceveva con indosso un saio verde e sempre assorto a gambe incrociate sul tappeto bianco del suo studio, al primo piano della sede. I venusiani comunicavano con lui su una linea telepatica

Davide

Il sostegno più grosso alla comunità veniva da denaro terrestre. Di preciso in franchi svizzeri che una miriade di adepti e simpatizzanti della comunità versava con fervore

Ewa

Camilotto fece il suo salto di qualità quando Jorg gli trasmise un messaggio di Anna Maria che, si scoprì, era trasmigrata, più di preciso aveva conquistato il suo corpo astrale, ma su Venere che, a quanto pare era l’isola delle anime immortali, di qualsiasi statura che, perso il caduco corpo abituale del loro pianeta

Silvia

precisava Jorg che i pianeti abitati erano 12 miliardi e 627 milioni

Ewa

andavano a stiparsi al calduccio di Venere, beninteso non tutti, solo quelli che con qualcosa si erano illuminati in vita. Che ciò non fosse logico non occupava la mente di Camilotto che aveva acquisito in definitiva quella del fedele

Bea

Colonizzare la terra per elevarla a un grado superiore di conoscenza e civiltà era lo scopo dei venusiani

Ljuba

Anna Maria faceva parte del progetto. Anzi, Jorg assicurò che era una Super Titan lassù su Venere e la sua anima avrebbe lanciato lo sbarco redentore sulla terra. A Camilotto Anna Maria mandò un messaggio personale in cui lo assicurava che il loro amore sarebbe continuato con intensità e modalità impensabili, quando anche Camilotto avesse goduto della venusianità. E bye bye

Ewa

Camilotto si trasferì ad abitare nella comunità in attesa dello sbarco e, non senza qualche prudenza, trasferì anche una buona fetta della sua fortuna sul conto dei venusiani al Crédit agricòle di Vevéy. Voltaire osservava perplesso e questa, si capisce, è una metafora

Francesca 2

Passarono alcuni anni e la missione dei venusiani sulla terra fu rimandata di anno in anno in modo da assicurare a Jorg una vecchiaia ricca, non su Venere

Francesca

ma su un isola del Pacifico Oceano dove si ritirò in meditazione con la più attraente delle vestali. Non estradabile

Ahn

Camilotto rimase solo nella casa di Vevéy

Francesca 1

Fu trovato dalla polizia dopo molto tempo. Vagava nel giardino sfatto, tanto lui quanto il giardino, con un ritratto di Anna Maria appeso al collo. Alla polizia spiegò con un sorriso che la lunga stringa alfanumerica sotto il ritratto della donna era il suo codice binario, serviva ad Anna Maria per riconoscerlo nella confusione dello sbarco venusiano

Davide

Poi si buttò a terra per ripararsi da un immaginario fuoco nemico

Ljuba

Camilotto ha 96 anni ora. Il suo conto in banca continua a pagare la casa di cura Valloton di Ginevra dov’è rinchiuso. Non suona più da 50. Non parla da dieci anni. Non cammina. Non sa chi è. Un infermiere tunisino lo deposita in giardino alle 9 del mattino. Lo va a prendere alle 12 e, sempre nello stesso punto, un altro lo parcheggia dalla 16 fino all’ora di cena

Fabrizio

Quando il cielo lo permette, a sera Camilotto punta gli occhi verso un punto luminoso nel cielo e com’è d’uso nei dementi non dice niente.

©Pasquale D’Ascola 2007 riproduzione vietata

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C’era un tempo

Fossi stato quel re d’Inghilterra avrei dato il mio regno per un vocabolario. Sarebbe stato inutile per scappare da una battaglia perduta ma, dopo la battaglia, una buona compagnia in attesa delle decapitazione e nella speranza che solo di decapitazione si sarebbe trattato. A quei tempi gli esseri umani impiegavano tutto l’ingegno che avevano e la scarsa tecnologia nel fantasticare efferati tormenti. Nelle stesse condizioni il comportamento umano non è dissimile oggi. Nella scuola dove imparai a leggere e scrivere, impresa formidabile, l’impresa da compiere nella vita, si aveva il gusto, discutibile ma utile, di arrivare alle cose per vie fantastiche. Ricordo la prima maestra estrarre da un foglio di carta acquerellato di blu e di verde, il mio foglio, una A e poi non so, una E, lettere come pesci nel mare. La maestra era ebrea e non posso escludere che fosse una cabbalista. Di fronte alla scrittura ho chinato da subito il capo, non sono mai stato umile tranne che ai piedi di una pagina scritta, con l’eccezione, con nessuna eccezione. Credo di potere affermare che impadronirsi delle parole sia stata la prima e unica urgenza, con i numeri ho sempre tenuto un imbarazzato silenzio, non mi hanno mai convinto, li guardavo così come avrei guardato più tardi, molto più tardi, una bellissima donna che non ti racconta niente tranne, che so, che è molto precisa nel tingersi le unghie e allenata in modo perfetto alla seduzione. Osservo le abitudini tribali invalse in Facebook, cui peraltro aderisco, non tanto quelle di chi si auto proclama in rete con lunghe peregrinazioni intorno a contenuti che esitano a farsi avanti, credo per vergogna di sé medesimi, ma quelle, ancora sporche di Nutella, di chi annuncia la scoperta della cenetta con il fidanzato o delle pulci sul gatto. In tanto contesto quanti postano foto del matrimonio o l’annuncio della loro settima recita di Traviata, se non altro hanno scoperto la pubblicità. Agli altri resta la povertà della rinuncia a Gutenberg.

Le parole che seguono sono di José Saramago e stanno alla pagina 53 di L’uomo duplicato. Citare è riconoscersi migliori di quanto ci restituiscano gli specchi personali.

C’era un tempo in cui le parole erano talmente poche che non ne avevamo neppure per esprimere qualcosa di tanto semplice come Questa bocca è mia, o Codesta bocca è tua e tanto meno domandare, Perchè abbiamo le bocche unite. Gli uomini di oggi non immaginano neppure il lavoro che hanno dato questi vocaboli per essere creati, in primo luogo,  e chissà che non sia stato, nel complesso, il più difficile, fu necesario capire che ce n’era bisogno, poi si dovette arrivare a un consenso sul significato dei loro effetti immediati e, infine, compito che non sarebbe mai giunto a concludersi completamente, immaginare le conseguenze che sarebbero potute derivare , a medio  e lungo termine dei suddetti effetti e suddetti vocaboli. A paragone di ciò l’invenzione della ruota  fu un mero colpo di fortuna, come lo sarebbe stato la scoperta della legge di gravità universale solo perchè una mela pensò bene di andare a cadere sulla testa di Newton. La ruota si inventò e lì è rimasta inventata per sempre, mentre le parole, quelle e tutte le altre, loro sì, sono venute al mondo con un destino nebuloso, vago, quello di essere organizzazioni fonetiche e morfologiche di carattere emintemente provvisorio, ancorché, grazie, per puro caso, all’aureola ereditata dalla loro creazione aurorale , si ostininino a voler passare, non tanto per se stesse, ma per quello che in modo variabile continuano a significare e a rappresentare, come immortali, imperiture, o eterne, secondo i gusti del classificatore.  Questa tendenza congenita cui non sapremmo né potremmo resistere, si è trasformato, con il trascorrere del tempo, in un gravissimo se non insolubile problema di comunicazione, sia  la collettiva di tutti, sia la privata del tu per tu, per cui hanno finito per confodersi i fischi e i fiaschi, le lucciole e le lanterne, e le parole hanno usurpato il posto di quelle che prima, o meglio o peggio, pretendevano di esprimere, dal che ne è derivata, infine, io ti conosco mascherina, questa assordante baraonda di scatolette vuote, questo corteo carnascialesco di lattine etichettate ma senza niente dentro, o appena, ormai in via di stemperarsi, l’odore evocativo dei nutrimenti per il corpo e per lo spirito che un tempo contenevano e serbavano.

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I signori degli omicidi

La signora Petronella esce, con le borse vuote, dal portoncino blindato del carcere in cui è entrata nemmeno un’ora fa per portare al  marito, arrestato di fresco, la biancheria e gli oggettini d’uso, basta regolarsi come per l’ospedale, pennello da barba o flacone di schiuma, spazzolino, dentifricio, il liquido per i denti, rasoi, ma che il marito li usi in luogo del pratico rasoio elettrico è una pura illazione. Non è un’illazione che la donna, poco meno che settantenne, è convinta che su di lui sono state dette molte bugie, che lei non legge i giornali, quindi garantisce su sé stessa, ma lei lo sa. Non legge i giornali suona come una minaccia promessa, lei non legge tout court viene fatto di pensare, per mantenersi pura, per garantirsi intatta dalla minaccia che sovrasta gli innocenti a prescindere. Per non cedere alle voglie del nemico. A casa, si toglierà le scarpe e massaggerà i piedi, mangerà alle sette da sola, o forse con una caritatevole vicina, spaghetti saltati, una fetta di carne rossa fritta nell’olio, insalata che è da finire, un bicchiere, forse due, forse tre di vino. Alle nove televisione.

Il signor Petronella, anni 71, ha inseguito in auto e ucciso un uomo,  migliore di lui o peggiore difficile a dirsi, uno che gli ha rotto uno specchietto della stessa auto e che gli aveva sputato in faccia, dicitur. Per punirlo, lo ha travolto e gli è passato sopra, con l’auto, due volte, la sicurezza si sa è tra le priorità dei pensionati italiani. Si dice accecato dall’ira ma l’ira, è noto non acceca nessuno, anzi rende capaci di atti precisi e determinati, almeno pare. Domani mattina e per i prossimi giorni, dovrà mangiare, urinare e defecare in compagnia di altri sei, sette uomini.  Occorre immaginare lo smarrimento del signor Petronella, la sua scarsa confidenza con il disagio. La signora Petronella, dice il difensore, è molto turbata. E anche il signor Petronella, ci si aspetta che chieda scusa.

John A. Boehner , il volto repubblicano dell’America virile e virale, cerca in ogni modo di rovinare una moltitudine di altri uomini, negando al Presidente di quegli Stati il diritto di difenderli e, a quegli  uomini,  per il tramite di violenti tagli di bilancio, il già povero accesso alle protezioni collettive, sociali, al walfare, l’ultima  frontiera delle minacce che incombono sul benessere del mondo del benessere. L’uomo forte fa da sé e ne ammazza tre. E salva la grande ecclèsia, l’unica vera, del capitale.

Un altro, certo Borghezio dalla facies apopleptica,  signore è una parola azzardata per definirlo, uno che deve qualcosa a Martin Bormann, qualcuno avrà in mente di chi si tratta, assicura che le idee di un assassino di questi giorni sono le stesse di Oriani Fallaci come se Oriana Fallaci avesse avuto nella vita anche solo un’idea a parte quella di trasformarsi in bambina mai nata scrivendo l’ovvio gradito e sovrapponendo alla realtà la propria icona. Guardando quel Borghezio, si viene presi dal desiderio di ordinare un bombardamento a tappeto della Brianza almeno fino ai confini con la Svizzera.

Fino a quattro giorni fa solo un tale o uno Jedermann, un ognuno, un Breivik che  sta in carcere. Si vedrà se dargli 20 o trent’anni, se il delitto, così ben ordinato e mastodontico per un uomo solo,  è strage o crimine contro l’umanità. Incuriosisce il suo ritratto in grembiulino massonico e insegne e triangoli, tutti i giornali lo mostrano, ai fratelli non parse incongruo tra loro, la fratellanza non ha limiti. È in cella da solo, si deve immaginare una bellissima cella norvegese, guardato a vista, interrogato, l’avvocato dice che è pazzo. Non lo è. L’omicidio non pertiene al campo della follia. È una scusa che usavano anche i Rigoletti per farne e dirne di ogni.  Rigoletto è impuro, deforme, scarso quanto a quarti ariani  e un assassino.

Un altro ancora, del tutto anonimo mi passa accanto con la sua H. Davidson fumante, lo scappamento che scoreggia sonoro, mi alita in faccia una nuvola di fumo caldo. La moto monta sul marciapiede. Da sotto il casco dell’uomo sventola un cencio colorato, un insegna da pirata ma non dei Caraibi, la sigaretta in bocca posteggia, l’uomo non la sigaretta e ci si accorge che al posto del viso ha un’espressione senza espressività. La sua bella smonta dal sellino, si aggiusta sul pube giovane i pantaloni, leva il casco e mette in posa virile i capelli folti, da sotto i quali spuntano due occhi standard. Il mondo brucia e la baba si fa i riccioli, canta un adagio rumeno. Tutto qui.

Tra questi tipi non rintraccio differenze, a parte quelle tra chi sta in carcere e chi non ci sta. Umanità disumanata, scrive B. Brecht in l’Eccezione e la Regola. Europa fai paura.

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Blog di Pasquale D’Ascola

Il giorno tre del mese di  agosto del 1891, a Reggio Calabria, all’ora che più gli convenne e in piena indipendenza da genitori di cui sono noti solo i nomi, Francesco D’Ascola e Anna Minniti, nacque Pasquale; di lui non si riuscirà mai a sapere se il suo cognome D’Ascola avrebbe dovuto essere scritto con o senza apostrofo. Mio nonno a suo modo voleva essere un capostipite, fermatosi al grado di stipite per mancanza di capo.
Il 14 ottobre del 1896 a Trieste, regno d’Austria e d’Ungheria, da Johannis Bergomas e Johanna Klum nasceva Anna Bergomas che l’Italia redenta, con una Co e una A, trasformò in Bergamasco; a tempo dovuto diventerà mia nonna. Era bella e alta per il suo tempo. Suo marito sarà piccolo e tondo.
Nel 1921 Pasquale, arrivato per vie misteriose da Reggio a Marsiglia e da lì a Trieste, sposava Anna a Milano; ci deve essere una parte di vocazione alla diaspora, evento singolare per i non ebrei, ma non escludo parentele alla lontana. Poco dopo nasceva Giliola, la primogenita che naviga nel limbo della mia memoria di treenne. Sarebbe morta di cancro nel 1955. La notizia è ufficiale, fatto questo non così irrilevante, parlando di una famiglia di cui si sa poco e male. Pare sia transitata ma non esistita.
L’undici di settembre del 1922, a Milano nasceva D’Annunzio, mio padre, non il pollastro laureato. A dispetto del nome era un bell’uomo malato e imbattibile nell’arte di rovinarsi l’esistenza.
Il 23 aprile 1923, a Manzano del Friuli nasceva mia madre, la Gilda. Rosa e Giuseppe, i suoi genitori avevano già 3 figlie. In treno immagino e quello stesso anno, emigrarono in  Francia. Non avrebbero mai dovuto tornare in Italia, se Giuseppe fosse stato meno stupido e si fosse accorto che nel 1941 l’Italia era entrata in guerra contro la Francia, ma è difficile rimproverare a qualcuno la sua stupidità. Si punisce già da solo con il vantaggio di non rendersene conto.
Come cantava la filastrocca, passa un giorno passa un altro, a un certo punto arrivo io. Se dico che non so da dove, non faccio una boutade ma una constatazione. Cresco all’ombra di mio padre, condottiero partigiano e rilevante analista politico destinato a non fare alcuna carriera, men che meno nel PCI cui era iscritto dal 1943,  se non nella vita, sotto forma di esercizio della sopravvivenza. Ho avuto un’infanzia felice perché superprotetta. Era quello che mi ci voleva data la mia patologica paura di tutto, soprattuto di quello che ci aspetta, quanto a mostri e meduse, sotto la superficie del mare. Un’adolescenza uggiosa e dispersa come tante, inutile e improduttiva. Da mio padre ho ereditato il gusto per il metodo e per la letteratura. Da mia madre quello per il disordine e i lavori di casa.  Sono diventato regista teatrale senza intenzione, con altri interessi voglio dire. Ma l’ho fatto a lungo con cura meticolosa, capacità e senso del dovere, fino ad accorgermi che non era quello che volevo fare da grande. Non è un gioco di parole, adesso che sono grande penso di essere nel tempo giusto per fare qualcosa, il teatro non è materia né per sogni né per altro, è il luogo dell’assoluto nihilista, se quest’espressione ha qualche senso e, adesso che sono cresciuto, astrarmi da un mestiere gradevole da insegnare ad altri, penoso da esercitare per sé stessi, è un dovere. Mi sono sposato con volontà precisa, senza rimorsi né rimpianti leopardiani, leopardeschi, leopardati o jeopardati per l’età perduta. L’età perduta è, alla lunga e di gran lunga, guadagnata. Non è saggezza ma osservazione e riguarda me, nello specifico, ignoro quello che altri fanno o hanno fatto del loro tempo perduto, tranne quello che ne ha fatto Proust. Ho dei figli e con qualche probabilità solo statistica, circa vent’anni di respiro residuo. Una letteratura. Questo è il blog delle parole.

Benvenuti gli osservatori.

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