All’indirizzo del Premio letterario Internazionale Indipendente il video di Carlo Limonta girato alla presentazione di Assedio ed Esilio a Lecco il 26 ottobre ultimo scorso.
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All’indirizzo del Premio letterario Internazionale Indipendente il video di Carlo Limonta girato alla presentazione di Assedio ed Esilio a Lecco il 26 ottobre ultimo scorso.


Albrecht Dürer – Nemesis – New York – Metropolitan Museum
A chi non piace il brodo, giù due tazze, recita un adagio popolare in castigliano; può sembrare la versione elegante del motto lombardo, quando uno fortunato gli piove sul culo anche quand’è seduto, ma lo spagnolo è oggettivo, A quien no quiere caldo, dos(tres) tazas frase irónica que se dice cuando alguien recibe de aquello que no le gusta e se ve forzado a hacerlo, precisa Babbel.esp, frase ironica che si usa a proposito di chi ottiene ciò che non gli va e se ne vede costretto; con quel no quiere viene a significare l’esatto contrario del motto lombardo e qui a seguire è questa l’interpretazione che pare opportuna. A noi non piace il brodo italiano corrente, perciò due tazze, Meloni e Salvini. La terza è piena di che cosa non saprei dire. Y ademàs estoy vegetariano.
Ora dirò tuttavia in queste righe a seguire alcune cose bizzarre, infastidite, grevi e fastidiose; non avendo grandi virtù di osservatore politico e conoscenza particulare, come dice il nostro primo minestro, dei dossier, mi affido all’interpretazione, non escludo errata sin distorta, benché raggiunata, di quel che compare nel mio campo visivo; e da così tanti anni ormai che se ho avuto in uggia la famiglia Crawxi, con i suoi cortigiani dannati e arroganti (l’arroganza subentra là dove non arriva il sapere e se ne fabbrica uno fittizio), se ho irriso e detestato l’uomo che ancora adesso deve dichiarare in pubblico che sta andando, per ridere sempre per scherzo sempre, vero joker altroché, che sta andando a puttane, se ho dovuto abusare di tutta la pazienza di tutti i ciceroni per anni e anni, oggi mi sento di affermare che di questo paese e di larga parte dei suoi abitanti elettori e no, davvero ne ho fin sopra i capelli; tanto che il mio sogno in gran parte idealistico di un esilio idilliaco chissà se in Portogallo, si architetta da solo sempre di più nella mia fantasia e mi inquieta le notti. Che cosa vai cercando, chiederà il lettore che fin qui è arrivato; nulla, vorrei trovare un posto al riparo dalle messe e dalla messe quotidiana di che cosa ha detto questa cagna e quel joker, questo o quella analfabeta, che cosa he/she twits or does not twitter, that is a twist. E il crocifisso e il crocifisso. E il presepe. Giove scagli un fulmine sulla capanna e sul circondario.
Qui dove vivo, Lecco( Lc) sono tra i pochi, se non l’unico sinistro, sinistrato da quanto ho descritto più sopra, e così commünista per la vulgata tradizionale, così non cattolico, miscredente, anzi apostata come dicono in Pakistan, anzi peggio non avendo ricevuto la grazia, ma dde che, del battesmo della fede cristiana, e tra i pochi a dover sopportare il clima di una cittaduccia che ho scelto non forzato, ma attratto dal ricordo di Manzoni, dei monti sorgenti, dell’acqua in abbondanza del lago e che mi era parsa, non solo a me, ma non voglio inserire in questo mio discorso chi ho massimamente caro al mondo, mi sembrava più vivibile di milano per motivi economici e politici ché a Milano dominava a suo tempo il verbo di Renzi e Lucia, cioè di tutta la borghesia, l’eterno fantasma dell’Europa; eccola lì, la borghesia, tutta su un gommone, sempre più piccina, più pronta a spaventarsi e a trovare sempre nuovi esorcismi pel suo bidet quotidiano, se le tira o se non le tira; ancora oggi è il problema di tutti gli Alfredi dal ‘900 del Bertolucci in poi. Oggi la borghesia, la sua parte minuta e più pericolosa, antemarcia, la borghesia tricoteuse, la borghesia Attilla, sempre da ‘900, assassina all’occorrenza, per paura del buio che affolla la sua mente, buio nel senso di vuoto, e che si affolla negli ospedali per lamentarsi del servizio ospedaliero, e io vado dal professore, pago ma almeno son servito e riverito; la borghesia sculettante che, con buon pace della signora Segre, è quella che odia di più ma ama tanto Israele che mica storie un muro per quei arabi cosa vogliono no dopo tutto gli ebrei hanno diritto, la borghesia che i negri uffa tutti spacciatori e fanno niente tutti lì a tingersi di rosso i capelli e girellare di notte, e gli ambulanti e i redditi di cittadinanza e I zingari; in lombardia non è chiaro l’uso dell’articolo determinativo, i gnocchi e i zingari; la borghesia ignorante funzionale, desiderosa d’esserlo ché le bastano gli slogan come all’amante le bugie che vuol sentirsi dire dal ganzo che la picchia, ma poi sì che l’ama, o come che la ama; la borghesia che sono tutti politicizzati; la borghesia che tutto vorrebbe sottomesso, allo stesso mantello di silenzio, del taci che il nemico t’ascolta non quello educato, civile e depresso della Scvezzia , il mantello dell’eterno fascismo italiano, l’antropologico, che è la virtù prima dell’Italia; Mussolini cari miei non fece che farlo emergere e là, nel tempo e nello spazio, o si dirà spazzio, il fascismo emerse, cronologico. Altri paesi per carità concorrono al palmares dei fascismi, in Sud America basta solo far il conto di quale tra gli stati, abbia o non abbia subito o non stia subendo un fascismo cronologico, cioè a orologeria. Importa poco che l’orologia, the clockwork, sia da caricare e impostare sull’ora dell’adunata. Il fascismo antropologico è sempre caricato qui invece perché è l’ostia consustanziale con l’italiano standard, è il fascismo di chi vede nell’altro, in buona sostanza, un rapinatore, violentatore, assassino, commünista e quant’altro; solo perché è altro; nella mente del fassista antrippologico solo lui, che è nato qui a Ballabio o Mariano comense è esente da difetti, in sottanza solo lui ha diritto a questa esistenza che invece basterebbe considerare quello che è, una disgrazia per tutti e di cui tutti alla meno peggio hanno diritto a trarre un po’ di profumo, come dall’aringa i miserabili cercavano di trarre un po’ di sugo strusciandoci sopra la polenta. Ah ma il borghese ha l’ombrello della chiesa a dircelo che il demiurgo del cancro e dell’ictus vede in questi mezzi la via alla redenzione e del paradiso dopo il peccato di cui ancora non si è fatto persuaso, il demiurgo, il coltivatore di mele, e che farebbe scontare a tutti, me compreso: tienti il cancro tessooro per te, e per i tuoi disgraziati figli qualche bel difetto genetico (ma ci pensa Telethon). Basterebbe abbassare la canna del fucile di Adamo su tutto ciò che respira, carciofi compresi, e sbassare la cresta dell’ubris e dirsi stiamo buonini e cerchiamo di vivere al meglio che si può con quel che si può. Hic sunt leones, dicevano i latini e se ne stavano nel loro. Ma il borghese piccolo piccolo deve trovare sempre qualcuno, un nemico, sia esso sardina o totano, cui imputare la propria insoddisfazione, la propria isteria, la propria smania di avere in mancanza di un sapere che perbacco, non contiamoci balle, sapere aiuta a vivere nella misura in cui fa capire che vivere è un disgrazia. Incapace di un pensare che non sia da ciclope, monocolo cioè, il Real-leather-made-in-Italy è credulone – e Odisseo-nessuno lo regola di conseguenza – cattolico e per conseguenza violento e fascista; si nega a un pensare che si articoli ai fatti, non alle emozioni (alla pancia, ce n’é un assortimento in giro) sapendo che i fatti perciò stesso sono interpretazioni, variabili, dubitative, oggetto e ambito della filosofia (della storiografia) e dell’arte che cerca di essi l’immagine speculare, di preciso come ne Las Meninas di Velasquez; non mi stancherò di ripeterlo; incredibile che un solo quadro abbia fatto tanto per il bipede e questo non provi a cambiare almeno di un zic; Goya, il sonno della ragione genera mostri. Eccola lì la chiave per tutte le volte che serve. Questa è politica. Forca e forcone sfruconano invece nel buio delle scatole craniche per sollevarne come dell’olio vecchio la fondata di un che di conforto all’inappagamento. È difficile da digerire che siamo nati all’affanno, alla morte generati, e genitori di mortali, di dannati a morire. Questo è il fatto principale, l’immagine principale da rintracciare nello specchio che filosofia a arti procurano. Riflettendo sull’opportunità del nostro suicidio personale dal momento che la specie bipede lo sta generalizzando da tempo… sono sceso sulla terra e mi ha fatto subito una pessima impressione. Cosa è meglio crocifiggermi?
Giovedì 5 dicembre, qui sul ramo che volge, andrò a mettermi in scatola anch’io con altre sardine, credo che staremo tutte in una sola latta; e non mi stupirò se all’uscita della piazzetta del raduno, ci aspetteranno quei coi anfibi rossi e le cicatrici delle rasature sul cranio, gli Uni senza altri.

Marc Bloch (186-1944)
Jamelas dando para Tedio os charcos…/E eu vejo o meu Fim que me olha, tristonho,/Do convés do Barco todos os barcos. 6 ottobre 1914 Finestre con vista su Tedio le pozze…/E io vedo la mia Fine che mi guarda, triste,/dal ponte della Nave tutte le navi.
Fernando Pessoa, da Serena voz imperfeita-Serena voce imperfetta – in Il mondo che non vedo – BUR pag 57
Non so, fatico a dire, viviamo in un immensa classe di scuola omnicomprensiva, indifferenziata, disumanata, di cui si premiamo i compitini, compiti in classe, i migliori delle migliori tra le bambine della sezione B, per beautiful. La letteratura, sta fuori dalla porta quella. Tacitata.
A margine di questa formula pìtica (da pizia) in leggo per accidente e pur mi intriga l’annuncio di un discorso dell’amico professore Biuso, discorso da intellettuale, nel cuore di un convegno lontano, a Catania, circa una scuola socratico-gramsciana, credo quella che egli predilige e predice da quanto scrive e lascia intendere, dove il vero cuore dell’educazione sia la relazione tra persone, l’apprendere insieme. Ogni insegnante, infatti, non trasmette soltanto delle informazioni, delle nozioni, degli strumenti tecnici ma sempre anche un modo di porsi di fronte agli altri, di fronte alle regole, di fronte alle difficoltà, di fronte alle idee e ai comportamenti. Il docente insegna sempre se stesso. La scuola è prima di tutto un’educazione a crescere nella libertà, mediante il rigore dei contenuti disciplinari, delle conoscenze, del sapere. Il tema mi è caro da sempre in quanto già prufessore e letterato, cioè eversivo. cfr. https://www.biuso.eu/2019/11/27/sulla-scuola/
Poco appresso nel tempo, ecco nel suo blog Massimo Fini a commemorare, mi vien da dire sostiene Pereira la morte dell’intellettuale, http://www.massimofini.it/articoli-recenti/1897-la-crisi-politica-e-figlia-della-fine-degli-intellettuali. Vale leggerlo non riassumerlo. Quanto al convegno catanese forse ne verranno pubblicati gli atti, di sicuro densi. Di intellettuali. Par proprio. In ogni modo non di quanti reggono le sorti disumane e del capitale nella scuola. Ho l’impressione dunque che, se si stringe a coorte in un convegno, l’intellettuale non sia affatto morto.
Altra questione è a che classe appartenga egli datosi che non appartenga alla classe morta dei ranocchi che affollano i dibattiti (che non dibattono, così li sbertucciava un critico del mondo, Sergio Saviane (1923-2001), dalle colonne de L’Espresso, quello antico in tempi meno aperitivi, meno street-foodies ma chissà migliori) e le interrogazioni alla cattedra di cattedratici televisivi, i Fazzi e i Curiazzi, quelli che mainstream avrebbe detto Jannacci fosse vivo, o qualcuno più informato di me che vivo isolato invece sul ramo orientale di un lago rinomato. E che non vuole, me, essere informato, né uniformato; (nessuna fatica per la verità mi riesce naturale, e da sempre). Né per ora infornato.
Altra questione ancora è che voce abbia oggi l’intellettuale autentico visto che non tanto lui è incinerato ma lo è la società. Non questa non quella, proprio l’idea stessa, la sua immagine predittiva, mentale. Da questo nasce l’impossibilità di ogni rivolta ché la rivolta o è tale, de’ contadini co’ bastoni con le forche delle lotte agrarie, o è burla senza coraggio né rischi, è spettacolo di sardine… Carino sì… so trendy… ti mando un sms… becchiamoci su fb… e tu dove l’hai comprato questo bel gilet… e cosa fai stasera(?). Viviamo mi parrebbe poter dire su isole contigue nel migliore dei mondi possibili secondo l’opinione resa comune e consolidata giorno dopo giorno non da intellettuali ma da nuovi modelli di smart-toys, mondo di opportunità che ciascuno ha il diritto di grattugiarsi via con unghie e denti, o che belva sarebbe altrimenti, e di capitale che lo stesso ciascuno ha il dovere di accaparrarsi, pena sprofondare tra i vinti che presto verranno tabulati vivi. Siamo troppi, vivano i mangioni, ché son più adatti al mondo, non gli affamati.
Allora. Ogni scuola attuale sia se non è resistenza a questo modello di finzione; Resistenza. Una scuola che non proietti nelle aule l’aura del padrone e non ne trasmetta la voce. Abbasso allora e prima di tutto il ministero dell’istruzione, il miur, il cun, il roar e all’ora pronobios, e il mio-mao. Abbasso signor ministro, la cui stessa presenza è fantasma, larva in gambali e gagliardetti, o-pio et apostolico anche senza che si dichiari tale. Quando ancora svolgevo il mio compito di insegnante – enseñar in castigliano vale ma propriamente per indirizzare, indicar, dar señas de algo, la strada per esempio – mai mi stancai di ripetere le stesse cose, anche a scapito della mia tranquillità, non mancai mai di segnalare che non volea né ministro né minestra, al massimo massimo un ufficio scuola che si appoggiasse a un ragioniere, questo sì, ma nato a Babele, un architetto e musicista, laureato in greco e praticante d’ogni sorta di lingua morta o moribonda. Inattuale dunque. Filosofo e poeta. Pessoa, che in portoghese viene a dir persona. Un intellettuale.
Certo ci sono idiomi più consoni al commercio, alla tecnologia alla scienza, alla finanza, ma l’Italiano (e tutto ciò, lingua o culinaria, che sta in questo Sud autentico, di mezzo tra l’Africa e il tiepido Gelo, avrebbe detto Vazquez-Montalbán, n.d.r.) incarna qualcosa di più grande e universale: la civiltà stessa […]sono pienamente convinta che l’italiano sia davvero la lingua dell’umanità – e quindi la lingua madre di tutti quanti.
Dianne Hales, La bella lingua – la mia storia d’amore con l’Italiano – Treccani, 2019
Ebbene mettete in conto el color del cristal con que se mira ogni passato e ogni cosa sotto il cielo; me ho il mio di me e dopo sessantotto anni è un po’ appannato da un alito mitologico; voi, ognuno di voi lettori, avrà il cristal della propria incompetenza anche a vivere, frapposto tra ‘l proprio e l’altrui orto. Può sembrare ovvio ma lo scrivente assicura che non è così. Fin da quando la scrittura scoperse me piccino piccino, niente di eclatante, grazie a un falso emblematico (del falso c’è una traccia in più di un’intervista, e ognuno per sé la cerchi se vuole; una tuttavia uscirà in Amanti dei libri mercoledì 27.11.19), ciò che aveva sorpreso allora la mia piccineria fu, era, è la straordinaria meraviglia del vocabolario e della sintassi. È difficile da credere che un bimbo delle elementari possa amare quegli strumenti ma davvero, nessun cubo di rubik o rabbik, ci fosse stato allora, nessun rompicapo artificiale avrebbe potuto eguagliare il gioco della consecutio temporum, di ogni combinazione, di ogni accordo nuovo che la lingua, l’Italiano – ma allora sbagliando P.D. credeva che per ognuna del mondo fosse la stessa storia – come sul pianoforte con qualche cambio di posizione delle mani, poteva far sorgere da sé stessa; combinare e ricombinare. Del resto è da Bach che la stessa tastiera dà luogo a infinite(?) articolazioni di suoni. Aveva poi il privilegio il qui assente, pur da bambino povero, di avere in un amico di famiglia un mèntore dalla magica erudizione. Costui, nativo ad ogni lingua d’Europa comprese la sua madre, il rumeno, e il milanese che aveva acquisito per diletto, era un abile giocatore di parole da quasi ognuna delle quali sapeva trarre scherzose mutazioni, non di rado basate sulla loro dizione: buon sangue, non, mente, e con un dito indicava la testa propria e coll’occhi o qualche tipo di manzo in defilé per strada, una dama dall’aspetto sciroccato, un bullo, un primate, anche della chiesa. Con colui arrivò poi il tedesco, lingua combinatoria si sa, adatta a costruire gru, dal suono di ferraglia talvolta ma strepitosa nel suo genere. Poi accanto al francese maternale, arrivò l’inglese, poi lo spagnolo e un po’ di portoghese. P.D. di tutto sa solo un po’. Molte lingue sono belle, e da leggere e da ascoltare; è bello scoprirne il meccanismo, illa clockwork, per citare il bel scrittore inglese Burgess, che le fa funzionare, la chiave a stella, signor Levi, che l’apre e chiude; chiave che è dei grandi letterati certamente, che la lingua sanno usare, fabbricandola; o dei popoli smaliziati e acuti, e massime del Sud. Ogni lingua infatti pare dialetto di sé medesima e dà il meglio in mani esperte nell’arte delle mutazioni; ed è un fatto; per tornare all’italiano, lo scrivente l’ha imparato, lo impara, da ogni tipo di fonte, e dice sciammergóne a una mantellàzza di incerata Muji che in questi giorni di maltempo (ripetono così lor mantra i giornalai, dalle assolate piagge degli studi loro televisivi dove ogni ronzio sospetta un’emergenza, com’urlo di sirene il bombardamento), che in questi giorni di pioggia novembrina fa il suo bravo lavoro di impermeabile; ebbene sentite come suonano bene sciammergóne e mantellàzza, termine questo che non esiste ma che qui testé si è inventato, grazie all’italiano. Non che in per me abile sfiguri ma l’impermeabile sta bene al sordido ratto Sordi nel Giudizio Universale o al protagonista de La vita agra. Sciammergone, che è barlettano, fits well the raincoat of mine, doesn’t it. Scrivere e parlare italiano, ma non solo, inventarlo, è questione d’amore, lo permette qui un mestiere a lungo meditato e atteso, quel di pensionato ché hmmm, scrittore è vocazione scrisse Pessoa; quanto ad artista maledizione che ammala; con artista poi la mente si fotografa l’immagine di quei pittori di neve al ghisallo e gerani a bellagio, oh oh quanti, boriosi, tutti lionardi; del resto si sa che l’ambipede italico soffre spesso della sindrome di Leonardo, fa tutto, sa tutto, di tutto ciaba, pittore, musico, filosofo, poeta, oltre che imprenditore, statista e borsaro nero di qualsisia cosa che ignori. Ciò nonostante l’italiano è la lingua qui che mi vuol bene, da ascoltarla detta bene, o sin storpiata bene, tal che giova passarne e ripassarne usi e costumi, persino l’ortografia, le possibilità estreme di prestiti – non fossimo una colonia penale, di vinti o di libèrti con estrema propensione a servire, degli arlecchini col gusto di sfottere e senza la dignità che dà il sapere scrivere dopo il sapere spernacchiare.
Ma non è questo l’argomento di questa nota. L’argomento è il libro bellissimo e appassionante, appunto La bella lingua di Dianne Hales, per i tipi, s’è capito, della lussuosissima Fondazione Treccani. La signora è americana ed è una giornalista, due specie che mettono me perlomeno in guardia. E invece chapeau alla signora Hales per questo lavoro così elegante e snello, così valentino, denso di sapere, di studio e gravido di amore per l’italiano e per i nativi, tanto che leggendolo, me s’è sentito nella condizione di chi è amato da qualcuno e non lo sa finché, una frase un rigo appena, colui o colei gli si rivela; ed è il/la bambina/o più bellina/o e amabile della classe. Sicché è doppio lo stupore fronte all’amore dichiarato, per noi e per la lingua che ci ha nati, dalla signora Hales che di sicuro da come scrive è una bella signora il cui sentimento ha da esse’ ricambiato, benché si tratti di un affetto, nel caso nostro, da meditazione. Il libro è strutturato in capitoli tematici, la storia della lingua, la letteratura e su su fino all’opera lirica, al cinema, allo parlare greve, che è la prassi quotidiana oggi – qui un appunto alla signora va pur fatto, il suo idealismo al contrario la porta a percepire l’Italia della bella figura (sic) come il paese dove Baldassarre Castiglione è l’abbecedario del virtuoso quotidiano, i ragazzi danno il passo agli anziani e alle signore, anche di 5 anni, dove a tavola non si mangia co’ le gomita sul tavolo, ai dibattiti non ci si dibatte per far fuori altrui e dove Salvini è solo il nome del bar della stazione di Rovigo, dove non va nessuno per via delle mosche e del cappuccino freddo. L’autrice, che dell’Italia conosce il meglio da sapere, da Giuseppe Patòta (Accademia della Crusca) alla Della Valle (Società Dante Alighieri) ad altre belle persone e altre ancora, fino a Ludovica Sebregondi (Unifi) – in questo memorandum la si conosce come una bambina di sette anni che a Firenze, le mattine d’inverno in via Ghibellina, era innaffiata dalla sua Schwester Deutschland con acqua fredda abbondantina – l’autrice riassume tutti questi argomenti sprizzando (ah spreading ah ah) cultura seria, divulgativa certo, ma cultura, rammemorativa; da leggersi oltre che con diletto col gusto di chi che non sappia l’italiano se ne ritrovi curioso e sedotto principiante; ristoro del viandante. Scorrendone la dotta bibliografia si scopre la grande brigata di studiosi, specie anglosassoni, dediti all’italiano. La signora Hals è tra questi ma si è portati a diagnosticare in lei l’addiction. Volume bello anche da toccare, La bella lingua, legato com’è all’antica e per non pochi non molti euro (euri dicesi a Lecco) 20, esso guizza in alto nel capitolo dedicato all’opera lirica che spesso qui tra alpi e piramidi, è considerata poco più che un passatempo; ma la signora sa la cura che da Monteverdi a Mozart a Puccini i musici mettevano nel distillare la parola detta; sa e rammenta con proprietà che il melodramma fu opera di ingegno letterario prima che musicale. Del resto Otello, il Crollalanza a parte, appartiene a Verdi non più che a Boito, credo in un dio crudel/ che m’ha creato simile a sé/ e che nell’ira io nomo, forget about it ( ma cché te lo dico affa’); e chi non si lascerebbe soffocare per un, gran dio morir sì giovane,/
io che penato ho tanto,/morir sì presso a tergere/il mio sì lungo pianto. Commovente il capitolo dedicato al cinema italiano, quello bello, quello vero, in bianco e nero; perché dirne è facilmente detto, perché è stato uno dei molteplici momenti di creazione dell’italiano. E il volume ne dà conto. Peraltro, forget about it, che cosa dire di Monicelli che con Brancaleone corse indietro a ritrovare, inventandolo, un italiano maccheronico tra il rozzo, il latino e il volgare: sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene… sao; per metatesi soa in portoghese sta per suona.
L’opera della signora Hals si è posta dei limiti, non prende in esame autori contemporanei o moderni o si sarebbe perduta, non parla di Camilleri o Busi o Manganelli o Bufalino o, genius, Gadda. Ma non è affatto una pecca. Il libro è una freccia nell’azzurro (Arthur Koestler). Le frecce, quelle amorose per lo meno sfrecciano accanto a molti prima di colpire la loro fortunata vittima. Ruolo piacevole quando l’arciere è appunto Amore. (Anche Psyche tuttavia non è da trascurare)
Fiordiligi e Dorabella
Ah, che tutta in un momento
Si cangiò la sorte mia!
Ah, che un mar pien di tormento
È la vita omai per me!
Finche meco il caro bene
Mi lasciar le ingrate stelle,
Non sapea cos’eran pene,
Non sapea languir cos’è.
Lorenzo da Ponte – Così Fan Tutte – a1/18 finale


Vengo dal leggere un bel libro pubblicato dall’aristocratica casa Laterza, Questione di virgole-Punteggiare rapido e accorto, di Leonardo G. Luccone, dottore Leonardo G. Luccone immagino. L’autore par giovane e consustanziale al circo editoriale e perciò stesso a’ miei occhi un po’ sospetto; ha fondato uno studio e agenzia letteraria, Oblique, hmm, madre di un bizzarro concorso letterario detto OttoperOtto. Il sito di Oblique è nello stile di oggi, pieno cioè di richiami, strilli, occhielli, trendy, ma io dico confusionario perché appartengo a un gusto barocco sì ma muji, la marca giapponese del rigore formale, per fare un riferimento paradossale e commerciale. È noto infatti che detesto il grassetto, chi mi legge lo sa, detesto l’allineamento in voga oggi, l’automatico variabile; il mio testo, non mi caverete mai il participio passato di format, niet, il mio testo ha da essere composto, giustificato; il carattere, nada de font, limpido Times N.R. o Bodoni o Garamond; odio, alla facciaccia di chi ci vuol male per volemose bene, odio il bastoncino e uso il computatore solo perché la mia scrittura a mano ha il difetto di essere così illeggibile, a me persino, che un tempo usavo porre come scansione, segmentazione del testo dice lo Luccone, virgole certo ma pure un punto a mezz’aria, tra il greco e il pazzariello ogni tot parole, giusto per rintracciare il respiro dello scritto, o i blocchi sintattici; un’esempio non si può fare, la mia macchina offre solo il dot above. Bene, ho letto il libro del Luccone dimenticando di essere scrittore, benché ignoto ai più e privo pertanto di quell’autorità che deriva da notorietà, successo e buone frequentazioni. Dunque avrei potuto disdegnare il lavoro del Luccone dicendomi, Ma a chi te tu vòi insegnare te…ma aaacchi… virgole… sièè. E invece l’ho letto con curiosità il Luccone, crescente per di più, e penso che se dello stesso autore un altro volume affine vi sarà lo leggerò. Luccone non insegna a scrivere il così detto libro dei-tuoi-sogni, non mi parve, anche perché solo nei sogni e nell’oculato affarismo dei distributori di sogni e corsi di scrittura creativa è possibile, ma volge l’attenzione del lettore, magari adagiato nelle certezze e sicurezze di chi crede che scrivere sia solo questione di intuito e talento, a lasciarsi catturare dai dubbi sul proprio e l’altrui scrivere; ad accettare l’idea che la scrittura ha da essere una sintesi mediata e meditata tra contenuti nei pantaloni, e bretelle per reggerli; è metafora questa; ovvero sullo scrivere come gesto di civiltà, come habitus. Un libro, credo, alla lettura del quale dovrebbero obbligare chiunque abbia da scrivere tesi, trattati, avvisi sulle porte delle ASL, rapporti commerciali, pandette e regolamenti, lettere aziendali e aziendali romanzi o gemiti d’amore. Amore che dovrebbe essere soprattuto per la lingua, la nostra, la κοινὴ-koinè della mente chiara, strapazzata in continui sharing, posting, pasting pubblici, una gang-bang,… sia chiaro, l’inglese che va forte non è quel della povera Dickinson, dell’ossessiva Wolf, dell’ inguaiato Poe, ma un exploit (fr. ɛksplwà) di rutti che ritmano l’inconsistenza, l’assenza o l’incontinenza di un pensiero organizzato in italiano… Là dove c’è una penna dunque, ben venga un Luccone a ricordare che gli attrezzi dello scrivere sono il vestire l’abito che fa il monaco, in senso proprio. L’umanità è vero è sopravvissuta per mille e mille anni grazie ai peggiori, ai luridi, agli assassini agli accaparratori ma la civiltà, la sua idea, s’è conservata grazie ai meno adatti, ai pii anche sì, ai Copeau che sognava un teatro claustrale, ai monaci, sì o no mondani. Il volume non detta regole benedettine tuttavia, non prescrive; segnala che la punteggiatura è un problema, posso garantire che è tale, di meccanica ma celeste, dunque metafisica. Chiunque abbia voluto seguire un po’ la genesi delle revisioni di Proust ha visto come e quanto il più grande di tutti noi, disse di lui il mago Saramago, e per quanto egli s’adoperasse a trovare l’equilibrio e il peso, o prima o dopo o qui o lì, tra parola e segno di interpunzione; per dosare il passo del proprio discorso. Luccone, con il procedere e con le scelte letterarie del quale lo dico non m’ho trovato del tutto e sempre in accordo, cita in prima battuta il Cioran che, mi par di ricordare in Précis de décomposition, dice, Per una virgola si può morire. Questo è un segnale, il segnale che la scrittura ha da essere un gesto meditato, pulito come un bel suicidio; giacché ogni scrittura ha da essere un suici-d’io. Questione di virgole e con ragione per chi la dimentica, c’è da considerare i dubbi come (i vostri) suggeritori non trattateli come spie, sostiene Luccone.