Un filo fantasma

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Innanzitutto non è nascosto il filo. Ma fantasma, immaginario, persino isterico, phantom pregnancy si dice. Poi guardare un po’ qui il logo del film che è mah… Occorre una quai cautela nel parlare delle opere altrui. So quel che dico. Io leggo e guardo come se fossi stupido e per lasciarmi stupire. Abbasso la guardia del saputo e del saputello. L’ho già detto in altre maniere. Mi alleno alla demenza senile. Ma colgo subito lo stile. E parlo per simpatia. Roba da liceo classico, capisco. Così a costo di passare davvero per stupido dichiaro qui che mi è piaciuto molto un filmetto di Anderson, quasi Andersen – chi è costui andare a guardarselo – dal titolo in sé affilato, Il filo nascosto. Vedi sopra, chi vivrà vedrà. Difficile parlarne e per fortuna l’assenza totale di una trama, di una storia, lascia concentrare sullo stile dell’Anderson che può permettersi di ordire, è il caso di usare l’abusata similitudine, un racconto a partire da niente, ovvero dalla stoffa a disposizione. Un attimo oltre la linea e sarebbe stata la storiella dell’amabile proletaria toccata dalla fortuna di toccare il cuore del ricco sarto, avrebbe ricordato persino un po’ Perrault, senza il feliciecontenti. O Ninotchka senza sorriso. Ma non è così. Il film è di strepitosa altezza nel mettere in scena un filo e nasconderlo. Così bene che tutto il lavoro interroga, sembra domandare, Che cosa ci trovate qui dentro, in quest’abito. Una battuta infatti la canta più o meno così, si può nascondere di tutto nella stoffa dei vestiti… In un istante, quasi un’istantanea, la bella Alma/Vicki Crieps trova e leva da sotto una cucitura dell’abito nuziale per un’immaginaria principessa di Brabante il motto never curse/mai maledire, oh Perrault, mon Perrault…

Dietro di me sedute due voci femminili ogni tanto sospiravano frammenti interpretativi, stile sacro cuore… bell’egoista lui. So quel che dico, la spècolologia cerca la spiegazione, una sola, la sua. Chi è lei e lui che è lei, lui, cioè l’altra, la sorella/Lesley Manvile, tradotta con sagacia la Talequale. Chissà in inglese… fa lo stesso, un’opera tradotta, transita sempre da un mondo all’altro, da una factizie all’altra. Così ben celato questo thin thread che non si può nemmeno dire sia ben recitato il film, ed è un pregio. Strepitose maschere, specie le femminili, cioè tutte, gli attori agiscono come fossero inconsapevoli spiati. Sempre autentiche, nonostante lui, il Day-Lewis, sia un pelino gigione di tanto in tanto,  un po’ intruso, lo è, che vuol far l’attore. Ma è colpa lieve; doveva giocare sopra le righe e oltre, fuori dal banco. Ruolo difficile. Ma le donne no, le donne del tutto immerse in quel reale fittizio, limbo dove il niente prende corpo. Ispirate. Streghe a convegno, scorte da un occhio complice. Il femminile a convegno, scorto da un occhio compiaciuto. Chi macina funghi velenosi non può essere una cattiva persona. Parlo anche delle meravigliose Parche, le sarte, che circondano il Maestro, operose, silenziose; compunte cuciono e soprattuto tagliano e disfano, rifanno bene il fatto. What’s done can’t be undone. C’è un po’ di Macbeth e un po’ di Cenerentola. Oh cielo che meraviglia quelle manine grassocce che dispongono di buon grado la trama, le trame artigiane del…destino…??? … non non l’ho detto. Ma c’è qualcosa che lo riguarda. Dir non saprei oltre né vorrei. Il filo è fantasma. Lasciarlo là. Al di là. Threaxit.

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Considerazioni inattuali – Da un castello all’altro

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Desideria Guicciardini – L’Acrobata – ill.ne per Il Circo delle fanciulle di P.D’Ascola
È proprio vero che nel linguaggio il sole sorge ancora – Ernst Jünger – Oltre la linea

In seguito alla lettura di Da un castello all’altro. L.F.Céline – Einaudi

Ovvio, occorre dirlo, che Cèline fu un maledetto genio o un genio maledetto o più in succinto un maledetto, ancora più o meno che genio, non poté esserci che come fu, Inadatto; e pure adattato del tutto, plasmato dai tempi e dai costumi, in breve dal tempo di sempre, una variante dell’eternità detta impermanenza, l’autore che sancì l’impossibilità di essere letti. Scrivere per scrivere,  evìnto che per scrivere ed essere letto non potresti che forgiarti un’altra figurina, un golem o un leviatano, o puro e semplice nom-de-plume che scriva per fanciulle. Il pubblico, senza distinzioni, è stato tutto forgiato ed è costituito oggi da fanciulle o non sarebbe pubblico. Bensì privato. Céline ebbe un subito successo e subito dopo dalla catastrofe fu scelto, e la scelse fino alla bassura. Uno stile di provvidenza bizzarra, ma stile, assoluto.

La sua noce senza voluttà senza desiderio, si vota all’estinzione nel linguaggio. Solo sparire in una bruma. Fu santo al cui confronto gli altri sono piccole pippe. Risulterebbe sottrattivo ridirlo fascista, non  insultante. Io non credo però fascista, ché fascista è un adeguarsi al potere per il potere, bada lì. È l’estremismo del piccolo borghese, e il quietismo della borghesia bella e buona, oh Pasolini. Céline mai. Non mi risulta. Volle vedere fino a che punto, non sottrarsi, gioco pericoloso, ovvio che  ti inquadrino in un mirino, uno qualunque, altrimenti non si dà. Del resto lo hanno detto anche a me, per molto meno, fascista anzi nazista, compagno che sbaglia, ma mi non son compagno a nisùna. Lo dissero a mio padre per molto di più, dopo la guerra, perseguitato dal fascismo fin dai tredici anni, due condanne a morte, fughe, inseguimenti, spina dorsale rovinata saltando dalle finestre,  ufficiale GAP, collegamento con l’OSS – che non era una sezione delle SS – eroe della Resistenza eppure, Compagno che sbaglia, trotzkista, fascista. Aveva un taccuino sul comodino, da vedere i successi dell’eroe della Resistenza, casa popolare per tutta la vita, voleva scrivere, aveva da dire, tacque, e se ne andò. C’è un disegno nella propria morte. Metodo. Il sistema, qualunque sistema, costituendosi proclama i suoi avversari, definisce le minacce che desidera evocare di là dalla sua linea di tolleranza del vero, tutto carino o tutto fascista. O Non-ti-capisco, ateo, difficile, artista, reietti. Ogni epoca che si costituisca sistema ne fabbrica. Volere o volare. Ogni sistema, ogni (S)tato dunque è Leviatano, volere o volare. Non so quanti ve ne accorgete, oh incliti duecentocinuantatre lettori, – mica conto sedici milioni di torridi clictoridi – che il Leviatano è furba bestia, adattativa, ha cambiato modi, oggi sono moìne. Oh, è una macchina infernale, pubblicità, marketing, giornalismo, persino libere elezioni sono, Das Zeichen einer Welt, die nicht klar sieht – Gottfried Benn, Poesie statiche segno di un mondo che non ci vede bene. Il nichilismo oggi ha assunto il volto del proprio contrario per incantare – badate ben i 253 che significa pietrificare – l’europeo medio. E questo farlo medio è il segno del suo nichilismo. L’arte infatti è scomparsa. Mica credere, tutto è altro, è anestesia. Letteratura, puah, si tratta di portare buone novelle mica di scrivere. Essere letti è impossibile, come fai a farti leggere. Dovrebbero saperlo fare. Ma, dice Cèline, nessuno legge, saltano, dice, mirano alle conclusioni. E allora. Lettura è stare sul pezzo, sul metodo della parola, letteratura. Mica clic e déclic e salam-a-like. Scritture creative. Dunque tacere. Cèline lo dice, alla fine stare zitti. Il silenzio è una grande tentazione. Ma è roba da Santa Teresa. Santa Tersa. Angeli.

Cèline è angelo, lettura da artisti, reietti, il resto è, Carla disse qualcosa, Gianni si voltò, il suo golfino verde di angora aveva il profumo della sua pelle, glielo levò. Poi capezzoli, fighe, condivisioni, sentimenti di rigorosa bontà, in corpo cattolico… Tartuferie. Conigli, canaglie, coglionerie, vigliacchi. Ci vuole coraggio, ma un sacco per accettare non la morte a credito, ma a rate. Arrancare tra mille frecce e ostacoli, di sistema mica da ridere, pensioni che non arrivano a farti mangiare, recriminazioni per darti una lezione, bandirti, ucciderti. Oppure vivere. Consumarsi, Esplodere, barnum stellare. E danzare. Come i sufi. Per poi cadere.

Dopotutto, dopotutto.

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Pablo Picasso – Portrait de famille II – Lugano MASI

 

a. triestino per, non sono uguale a nessuno

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Ritratti da Shakespeare

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…volti fatti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni, per citare il finale della Tempesta… Manuela Maspero-Libooks- Cantù 10 marzo 2018

C’è qualcosa di svizzero mancato a Cantù, grazioso cuntì cantà, un merlettino, del resto specialità dicono qui; stradine graziose, collinette graziose, cortesia rude e tutte le scuole del sistema scolare, 17 chilometri e sarebbe stata Cantù Ticino. E c’è una libreria a Cantù, la Libooks, fortezza bastiani, cellula di resistenza… contro lo sfàkelos, σφάκελος… di libri per l’infanzia e oltre, oltretutto, qualcuni magnifici, frutto di cimento e d’invenzione.

Facile dire fare e baciare di cultura, a Milano malanno, carino, carino dicono al sopramercato del sapere, niente, ma darsi arie di Nuyork molte, mì là no, carino il film, carino lo spettacolo carino il libro, sempre l’ultimo, la mostra, carina, il ristorante, carino, elles che allattano pupi à deux tetons, calzoni sigarini e malleolini pour eux, fighini, sbarbini, prezzi nella norma, ci aspettavamo di più, Milano è trippa per gli advisors, ciao, facile inzepparsi di cultura lì, roba finta, vita finta, tatuaggi e eja eja ullalà, marketing e comunicazione, cultura carina, niente a che vedere con il mondo dei più che è  caprolalòlogo uguale ma non fa finta. Un pascolo.

E a Cantù la Libooks è una missione in Cina, 1905, una San Pablo senza Candice Bergen e Steve McQueen, un avamposto senza posposti, ponti tagliati con il carino delle città culturali. Davanti la turrita Como. Sicché tenere aperta un libreria a Cantù… e che libreria, vera scicccherìa, poltrone, chiacchiererìa, esposizioni, conferenzerìa, pieno centro di una distesa geometrica di benestàr intorno che … ebbene è un atto di fede da parte della titolare, credo anche proprietaria, signora Manuela Maspero. Che ne organizza di ogni. Da due anni, il secondo questo, un premio a stretto giro di scuole d’arte. Illustrare Shakespeare. Giuria d’arte, presidente la signora Desideria Guicciardini che ha titoli da vendere e poi e poi. Fa tutto da sola Manuela Maspero. Altro che carino e carina,  altro che ah eh ih oh uh e parliamone, telefonami, a Cantù è un bagno di i’ che c’è c’è cada dì. Il resto inventarselo. E il premio, patrocinato dal Comune, qualcuno l’abbia in gloria. Una bella brossura per cui mi ha chiesto la signora Maspero, quest’anno di scrivere qualcosa a proposito del ritratto, detto fatto ringrazio per la richiesta, scrivo volentieri per i volonterosi, ritratto shakespeariano, fantasie shakespeariane, tema di quest’anno, così eccolo qui. Riporto per gli appassionati di misteri.

Chi è buono, ne fa ritratto.                                                                                                    Proverbio toscano

Se si guarda all’arte di ogni epoca e luogo, si noterà che il ritrarre, anche bufali e tigri è, ed è stata la principale delle occupazioni dell’arte, da Altamira in avanti fino e oltre Henry Cartier Bresson, il gran fotografo che, attenzione, asseriva la propria, persino timorosa incapacità col ritratto. La questione, infatti mi pare intrecci il che cosa ritragga il ritratto, al perché col come; un nodo Borromeo. Soffermiamoci a caso su uno qualsiasi degli innumerevoli esempi di ritratto in pittura – ma che cos’è una natura morta se non un ritratto –  e domandiamoci che attrazione su di noi eserciti, evitando con onestà di pastrugnare nella borsetta dei luoghi comuni alla ricerca di una risposta precotta e surgelata; è l’adesione al vero dell’artista che ci interroga, e se mai soddisfa dopo averci sedotti, o è piuttosto la percezione sintetica di qualcosa, ma che cosa ma che cosa… forse quel che non c’è. Ho l’impressione infatti che il nodo del ritratto, e alla fine credo di tutto l’affannarsi dell’arte, fin dell’arte cosiddetta astratta – domandarsi se il quadrato nero di Malévic sia o no un ritratto – stia nel segnare un’assenza, una mancanza per essere più precisi. Il ritratto indica, e scoprirlo tocca a noi se possibile, ciò che non c’è, che non è qui, persino ciò che non è, se per non essere intendiamo l’indizio di un futuro che sempre non è. Il ritratto ritrae un’aspettativa, annodata al desiderio nel tempo. A chi guarda, vedere.

Qualsiasi opera di un uomo, si tratti di letteratura o musica o pittura o architettura, è sempre un suo ritratto.                                                                                                                  Samuel Butler – 1835-1902

Il nodo Borromeo

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Letture – Luisa Sparavier – Le ore in testa

 

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Cerca di meritartelo. Sono le ultime parole che contano qualcosa nel film Salvate il soldato Ryan.

Mia moglie per eccesso di affetto protettivo mi ha nascosto per meditarlo tra sé, e/o io gliel’ho lasciato nascondere senza chiederne conto, il volumino di Luisa Sparavier  Le ore in testa; ma il librino preso il suo tempo, è ben saltato fuori per lasciarsi leggere.

Apro un’apparentesi. Mi capitò, qualche anno addietro, di essere convocato dalla mia direzione, tutta un’iconostasi, e dal mio consiglio accademico, per rendere conto… di tutto un po’, di voler far didattica sovra ogni cosa… i figli di buona scuola sono in marcia da quel dì. In quell’occasione, non la più pessima ma nemmeno la peggiore del consiglio, un opus dei di seconda scelta, mi disse con tono convinto, Vedi tu sei un genio ma, ho dimenticato le parole esatte ma il senso del la conclusione fu, ma noi non ne abbiamo bisogno. Rimasi perplesso non tanto per l’asserzione che voleva suonare tzigana quanto piuttosto per il come; mi domandai come una poveretta potesse riconoscere in me il genio; ma la c’è una provvidenza, avrei potuto esclamare, che illumina i villi cerebrali del povero di spirito additandogli chi invece… per sua sfortuna nella maggioranza dei casi… ne ha. Il dubbio resta. Non si creda, mi rendo conto di diventare con l’età vieppiù quel che sono, quel che mia madre riassumeva spesso, con il motto, Sei tranchant/trinciante…un trinciapolli. Odioso più che antipatico, aggiungo io con orgogliosa sicurezza.

Ora, con il libriccino di Luisa Sparavier tra le mani mi domando come posso osare io definire una persona autrice di se stessa, qualificazione di rara attribuibilità, e che scrive ciò che scrive; e che non citerò perché… chi siamo in arte, come si diceva un tempo, siamo sempre al ponte di Remagen… ebbene cercare di meritarselo. Genio… sì sì ma occorre anche ridimensionare la parola al suo senso originario di dèmone, un dato per premio a chi non si sa e che non lo sa lì per lì, forse mai, e che anch’egli deve meritarsela l’iscrizione al club. Luisa Sparavier se la sta meritando. Le ore in testa. Un volumetto poetico in sé, più che di poesie, più di. Non avessimo degli analfabeti malfamati per classe dirigente è un libretto che sarebbe bello diffondere nelle scuole, in luogo di messaggi ecumenici di poètopi vietnamesi o poètope sarde o pastori argentini, anche se poi delle scuole, è un po’ il tono della prefazione, èl mestè l’è quèl di svalutare la parola del poeta con la spiegazione; le maestrine, obbligherebbero ad andare alla cerca del significato, il verme nel pannolino, del quel-che-il poeta-vuol-dirci quando l’ha bell’e detto. La riduzione di tutto a un dado Star di significato. L’esempio del dado non è tanto per dire; oggi la letteratura, l’arte è svalutata, in primis da chi pretende di farne  mero esercizio di cul-in-aria, mettiti una carota, una cipolla, un sedano… e defecherai il cuoco che c’è in te. Alé con i corsi di scrittura creativa. Tutti in una neolingua dove cucchiaio indichi sempre e solo l’oggetto di cui alla voce cucchiaio in tutti i boch, zingarelli, duden, rea. Ma santo cielo che cosa mai si vuol spiegare di ciò che è già spiegato, il mistero, incomprensibile, dico io, che è la parola d’arte. Ciò che è possibile fare è trovare il punto di vista adatto, la luce, la metafora nell’angolo della stanza dal quale osservare las Meninas e dirsi, Ah, sì.

Tornando alla signora  Luisa, non me ne sono mai discostato tuttavia, non saprei che dire di tanta complessa maturità e dominio espressivo, ritmo, tempo, maturità che è probabile sia da far risalire a epoche remote e a mondi non meno remoti, ai Greci. Le ore in testa ha il tempo dalla sua parte, è tempo come l’arte in genere quando sia tale. Con in testa un tic tac di elegante orologio, evocato dall’autrice in Premiazione, andrebbe letta; aiuterebbe dico prendere tempo, tempo d’attesa; la semplice descrizione di un istante, che conclude la raccolta. Peccato che leggere la signora sia così difficile, stampata com’è stata per pochi, cento copie preziose, da un tal di Udine, tipografia Pellegrini, sorta di Aldo Manuzio. Peraltro v’è da dire che ai dì d’incoeu la letteratura non sia pubblicabile. Anzi che occorra non pubblicarla per non lasciare che venga svalutata da editors, editori e maestrine. Attenzion battaglion che l’editoria ha inventato i libri senza parole; il Socing avanza, leggersi 1984, quelli che ancora ricordano il vocabolario. Quindi meglio così, alla larga. 100 copie.

I mitici Greci forse sbagliarono di un tanto; il poeta, se è autentico come la signora Luisa Sparavier, se non è una malmaritata che sfoga qualche ingorgo di un suo ventricolo asfittico, il poeta non è messaggero degli dèi, bensì malcapitato dio. Come del resto il suo gatto se c’è… c’è c’è…passeggero ronronron della sua scrivania. Un angelo.

∼∼∼

Le Chat

Viens, mon beau chat, sur mon coeur amoureux;
Retiens les griffes de ta patte,
Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux,
Mêlés de métal et d’agate.
Lorsque mes doigts caressent à loisir
Ta tête et ton dos élastique,
Et que ma main s’enivre du plaisir
De palper ton corps électrique,
je vois ma femme en esprit. Son regard,
Comme le tien, aimable bête,
Profond et froid, coupe et fend comme un dard,
Et, des pieds jusques à la tête,
Un air subtil, un dangereux parfum,
Nagent autour de son corps brun.
Charles Baudelaire

∼∼∼

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Certi matrimoni non s’han da fare

La messa la bando (…) oggi colpisce l’uomo automaticamente, come un giro di roulette. Nessuno di noi può sapere oggi  se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale.

Ernst Jünger – Trattato del ribelle – Adelphi. pag. 58

Molti e molti anni fa, non mi si chieda il perché, spedirono me con tutta la mia implume classe prima, sez. C media unificata, a fare dei tests. Ai bambini si sa basta l’idea di prendere e uscire dall’aula in una città piena di palpitanti cuor-in-mano al lavoro, poterla osservare da un pullman, cioè un po’ dall’alto, per sentirsi subito in un nuovo film; sicché un’allegria indicibile, mi pare di ricordare. Dunque ci portano al Centro. Il centro è una copia conforme del Ministero della verità, ai piedi di una torre altissima e brutta, molto Oh-che-genio, una scatola messa per dritto, centro di ricerche psicopatiche. Ci dividono, specialità Gestapo… capisco al volo, figlio di combattente io, sangue rossonero  gruppo A negativo, visite omaggio ai reduci dei lager, alle legion d’onori, a tutta la Resistenza, la domenica poi ognuno in uno stabbio, un tavolino, una pennina, una bibbia di carta a righette, caselle, domande, lettere, numeri, un questionario da compilare.  Salto i quesiti aritmetici, ci provo, ma ho la media dell’uno in aritmie. Domanda quanti amici hai, oh perbacco non so che rispondere, penso ai gemelli C* con cui gioco spesso, due, rispondo. Ma. Il bello arriva dopo, fluttuando in un camice che esige riconoscimenti, dottoressa, biondina… non mi interessano le biondine, ho una sola passione allora, la treccia nera e lo stile ballets russes di una bambina della sezione A, femminile, guardare sospirare, forse sognare è meglio che toccare… altro film, la biondina siede davanti a me, squinterna il mio dossier, ullalà, lì sul tavolo davanti a lei, è brava nella parte di psicopoliziotta, Sie spielt con convinzione; Alles verstanden, Vorsicht Kind*. Mi rifà tutte le domande cui ho già risposto per iscritto. Non tutte forse, alcune. Quanti amici hai, Ehahhm nessuno, Tu dici, Dico, Ma, hai scritto due qui, Ah sì ma… mi mostra il questionario zeppo di annotazioni sue, tutta diagnosi che sta lievitando, m’impapìno, figurarsi se mi ricordo cosa ho scritto e se vi ho messo qualche attenzione, leggo Moby Dick e I tre moschettieri, tutt’ e i quattro volumi io, i miei temi escono dall’editing della professoressa Morelli senza note rosseblù, uso il condizionale mica come un bimbo, come un Bembo, mi leggono in classe a temporaneo monito, questionari mi interessano quanto niente, mi ripiglio, Ma, ah, già, già i gemelli sì. La psicopulotta, lo sguardo che uccide… Terence Fisher, Christopher Lee, Peter Cushing… mi riserva i suoi due secondi d’odio diagnostico. Mi sentirò in colpa per anni.

Ora, a richiesta di alcuni amici che non poterono essere presenti, segnalo che metto loro a disposizione il mio discorsino su Manzoni e i Promessi sposi del 23 febbraio ultimo scorso, basta chiedermelo e invio il pdf. In calce le indicazioni di alcune dotte e più interessanti pubblicazioni. Di seguito invece un divertente resoconto di come è andata la serata promessa e non sposata. Certi matrimoni non s’han da fare.

Allora è andata così. Io vado con il mio ben studiato interventino, fatto e  rifinito, imparato a memoria, provato e riprovato min. 30 comprese le letture originali, una mezza lectio; un po’ affannata da comprimere in quel tempo ma del resto la comanda era 20’ più le letture. Dunque sono nei tempi. Ho avvisato, precisato, scritto, trenta minuti tutto compreso, sono abituato; poco manca che mandi il copioncino prima, spesso lo faccio a scanso di equivoci; ma no, sono conosciuto, mi hanno invitato conoscenti, gratis si badi, pura bontà la mia,  ma, non vado tranquillo, false-friends maybe, e quando si affronta un pubblico andare tranquilli non è mai buona regola; nemmeno gratis, dunque sono tranquillo nei limiti dell’oculato. Il luogo oltretutto non ha mezzi, è una libreria caffetteria, tutto molto culturale, va bene per parlare di Manzoni, cultuale,  lì a Malanno. Mi porto un leggìo, portatile appunto, tutto in ordine come voleva Gadda, cartelletta, dattiloscritto da sbirciare, copie delle letture ben ingrandite, il teatro ti resta per sempre un po’ attaccato, appunti di rincalzo nel caso. Ho dei fior di amici in sala, un filosofo tra quelli, il dottor Biuso, ci metto due volte la faccia. So anche che mescolati tra i civili due tre, chi lo sa quattro elementi di un gruppo di arte terapia, qualcosa del genere. Dovranno leggere anche loro qualche po’ di Manzoni. Me, non mi tocca. Andiamo andiam mio bene, una battuta di introito, scherzante, ma sento immediato nervosismo di bielle nella odd-eratrice, va bè. Affar mio è la sala, misuro la temperatura, sale, bene, vedo sorrisi attenti, meglio, una manina, una domandina facile facile subito subito, l’acchiappo con qualche facezia, bene bene. Ma. Dopo cinque minuti l’aratrice, cui nel frattempo è spuntata più di una piuma rossa in capo, mi dice, Non correre. Va bene non corro, distendo, accomodo, correggo a braccio, qualcosa si fa sempre, sto arrivando alla terza delle quattro letturine, cap. XXX, passano i cavalli di Wallenstein, andante trottato, sto parlando da  15 minuti, la modmod morde di colpo non so se il freno, o tutti i finimenti, cavalca la cattedra, Passa all’ultima lettura; Ma, mi impapino, Ma il discorso, tento, Ma così si sbriciola, dico, Ma vuol dire chiudere, al pubblico che ondeggia, La pianto qui se volete, taglio, me ne vado, dite. Allora coup de théatre, uno seduto davanti a me, Sì taglia taglia, vattene, mi invita, urla quasi, ringhia, villano ignoto o figlio di una lettera alla professoressa. Attacco a sorpresa, il tono offende. Tutto sommato sono un anziano professore, più che altro anziano direi. Ma, balbetto, di fronte alla villania non credo sia opportuno proseguire. La mood-aratrice ha le piume rosse arruffate, Il signore non è villano, ha espresso la sua opinione…. No no, per favore, Continui/a, mi pare di sentire  da più di una voce. La modero-e-non-mi-spezzo, tortosi il collo, mi lascia rispondere a tre domande che si accavallano ma molto circostanziate di tre persone, nasi fini, a tutto Rilke. Bon, poi mi si prescrive l’ultima lettura, È fuori contesto, il discorso si è ormai sfrangiato, dico. Ma; leggere e leggeremo. Poi taccio. Ma. Il bello arriva dopo, alla fine fine fine, niente da ridere, mi aspettano al varco, eccola la psicopolizia, mica potevo immaginare, due, due blade runners, due di quei signori per dirla con Don Abbondio, Fanfarouche lui, Sainte-Nitouche lei, discorso concordatario, senza spingermi mi spingono all’angolo. Guarda che non hai capito, perché mi tutìnano non li conosco, Non hai rispetto, qualcosa così, Non hai capito che era uno psichico… il signore che ha espresso la sua opinione… Vai a capire come faccio a capire se uno è o non è psichico e poi non mi interessa io parlo per il pubblico, posso mica immaginare chi ha il diario dello schizofrenico in tasca, Ah, Tu, ti ed u maiuscole, TU non hai senso della misura, tutto troppo difficile, tono alla Tarantino, un tarantino alterato un tarantolato, gli manca la pistola da piccolo Bladehimmler, identiche orecchie a sventola, occhio frastornato da visita a Birkenau. Scappo in canonica. Eccesso di intelligenza, mi ha detto il filosofo, oggi è un male, oggi non te la perdonano proprio… Uno mi chiederà ancora di Carmelo Bene ed I promessi sposi. Non rispondo che Carmelo Bene in condizioni simili se ne sarebbe proprio partito. Ite nunc missa hic.

* ted. per Recita – capito tutto – attento bimbo.

∼∼∼

Alessandro Manzoni  – Della lingua italiana

Alessandro Manzoni – I promessi Sposi – Einaudi

Carlo Emilio Gadda –Apologia manzoniana

Carmelo Bene – Adelchi di Alessandro Manzoni

https://www.youtube.com/watch?v=JaVH7fB1yTg&t=0s&index=17&list=PLKOuKTFf7fXtyMopEh_2plqHJ3-Sw5m1N

Dario Generali, aa.vv. – L’idioma di di quel dolce di Calliope labbro – Mimesis 2018

Giovanni Pascoli – Eco d’una notte mitica

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La forma dell’acqua

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La forma dell’acqua è tale per non avere forma, di preciso come questo film pompato dal suo proprio marketing alla massima pressione. Nel 1955 sarebbe stato credo un prodotto della Hammer film casa che macchinava fantasie ingenue e avvincenti come L’astonave atomica del dr. Quatermass o di gusto esilarante come Le spose di Dracula; oggi, prendere o lasciare, è meglio prendere ma una valanga di Ullalàèunauccagna che testimoniano solo di un fatto, a mia sensazione d’indispettito spettatore, ovvero che il cinema è tra le tante cose su cui il finanziario e il governo mondiale del capitale stendono colate compatte di calcestruzzo. Pijano pesano, incartano e portano a casa rotoli di fantastilioni; sia chiaro creano lavoro temporaneo a tutti come il Cavaliere dallo sperma ardente,  e La spia che venne da Rignano, da Marzo nei salottini di tutti i casini. La prima cosa che stizzisce chi qualcosina sa, è quel the-shape-of-water, con un’eco giapponese che intriga chi abbia un po’ di gusto ma che si rivela subito inutile trappola e deludente; come intitolare ombre-e-pugni un film con Bud Spencer o chissà cristiano-in-inverno un film con De Sica a Cortina. Un inganno. Poi quando parte la proiezione, si forma non l’acqua ma la pozzanghera del dubbio, se sia partita per errore una pellicola dell’uomo che inventò la copia, il signor Salvatores, premio Oscar per non avere commesso mai alcun fatto. Autore che partì assai bene a fare film, il Toro oggi se n’esce con la trovata frankenstein che a estrarre da tutto di tutto un po’ di un po’ di un po’di Bella e la bestia, di il Mostro della laguna nera, di Brasil, di Amélie, un po’ di LA LA Land, un po’ di Willy Wonka e un po’ di F.lli Cohen e un po’ di Tarantella della mdp – la macchina da presa che mai non resta come bufera, animata da un vita sua propria – insomma che da tutti gli stili altrui si ottiene uno stile proprio. Che importa, si chiama citazione unita all’eccitazione necessaria e sufficiente a tenere avvinto lo spectator alla propria pornografia – la trovata di far masturbare la protagonista ogni santo inizio della sua giornata e di vedere il grottesco cattivo che tromba una moglie da operetta – copia conforme di Truman Show – sarebbe esilarante non fosse il corrispettivo della scena di trombata mortale che regola i successi della letteratura mondiale. Dieci trombate un milione di copie. Roba da far venire voglia di scrivere un romanzo con una sola parola ripetuta pènevulvapène per 2000 pagine e con tante virgole per aiutare il lettore. Il suo direttore marketing deve averlo convinto, al Toro, ad attingere ad ogni fonte rinnovabile; del resto non so chi mai più pensi e diriga un film se non appunto qualche diplomato a una qualche School of Economics; ah come vorrei vedere il suo nome, per onestà, ne’ titoli a grandi caratteri così che qualcosa di autentico ci sarebbe in un film americano, che è poi tutto il cinema d’oggi. Il resto, il fantasma che corre l’Europa o l’Iran, che è la stessa cosa, è un silenzio post neorealista, post fascista, post commedia, Rimuccio Rimuccini è posteriore persino a se stesso. E con ciò loro signori fan i milioni ad anestetizzare platee così che si chètino, discùtIno democriticamente, strapàrlino, strapìrlino, s’addormano, così che un giorno andassero a vòtare… i cessi. Non sappiamo infatti dal film dove vanno a finire le deiezioni del mostro. Un film che tanto fa che tira acqua a i’ su’ mulino.

Il vecchio stagno/La rana si tuffa/Il suono dell’acqua
Matsuo Bashō(1644-1694)

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Letture – I promessi sposi

Michelangelo Merisi-Caravaggio (1571-1610) La vocazione di San Matteo

Con qualche tremore delle dita sulla tastiera segnalo che VENERDÌ 23 febbraio prossimo ore 21:00 precise all’Utopia di viale Lombardia/Via Vallazze 34 a Milano, terrò una… breve… divagazione su Manzoni e i Promessi sposi con letture appropriate. Con me  il dr. Angelo Villa, psicoanalista e letterato. La dr. ssa Marcella Cannalire dirigerà le conversazioni. Tengo ad avvertire che sono un apologeta deciso del grande Italiano. Cordialmente.

Egli disegnò con un disegno segreto e non appariscente gli avvenimenti inavvertiti: tragiche e livide luci d’una società che il vento del caso trascina in un corso di miserie senza nome, se caso può chiamarsi lo spostamento risultante della indigenza, della bassezza, della ignavia politica (pubblica), della cieca ignoranza, della paura d’una razza e dell’avidità e dell’orgoglio d’un’altra. Se caso può chiamarsi la noia della vita, sensuale e disorganica, che fa ricercare nel male i veleni di un più fosco desiderio, d’una più abominevole discesa verso cupi silenzi. C.E.Gadda -Apologia manzoniana (1924)

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Non c’è bìlia che tenga

 

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Fidia (490-430 a.c.) – Atena Lemnia

Alle corte. Ieri sera  ho visto Un sacchetto di bi(g)lie, filmino docile di tal Christian, oh oh ah ah, Duguay regista televisivo canadese di cui ignoro tutto e va ben così. Come esiste da tempo il genere bellico esiste anche un sotto-genere che non saprei definire se di-fuga, dalla-realtà, o cosa. Ma non è questo che mi ha interessato del film, né i protagonisti bambini, né la storiellina ben condotta fuori da un romanzo di Joseph Joffo che davvero possiede/eva una barberia a Parigi e io ho da sempre molta stima per i barbieri. Mi hanno interessato le mie lacrime e lo strizzottóne emotivo, mio e di chi mi stava intorno nella  sala, avvinta nel buio e in tutta silente evidenza… niente controlli degli sms durante la proiezione… al dramma di due fratellini, in fuga appunto dalla Francia, dalla barbarie della guerra; di rigore accodare a guerra, barbarie o sostantivi di pari inefficacia NEL… come il Mercedes… neolingua poultry-correct; si cfr. in alternativa orrore/i, ferocia, disumanità… tutti correttivi alla mancanza di immaginazione degli scampati… tutti i nati in Europa dopo il 1945… circa la fenomenologia dell’evento più radicalmente consono al bipes simplex. Digressione fatta mi concentro sulle lacrime. Sono anziano e riesce difficile, a me e alle mie lacrimali, non commuoversi fino allo strazio; è la catarsi messieurs-dames, malanno della vista, pseudoblefarìte che affligge credo soprattuto chi abbia frequentato un poco gli studi umanitari, come nel vocabolario della Confuffindustria si chiamano le lettere e la filosofia. Ebbene lo dico, me, ne ho abbastanza delle lacrime… e della confuffindustria… me, sono stufo di chiagnere a un passo – 4 marzo – dall’essere fottuto à nouveau, poultrycaccamente ma forse non solo, dagli eredi, sopravvissuti mentali, di quelli che stragi, stupri e rapine perpetrarono, sentite come suona efficace al passato remoto il verbo perpetrare, in quei dì funesti… idem… dove si farneticava non meno e si ammazzava meglio in nome della razza bianca, della cristianità, dell’itaglia/frattaglia/plebaglia ai ritagliati… Berlusconi, Meloni, Salvini… della Franca ai Franceschi, dell’Alemanìa agl’Alemagni. Lo dico e lo ridico e mi domando a che serve piangere, prostrarsi in settimane della memoria… la memoria pare necessiti di non meno che una settimana di programmazione schizoide per ringalluzzirsi e subito assopirsi… se poi, nel segreto dell’urna… o tra i cipressi… si opta à nouveau per gli stessi farabutti; ché lo dico e lo ridirò, nessuna distanza… sì questione di peli nel naso e di make up… separa quei trigemini qua da quei molti là con un differenza che quelli là ebbero quasi quasi il primato nel cimento e nell’invenzione, i campi, i treni, i forni, le stragi, un’organizzazione impeccabile, nonostante i multipli peccati, e ripeto delle divise tutte nuove e bellissime. Benché l’imbecille più noto del pollaio abbia affermato a Stàzzema che tutto ciò è finito ma bisogna essere antifascisti… minchissima santa… quando proprio ello, capofabbricato di un sordido borgo toscano… rare ma esistono anche in Toskana le Rho e le Mestre, da non confondersi con Le Maistre… egl’è colpevole del procurato aborto trigemellare, Berlusconi, Meloni, Salvini. Lo dico e ripeto, me sono stufo di sentirmi piangere, me e qualche altro di fé per il terribilìo di anni ottanta… or sono… mai tempo verbale fu più consono alla dizione in corsa. Sono stufo stufo stufo, lo dico e ripeto, di lacrime amare; non dimentico da sempre… sto tra i viventi per fortuna di mio padre e coraggio di un carabiniere che lo lasciò scappare dopo averlo arrestato onde dar seguito alla terza condanna a morte… odio con passione, kwuei tre qui, più di quei molti là, non perdono per metodo. Quelli furono abbacinati dalle divise, si capisce; questi potevano, potrebbero scegliere qualcosa di meglio che trasformarci, lo faranno, in doppipettorutti, in un’appendicìte della Polacchia e dell’Hongrya, della Puttinia. Vae victoribus.

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Letture – Il mio primo libro di poesie d’amore

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Allevato in un mondo dove era indistinta la distinzione tra letteratura e letture per bambetti e tale che, nonostante mio padre mi consigliasse talvolta questo, talaltra quello con  autorevole ma scarsa convinzione, fui sempre lasciato saltare da  Luigi Motta – chi era costui – all’eretista eretico Gabriellino al sotterraneo Sigmund,  educazione questa – da e-ducere/portar fuori –  che non m’ha forse riparato  o proprio per questo protetto da danni irreparabili, mi accodo alla banda di zufolàri sentimentali in questo giorno alieno e consacrato dall’industria del trasalimento all’acquisto/invio di bigliettini, ricordini, valentinìni insomma, oltre che allo squartamento di ogni pudicizia o l’ostensione di ogni impudicizia nelle pagine di Fababùk. Mi piace ricordare dunque  ai miei 249 lettori, un po’ per celia un po’ per non morire (Giacomo Puccini, Madama Butterfly A2), la recentissima apparizione di un libretto piccino, pubblicato da un casa editrice, per piccini, il Castoro. Si tratta di un volumetto di poesiole fulminanti,  fulminee alcune, fulminate altre, dell’autore francese Bernard Friot di cui m’è capitato anche di leggere, sghignazzando, amene e furibonde storielle, Il mio mondo a testa in giù.  Di lui chiunque può incontrare convenienti cataloghi e descrizioni in rete sicché, valga o non valga, per tutta notizia dico che egli ha la mia stessa età e questo per qualche motivo lo rende alla mia immaginazione più consanguineo che contemporaneo. Si dice che scriva per l’infanzia il Friot, opera lodevole, esistesse l’infanzia; a me pare il contrario che scriva per un’adultità – part. pass. di adolèscere – tanto ben formata e costruita da permettersi di tener presente uno stato soave passato, una stagion lieta e simultanea, non di rado ai bimbi interdetta. Il libro dal titolo ammiccante, Il mio primo libro di poesie d’amore, ma non di certo per un bimbo, anzi, forse solo per qualche madre reticente ad ammettere di aver smesso di crescere dopo i 13 anni e diverse esperienze di tradimento, riunisce non ho contato quanti poemini a tema amoroso, tema in sé non solo ignoto ai più, confuso com’è tra sesso e decesso, ma soprattutto ai bimbi, così divisi tra oggetti e desideri da farne un tutt’uno senza posa, movesi l’amante alla cosa amata come il senso e la sensibile. Se la cosa amata è vile l’amante si fa vile – Leonardo da Vinci Ma insomma questi brevissimi poemetti fatti di così poche parole da non sapersi situare tra idillio ed epigramma, sono così ingenui, furbi ed affettuosi di un affetto senza oggetto, e qui sta la fortunata combinazione di intelligenza e superficialità canzonante e scanzonata, da avere attratto il mio occhio in una sola unica lettura e di nemmeno un’ora; ma per quell’ora avvinto  dalla perfetta coincidenza tra la parola e il segno dell’illustratrice, Desideria Guicciardini, il cui merito è di avere sposato le poesie, cosa credo rara, senza bambaggianàre, sorvolando trópoi e tópoi che dell’infanzia costruiscono il castello di menzogne, utili all’illusione di sempre e al marketing di oggi, oggi dico di valentino, non cresciuto abbastanza pare da essere valente. Insomma un librettino, peccato non avere stampato à regard l’originale francese così tanto per dire che esistono altre lingue di qua dal patto atlantico, che mi permetto suggerire a ogni lettore accorto, affinché si bèi delle immagini di intelligentissima delizia, coltissime eco, birichine associazioni – ineffabile l’immagine della donna che stira in ciabattine un enorme cuore stropicciato come una tovaglia – e onori Tempo-il-molteplice e non vi si abbandoni. Proust è al corrente e per la prima volta sorride.

Amo/ non amo/ forse sì forse no/ non lo so dipende/ magari/ Francamente è seccante/ un amore esistante/Insomma/ non lo so dipende/forse sì forse no/ E tu che ne pensi?  Bernard Friot.

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Sconto di civiltà

 

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Francisco Goya – Modo de volar n°13 in Los disparates /Gli spropositi(1815-1824)

Ho l’impressione di anziano e di persona per natura portata a vederla lunga, cioè il peggio che si trasforma in pessimo, ho l’impressione dico che occorra cominciare ad avere paura. Siamo ad un passo dalle elezioni e, se siamo nelle condizioni anche climatiche in cui il paese si trova, mi pare che una parte di responsabilità sia da addebitare a molti di noi, un noi nebbioso di intellettuali senza palazzi, con un passato che ci onora e un pedigree che oggi è più sinistro che di sinistra; con un termine desueto ma efficace, di sfigati alieni al potere e per lo più con uno stipendio ridicolo, che oggi è  però il nostro lusso. Per anni, questi noi abbiamo pensato, con buone ragioni, non solo che occorresse votare ma, ogni volta, che occorresse far argine contro questo o quello, fermare Craxi, fermare la DC, il PCI, fermare il maniaco di Arcore quando non era ancora un morto vivente e infettivo. Ragioni ben ragionate ci spiegarono ogni volta che non c’erano  da rincorrere passioni e simpatie ma solo e soltanto voti politici da mettere in atto; sempre per salvare il salvabile o, con troppe pretese, per tenere a galla una nave senza nocchiero; ogni volta persino con un velo di assurda speranza in un cambiamento del paese che, dopo i consueti lunghi conteggi di voti che caratterizzano la nostra macchina paleoborbonica, si ritrovava di preciso nelle mani di chi temevamo; gli idem e di male in male, di peggio in peggio. Questo è un esame di realtà, una diagnosi e una prognosi. Oggi mi pare acclarato che ci troviamo in un’orribile contingenza, fronte a una peste nera, più fascista del fascismo di Rosalyn Trump, di Susan Putinpitù e delle Polocche di tutte le  Poltavie, perché endemico più che epidemico; se verrà lasciata dilagare, e così sarà, sarà così spaventosa, così grave che non pochi di noi saranno fisicamente spazzati via da uno stato etico amorale e guidato dal solo giudizio di portafoglio personale in ogni atto. Uno stato di SUV, Nutelle e capi-fabbricato. L’assenza di equilibratori democratici, di una convinta democrazia, come in altri, mondi verrebbe da dire, di previdenze costituzionali e soprattuto sociali, di previdenza in generale, segnerà la definitiva rovina di questo paese, tranne per i titolari di postriboli sardegnoli o alle Barbudas. Ma potremmo giovarci del sostegno della Chiesa così decisa a parole a individuare i mali del mondo e nei fatti a lasciare che tutto proceda com’essa ha sempre desiderato, pro domo sua. Inutile mi pare arrabbiarsi a dire che di questa rovina il principale artefice è stato il partito di logge e cupole, destro nel far brodo per conigli di qualsiasi istituto che non fosse bancario. I padri Arezzo, oggi sono solo la copia col pizzo alla Babbo Balbo, dell’aretino maggiore, il padre della Porco2. D’altro canto nulla ci porta a credere che i solecismi di questo e le scempiaggini di quello, di là dal folklore che pure è uno dei peggiori difetti di questa penisola di mandolieri, verranno, in caso di vittoria mitigate da un inaspettato saper governare la barca di cui sopra in modo inaspettatamente gagliardo e vigoroso. Le intenzioni si giudicano anche dalle divise e qui manca persino quel genio estetico pre-armaniano che, grazie ad Hugo Ferdinand Boss, decretò il successo del nazismo. Allo stato delle cose solo sentire parlare di risanamento del debito pubblico o di uscita dall’euro suona piuttostamente come la minaccia dei vandali alle porte. Chi infatti potrebbe essere costretto a mettere mano al portafoglio lascio immaginare. Non i miliardari De Baruchetti e Scalpàri. Non le benpensanti della buona borghesia lombarda che voterà al solito compatta secondo le indicazioni del giornale unico, il Corriere della sera-della repubblica-della stampa della bibbia. Non gli zompies dell’industria bellica.

In Ombre bianche, film di Nicolas Ray con Anthony Quinn, la vecchia esquimese, divenuta un peso intrasportabile e incurabile si siede a morire sul pack come natura comanda. Ecco mi pare che per noi che non siamo riusciti a far altro che arricchire, con il nostro lavoro avvilito e scempiato il patrimonio intellettuale di questo umile paese, leggendo, scrivendo, pensando al bene, ragionando sull’utile generale ma, votando però il meno peggio a naso turato e orecchie tappate, senza opporre forza a prepotenza, inseguendo il mito e il progetto di una civiltà invece che di nazioni e masse, mi pare dico che sia per noi il momento di sederci e scomparire. Non credo nei giovani  come categoria dello spirito, e spesso mi pare si tratti di folla senza spirito né tempo, ma ho il sospetto che occorra lasciare che al voto vada chi ha meno di 40 anni e che subisce batoste di ogni genere dagli opposti liberismi, che a trent’anni deve temere per la propria sopravvivenza se non ha almeno una casetta di famiglia o almeno i soldi del nonno da parte; voti come voti, sbagli o vinca senza che noi piccole volpi ci si impicci ancora a mettere in atto scelte politiche pondeose e scellerate.

Io non andrei a votare benché mi seduca l’inutilità degli illusi tra Potere al popolo e Sinistra rivoluzionaria e osservi la buona composizione dei candidìti di M5S, frazione di illusionisti guidati da un bell’Antonio da fotoromanzo. Preferisco che i miei figli sbaglino scientemente da soli. Alternative non ci sono (ovvìa una, la rivolta) salvo appunto considerare alternativa di salute pubblica, perchè se non altro rovini del tutto il paese, il movimento che da tutti con meno di 40 anni è considerato tale. Io non andrei a votare per non dovermi rammaricare prima del dopo. Oppure andrei per far argine, per evitare, turandomi il naso perché non c’è due senza tre e… Lo so già, sarà orribile.

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