La trahison des clercs

L’icona del prof. Recalcati [1] serio serio sotto la sua barbiccia dottorale da campus o da camporella, tra l’agitarsi di chiome boschive dell’Anonima Aretina e dell’Innominabile Rignanese, mi conduce analiticamente, ad associazioni plurime; all’immagine di Freud che discuta di scienza ebraica con Baldur von Schirach, Gauleiter di Vienna (cfr. in Treccani, Von Schirach, Baldur), di Einstein che chieda asilo  all’ambasciata giapponese dopo Pearl Harbour, di Turing che parli a un convegno di mamme contro l’omofilia. Benché negare, sempre analiticamente parlando, possa voler dire il contrario.

La trahison des clercs, il tradimento dei chierici, che i chierici agiscano, tradiscano da malfattori come gli altri,  è un fatto antico denunciato da Julien Benda, in un bel libro con questo titolo, nel 1927 figurarsi. Antico il libro quanto l’analogo e casereccio costumarsi dell’italico intellettuale al palazzo, alla corte cui si assoggetta, sempre per parlare psicoanalitico, con grande desiderio e godimento. Travestiti che ballano il tango dei potenti [2], anzi di prepotenti, forse sperando, nello specifico, che scendano al ruolo di impotenti secondari, date per scontate ab initio le isteriche, le algide, le cunnilugenti, e dunque di ricchi clienti per apposite, lunghe e costose terapie di parole. Su tutto domina la legge del mercato librario. Chi pubblica e pubblicherà per la Feltrini & Pennelli vendere e venderà in Ewigkeit. Anzi in Ewig-kit.[3]. Vendere e venderemo. L’etica indolenzita ma viva, presso altri s’intende, subisce l’omissione, per non dire, sempre analiticamente, la forclusione o Verwerfung [4]

Devo dirlo, fossi studento del profesur mi ritirerei dal suo corso, consapevole dei bastoni che potrebbe mettermi tra le ruote della mia tesi ma con un zinzinnin di voglia di bucargli le gomme alla Mercedes, nonché rigargli le portiere, nonché versargli zucchero nel serbatoio. Fossi suo paziente, ‘Scolti dutur, lei preferise Rensi alla sua scienza, si tenga Rensi, lü ch’el me faga el cónt, il conto e tanti saluti al sò Telemaco.

La domanda di cui appunto il Benda si fa portatore e risponditore è se all’uomo di cultura e di scienza, di lettere e pensiero, sia lecito farsi guardiano dei Proci, o dei porci, divo del proprio film o filosofo gondoliere, abile e pronto a traghettare quassicosa purché vincente, nazionale, razionalmente dimostrabile da una razionalità patologica, a passar ovunque ponti ove il pan non manchi pur di non sventolare mai la bandiera bianca [5] del proprio ego.

Chi scrive, l’ego di là dallo schermo Macintosh, pur apprezzando molto la prosa di Paul Claudel ha sempre pensato che del di lui appoggio feroce al franchismo avrebbe fatto argomento razionale per la lama della ghigliottina e che del pure savio e intelligente Gentile, i colpi di rivoltelle che misero fine al suo peana vivente alla repubblica di Salò furono  ben tirati. Fu un peccato, fosse stato più giovane, il filosofo avrebbe potuto essere conservato per scrivere elogi di qualsiasi governo, di qualsiasi giovanilismo, su su fino  al non meno repubblichino, di Renzo & Bugia. È tutto per oggi, domani o dopo e dopo ancora vivremo in una copia conforme della turchina Turchia. Ma è il popolo che lo vuole. Di esso meglio non fidarsi dunque. Amen e arrivederci.

Nous disions plus haut que l’humanité passée, plus exactement l’Europe du moyen âge, avec les valeurs que lui imposaient ses clercs, faisait le mal mais honorait le bien. On peut dire que l’Europe moderne, avec ses docteurs qui lui disent la beauté de ses instincts réalistes, fait le mal et honore le mal. Elle ressemble à ce brigand d’un conte de Tolstoï, dont l’ermite qui reçoit sa confession prononce avec stupeur – Les autres, du moins, avaient honte de leur brigandage; mais que faire avec celui-ci qui en est fier! – [6]

[1]cfr.http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/29/referendum-costituzionale-matteo-e-labbraccio-dello-psicanalista/3224194/#disqus_thread  &  https://www.youtube.com/watch?v=jAs5OYvNzTU
[2] Tra vestiti che ballano (1927)  è titolo di Rosso di San Secondo, commediografo.(1887-1956)
[3 ] per citare il prigioniero dell’Arno che parla di kit anti-bufale. Gioco di parole tra Ewigkeit, (e-wig-kait) tedesco per eternità, e Ewig-kit, astuccio per il sempre. Dove ci si burla anche della corrente strafalcioneria italica che legge tutto inglese, kit per kait, ciò che inglese non è.
[4] meccanismo che cancella definitivamente un avvenimento, che non rientra più nella memoria psichica; voce introdotta da J. Lacan (1901-1981) per tradurre il freudiano  Verwerfung ( fer-wér-fung), rigetto, annullamento
 [5] Arnaldo Fusinato (1817-1888) Patriota – L’ultima ora di Venezia (1849)-.. il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca.
[6] http://classiques.uqac.ca/classiques/benda_julien/trahison_des_clercs/benda_trahison_clercs.pdf
Con maggior forza diciamo che l’umanità del passato, più di preciso nell’Europa dell’Evo di mezzo, con i valori che le imponevano  i chierici, faceva il male ma onorava il bene. Possiamo invece dire che l’Europa moderna, i suoi dottori che cantano la bellezza dei suoi istinti di assoluto realismo, fa il male e onora il male. Simile, nel racconto di Tolstoij, a quel brigante cui l’eremita, ricevendone la confessione, proclama stupito – Gli altri malfattori almeno si vergognano del loro misfatto, ma che cosa si può fare di chi ne è fiero – 
Julien Benda – Il tradimento dei chierici – pag 257
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Poveri Rigoletti

Leggo con uno sconcerto magari degno di miglior causa che un gruppo nutrito tra saltinmanchi e italici dottor della lor sorte, si è fatto scrivere da qualche negro governativo un comunicato cui loro poi, essi stessi hanno dimenato in calce le loro scondinzolanti firme di approvazione. E giù sì sì a più non posso in vista della grande acquiescenza del 4 dicembre. I nomi sono preclari, alcuni di tale deludente vigliaccheria, altri di tanta sopravvaluta pochezza che non facciamo nomi per non sporcare la tastiera e i circuiti di questo povero Mac d’annata, e non di razza dannata. Chi vuole se li pappi al link in calce. Ora ci vuole poco ad essere in malafede, essere doppi e tripli è l’arte di Rigoletto che crede di sfottere ed è fottuto, indi chiagne, dunque che si fotta. Pietà per quel vinto non ne ho mai provata. In parole auliche Rigoletto è cortigiano non minore di uno stronzo di cortigiano e non minore vigliacco di Don Abbondio, epìtomi entrambi dell’itala santa, navigatrice e poetica temperie. Verdi e Manzoni, che la sapevano lunga, serve firme  non ne apposero mai, nemmeno una. Ricordiamo che solo quindici professori universitari nel 1931 rifiutarono di giurare fedeltà al Truce[1]. Chi firmò invece, per assentarsi dalla propria dignità ebbe allora la giustificazione di tenere famiglia, di vedere lontano le magnifiche sorti e progressive, bref di essergli richiesta apertis verbis la certificazione di servaggio al Truceluce dallo stesso partito comunista, sempre attento al bel sole che sorgi dell’avvenire.[2] Questi multipli sangennari no, sono servi volontari del rignanese. Avantardìti non richiesti. Scapigliati calvi.

Disons donc que, si toutes les choses auxquelles l’homme se fait et se façonne lui deviennent naturelles, cependant celui-là seul reste dans sa nature qui ne s’habitue qu’aux choses simples et non altérées: ainsi la première raison de la servitude volontaire, c’est l’habitude; comme il arrive aux plus braves courtauds qui d’abord mordent leur frein et puis après s’en jouent; qui, regimbent naguère sous la selle, se présentent maintenant d’eux-mêmes, sous le brillant harnais, et, tout fiers, se rengorgent et se pavanent sous l’armure qui les couvre. Ils disent qu’ils ont toujours été sujets, que leurs pères ont ainsi vécu. Ils pensent qu’ils sont tenus d’endurer le mors, se le persuadent par des exemples et consolident eux-mêmes, par la durée, la possession de ceux qui les tyrannisent. Mais les années donnent-elles le droit de mal faire? Et l’injure prolongée n’est-elle pas une plus grande injure? [3]

Poveri rigoletti, finiscano in etti, inetti bigotti e bigoletti [4]

[1] Dal regio decreto n. 1227 del 28 agosto 1931. Art. 18:
I professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi istituti d’istruzione superiore sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente: Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio.
[2]https://www.youtube.com/watch?v=z7_v_PXmyQI
[3] Étienne de La Boétie (1594), Discours de la servitude volontaire ou le contr’un (pag. 27) Version numérique par Claude Ovtcharenko http://bibliotheque.uqac.ca/. Diciamo dunque che, se tutte le cose cui l’uomo si costuma e adatta gli diventano naturali, tuttavia solo questo pare proprio alla sua natura, che non si abitua ad altro che a cose semplici e durature: sicché la prima ragione del servaggio volontario è l’abitudine; alla stregua di quanto capita ai più bravi cortaldi dalla coda e dalle orecchie mozze che dapprima mordano il freno e che poi ci giochino; che recalcitranti dapprima al giogo della sella, si presentino poi di buon grado in lor brillante arnese, e tutti fieri si inorgogliscano, pavoneggiandosi sotto l’armatura che li ricopre. Dicono che sempre sono stati assoggettati, che i loro antichi hanno così vissuto. Pensano di essere tenuti a subire il morso, se ne persuadono da sé medesimi, in virtù dell’esempio, e nella persuasione  si accomodano, per tutto il tempo che durano in possesso dei tiranni loro. Ma che gli anni diano il diritto di far male è norma? E l’ingiuria prolungata non è forse la più grande ingiuria?
[4]http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/20/referendum-da-accorsi-a-sorrentino-fino-a-ozpetek-e-salvatores-appello-degli-artisti-il-si-gesto-logico-e-naturale/3205607/
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Diversamente trump

Trump s. asso, briscola, tromba 
Trump to, trumped trumped v.trans e intrans. – vincerla su, sbancare
Trump, volg. ingl. scoreggia/are

Osservo che in Corea son confluiti da tutto il paese nella capitale, per gridare, Vattene, a un primo ministro ritenuto infame coram populo. Oltre un milione dicono. E non finirà a tarallucci e vino, ma credo a bastonate, strumento di consenso dominato che le democrazie hanno ereditato con gioia dalle tirannidi. Ma non mi accódo né m’accòro, si tranquilli il lettore, con il coro di commentatori dei commentari di fatti lontani. Osservo solo quel dato, uno; la deriva smemorata della questione grave e unica del moderno, la fine del mondo per autocombustione, due; e un altro qui appresso.

Che di qua s’agitano non poche candide e poco affidabili animelle che si stupiscono per distrarsi e si indignano per l’elezione, molto più simile all’erezione tardiva, ne sono al corrente alla mia età, di un vecchino peraltro accasato a una slavata virago dagli occhi a mènnula, che di sicuro lo fa sognare e poco concludere, tanto da non restargli altro godimento che mostrarle le meraviglie di una cappella bianca, marmorea ma funebre come il monumentale commendatore in Don Giovanni. Chi si indigna di quello, a mio avviso fa come dice il proverbiòlo che oppone il trave alla pagliuzza nell’occhio. Ed eccole qua las animulas vagulas a pensare che fine farà la democrazia là in America mentre la si smantella per benino nel suo LI (51°) staterello pulcinella o territorio d’oltremare ed asservito, l’Alitalìa. Qua, dove un omìfide uno e trìfide con adietro tutto il suo partìtulo dalla solida vocazione autoritaria, fascista per dirla, il vecchio pi.ki.i, rivestiti ma nemmeno tanto di nascosto i panni che gli sono propri, cioè di manganellatore, si appresta e lo è già, basta leggere i sintomi nei bollettini quotidiani, a sbancare, to trump, il banco alla briscola della democrazia. In sintesi a consolidare il progetto di Gelli e Berlusconi grazie al conSìenso stesso di un popolo imbelle, l’italicum, non meno e forse più camicianegra dei suoi capoccia.  Ma, benché in difesa di persone e di princìpi non altri da quelli del capitalismo finanziario, almeno in America il popolo è ribelle. Almeno. Ma è poco. A meno che, seguendo la loro esemplare vocazione, i Miricani non scatenino un’altra, e dovrà essere devastante per essere efficace, guerra civile.

Se deve essere catastrofe e non vedo come potrebbe essere altrimenti, lo sia in grande adesso, sicché com’ebbe a dire Gengis Khan, Lasciate che a me vengano i deserti e si struggano i ghiacci, pur qualcosa mi resta. Habemus papam. Pace, amen, gloria.

Animula vagula blandula
hospes comesque corporis
quae nunc abibis in loca
pallidula rigida nudula
nec ut soles dabis iocos . Publio Elio Traiano Adriano

 

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Café Society

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Nel bel mezzo della notte nera mi sono svegliato e piangevo. Allen vede i dettagli che non ci sono nell’insieme che non è quello che si vede, ma l’assenza; ogni film che sia tale, ogni opera compiuta di senso rappresenta un’assenza. Un sipario di persone sfuma alle spalle dei due principali personaggi, ritagliati e tagliati fuori dai loro due ultimi piani americani; guardano oltre lo schermo nel buio, come in Las Meninas di Velasquez, complessi e perplessi, dolenti. È il finale, e questo è Café Society nel mio modo di vedere, un’opera sul Tempo, che siamo tutti, tutti perduti e sperduti in ciò che resta, un film appunto, talvolta in technicolor, e su Necessità, ipotenusa tra il cateto base del vecchissimo e bellissimo Interiors, e il punto vertice di un a venire che con Café Society si annuncia, e che si presenterà in grazia del tempo e dell’arte che, quasi tutta, con l’esclusione dell’ouverture 1812 di Čiajkovskij e altre ben premiate moltitudini di pettorute sciocchezze, dovrebbe essere indicata ai minori di quarant’anni solo se accompagnati da un fortissimo senso della miseria; poi dopo i sessanta liberi finalmente di fare ciò che sappiamo si deve, dissiparci. Nel frattempo il tempo è anche l’istante della risata, che non è liberazione ma rivelazione, svelamento. Café Society sarebbe piaciuto a Shakespeare, La vita è una commedia scritta da un commediografo sadico*.

 

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p.s. Mastro Allen non vivrà abbastanza o non sarà lucido ancora tanto da vedersi assegnare il Nobel.

*in Cafè Society.
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Poeta e contadino[i]

Introduco un tema che interesserà pochi con limite tendente a nessuno. Essere inutile è un privilegio della letteratura, dell’arte in genere, di cui non molti, p.D.n., post Dylan datum, possono giovarsi. Ma non si creda, del Nobel mi occuperei solo il giorno in cui mi venisse assegnato, per la categoria resistenti e reazionari, che reagiscono all’ovvio cioè, al politicamente corretto in nome del dissenso, ossia del trovare il senso distorto delle cose e dei fatti la differenza o l’inganno. Filosofia. Ogni scrittura autentica lo è. Nessuno mi può contraddire che abbia letto Manzoni, Proust e Céline. Più il mio maestro Saramago. Ma la categoria cui mi ascrivo da me con pochi amici di penna, va in direzione esatta e contraria alla politica ricorrente, specie del premiare che, come in politica, premia il già premiato, stabilisce il discrimine tra chi dice sì e chi dice sì. Presume, assume e omologa chi si presume, si assume e si omologa o è lì per farlo. Dunque vengo al dunque. Giorni fa mi imbatto nel manifesto propagandistico di una scuola o corso o seminario o quel che par loro, di scrittura creativa. In tempi di catastrofe, sull’orlo o addirittura dentro la quale molti stanno come bambini stitici incollati al loro vasino, si veda quanti più sono coloro che aprono e chiudono corsi per diventare ciò che non si è, di quanti lavorano esercitando con onore e fatica un mestiere, questo o quello. Per tanto, e per quel che pertiene i mestieri d’arte ci sono più scuole di recitazione che attori in carriere diverse dalla mendicità; più istituti di belle arti che arte, almeno carina, più conservatori di musica che musicisti  fuori dalle gallerie metropolitane. Più scuole di scrittura creativa che lettori. Scrittori, quelli non ci sono proprio. Tabucchi è morto e Busi non avrà mai il Nobel, benché lo abbia a mio avviso ampiamente meritato. Nessuno però a Stoccolma se n’è accorto. D’altro il silenzio gentile è cortesia non sempre dovuta. Poi ci sono gli editori che editano di tutto arrogandosi anzi il diritto di determinare cosa sì e cosa no sia da pubblicare e vendere, tra la storia di una mamma in frégola e quella di un ragazzaccio  tracotanto tra tanti. I dispensari celtici, le carceri, le sale d’attesa sono pieni di storie, disse Céline dove  ora non saprei rintracciare, mi pare in Rigodon. Divagandin don s’impara. Ebbene non sono qui a dire di essere indignato per il pullulare di codeste sesquipedìscuole, non mi permetto di stigmatizzare chi, non avendo trovato lavoro altrove, ma basterebbe guardare all’onesto contadino, al giudizioso fabbro ferraio, tutti mestieri per cui nessuna scuola si apre, di biasimare chi si paga il lesso, ma anche la media chiara con la pizza, insegnando il volo agli asini. Il giro della morte della letteratura non s’è mai fondato su altra scuola che sulla lettura. Lettura dei grandi o meno grandi ma, se uno poco poco avesse letto tutto Dumas, perché la lettura è lavoro su uno o più autori e in questo l’ottocento è, a tuttoggi, il calderone dove ribolle qualsiasi coscienza letteraria; se uno avesse letto, Verne e Simenon, Guerra e pace e Frankenstein, potrebbe con pazienza mettere a frutto quel lavoro con qualche timido tentativo di scrittura. A esser capaci di tramutare il letto in scritto, o di riassettare le lenzuola al pensato con il detto. Bisognerebbe essere passati e ripassati per I promessi sposi, per rendersi in grado di scrivere con un certo gusto una lettera di polemica, ma creativa, al proprio capoccione in ufficio. E senza ricorrere a wow e ;-( e …!!!, o paura di xcorrere i corridoi aziendali, ogni studentista di creatività è animale aziendale, senza paura di essere assalito o perseguitato fino al licenziamento ossia, traduco per gli Itagliesi, mobbizzato o stalkerato prima d’essere fired; senza dubbio il capoccia, ancorché laureato in discipline inesistenti non capirebbe oltre le prime otto parole e cestinerebbe il foglio, ignaro e non grato per essere stato sottoposto a un tentativo di educazione. Lui legge solo i bollettini finanziari e le note informative sulle bottiglie di vino pregiato. E tanto gli basta per arrivare al santo coito di fine settimana. Ebbene, scuole di lettura, quali le scuole elementari e medie e superiori non sono mai riuscite a trasformarsi, farebbero ma la fortuna degli editori dato che se non si formano spettatori non ci saranno teatri, se non ci si educa ad ascoltare è inutile scrivere musica, intendo vera non il frin fren dei menestrelli; se prima, per anni non si è letto, non si scriverà mai. Se prima non c’è ascolto non c’è parola che dici umana [ii]. Ed essere creativi è una virtù senza merito, direbbe il Buddha Sakyanumi; o la possiedi o nessuno te la può regalare che già non te l’abbia regalata. Il resto is nothing but a lot of talk and a badge.[iii] Amen e arrivederci.

[i] https://www.youtube.com/watch?v=Kye7LF5UB08&list=PLwIO-GOUBAi2iozNQ9GcivADRKN7VqY7l
[ii] Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta… Gabriele D’Annunzio – La pioggia nel pineto – 1902.
[iii]  https://www.youtube.com/watch?v=1JXJispv9cg
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Nefasti benigni

Molti e molti anni fa il signor T., gran lavoratore e onesta persona di indefettibile fede PiCcina, stretta addosso come per lo più le fedi, il cui scopo bensì è restringere non l’ego, ché anzi a quello viene garantita libera circolazione di qua e di là da ogni limitante frontiera, ma di condannare ieri come deridere o compatire oggi chi, in assenza di una patologia specifica che ne prescriva l’uso, senza le stampelle del potere cammina, il signor T, uomo che chiamava Enrico il proprio nume tutelare M. de Berlinguer come fosse un personaggio sfuggito alla trama dell’Andrea Chénier  per modellarsi una neo-aristocrazia tutta sua basata sulle masnade tra le più versate nell’uso di martello e ghigliottina, il signor T dunque, mi obbiettò, riferendosi a un attore e di gran vaglia al centro di una ben vexata quaestio tra lui e me, M. Carmelo Bene, mi obbiettò che a tale attore un intellettuale organico – quale io ai suoi occhi risultavo per un mal corretto difetto non solo visivo ma anche prospettico – non poteva concedere credito alcuno, né come attore né tantomeno come bipede, nemmeno perdere tempo a far di sue vanità falò. L’estro del momento mi suggerì di rispondere che intellettuale non avrei saputo dire se lo fossi o no, e quanto all’organico beh, ciò era un lampante fatto biologico dovuto a un’imposizione della natura che, donandomi una doppia elica di DNA con cui volare, mi aveva negato alla duratura cristallina semplicità dell’inorganico, fosse esso quarzo, feldspato od ortoclasio. Altri tempi, tempi orfani di un nome del padre, direbbe M. Lacan (1), severo ma giusto nel concedere asilo ed esistenza a non poche intelligenze private, proibite alla pubblica manifestazione di se medesime dai numerosi e indefettibili fascismi, di allora come d’ora, in cambio di un piccolo concordato tra quelle intelligenze stesse e il babbino caro (2), acciò che esse intelligenti fossero, ma non troppo, né tanto da contraddire il babbo e tutta la famigliola. Dopo il complesso di Edipo, il complesso di Lunačarskij, chi era costui. Diverte e spaura dunque, in merito all’altra super vexata quaestio costituzionale, quel farsi carico dei pensieri altrui di personaggi non riusciti nello sforzo d’essere persone, come M. Benigni che la Costituzione è bella ciao ma Sì, un corno le si può fare o non saremmo uomini e l’uomo si sa è cacciatore, di balle per lo più, o amenità pallide come ministre. Diverte e spaura sentire gli accorati appelli contro banche e baratri, del nuovo Idomeneo di creta, nel senso di sedimento non litificato costituito da alluminosilicati idrati appartenenti alla classe dei fillosilicati ovvero argilla, M. Cacciari (3), che si caccia in grovigli di sì al no, no al sì, ma dal sì al sì, in laguna la filosofia facciam così, che vengan denari al resto son qua io, ïa ïa oh. Ora, non stupisce ma desertifica la volontà di commento l’assenza nell’uno di umorismo; male non raro nei comici, grandi e piccini, più attenti a conservare un regime che a beffarsene, visto che è grazie allo stesso che campano e nel piatto villan mangia e non sputa. Il sarcasmo genera mostri di segno contrario. Né stupisce la disattenzione alla propria comicità dell’altro, dell’involontario veneziano, così misurato nel farsi maschera di una nuova commedia dell’arte, tanto che ascoltarlo suggerisce il piacere del ron ron che diffondono i vari corrieri. Per ogni sera che le stagioni non mutano. Su tutto aleggia l’odore non della benigna merda ma del sospettabile soldo.(4)Uffa.

(1)cfr. http://www.psychiatryonline.it/node/3413
(2)cfr.https://www.youtube.com/watch?v=rnkhtjpZAqQ
(3)cfr.http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/10/06/referendum-massimo-cacciari-mi-impressiona-tremendamente-il-modo-in-cui-sento-pubblicizzare-il-si/564708/
(4) per tutte le altre citazioni veda chi vuole in Enciclopedia Treccani.
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Di tempo in tempo-Aión

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Αιών, Χρόνος, Καιρός, Aiòn, Chrònos, Kairòs sono i tre termini che designano nel greco degli antichi le tre modalità del tempo, ossia l’infinito, il cronologico, il momento – la pienezza del tempo ( in Aiòn, Alberto Giovanni Biuso – Villaggio Maori  2016 – pg. 30)

Sempre a proposito di tempi, perduti e non, Aiòn è il titolo ovvero il tema che il filosofo ha assegnato al suo ultimo libro e che,  a mio modo di vedere, dovrebbe essere il libro del cuore di tutti gli uomini di buona volontà; la stessa buona volontà di Nietzsche nell’andare contro il proprio tempo, come scrisse Rudolf Steiner *, nel ribaltare le carte in tavola ai Kulturphilister, ai filistei della cultura**. Bari, nel senso di cheaters. Aiòn è un libretto tanto breve quanto concentrato, quanto complesso; scandito temporalmente da una partizione in tanti capitoli – sei, Teoresi, Filosofia, Fisica, Antropologia, Estetica, Metafisica – quanti sono dunque i legami di Tempo con i fatti, con la materia, con il pensiero, con i sotterranei della vita quotidiana che, peraltro, dai tempi più lontani è il campo di esplorazione del filosofo; e con una struttura compositiva che rimanda al rigore e a certe ricorsività della composizione musicale – ogni capitolo finisce con sei differenti variate cadenze intorno alla stessa parola, Αιών: il tempo è quest’identità differente. (…) L’essere è evento. Ogni immagine-mondo stabile e perenne va sostituita con un’immagine-tempo che è la verità del mondo. Un tempo che non consiste soltanto nell’ordinata geometria del χρόνος ma anche nel frattale sempre nuovo dell’Αιών (ivi Metafisica – pg. 117).

Chi conosce Alberto Biuso sa come, ascoltandone il discorso, all’interlocutore sia dato di vedere il suo pensare costruirsi, prendere forma fisica nell’aria, di parole màndala***, che pronte disappaiono là dove non si copino nel pensare altrui, e dunque come architetture in movimento continuo la cui traccia permane e non si sa bene, dopo – dopo, hmm – che forma abbiano acquisito****. Forse quella di sentimento. Il pensiero di Biuso prende tempo, cioè si prende una parte di chi lo deve riformulare in sé, per adattarlo, per cumprehĕndĕre, scilicet, farlo proprio a dispetto, non di rado, da quella intelligenza che di ogni dire altrui si pretende automatica e vertice del sapere, cioè del aver sapore. Ma domandarsi se intellĭgĕre è comprendere sarebbe opportuno. Nel tempo, mi sembra di non avere strumenti ragionevoli per capirmi  ma di comprendere, ovvero, dopo un po’ di tempo, di avere in me sotto qualche altra forma i detti e i fatti. Di averne acquisito la materia senza che io abbia fatto nulla per conquistarla. Ma questi sono fatti miei. Non saprei fare una lezione su questo libro importante, così tanto sottolineato e notato e dunque amato da rendersi necessaria non una ma diverse riletture, l’assimilazione, la mutevole comprensione. Posso dire che mi pare ribalti le carte in tavola ai bari, appunto. Che instilla una profonda, folgorante intuizione del limite, in spregio del quale ecco ὕβϱις, la dismisura che tutto devasta, mandando fuori tempo l’atto, l’umano per lo più. Non mi pare infatti che esista questo luminoso concetto greco nella cosmogonia dei gatti. Aiòn.

Il tempo è la realtà stessa che rende l’universo da noi conosciuto un’indissolubile unità dentro la quale tutto è legato a tutto (…) L’unità metafisica ed estetica del tempo (…) che Heidegger chiama Zeitlichkeit (temporalità ndr.) Tale unità primordiale rappresenta uno dei nuclei dell’ontologia fondamentale, che in Heidegger è costitutivamente linguistica  poiché si danno mondo e comprensione del mondo soltanto nel e attraverso il linguaggio che è linguaggio del tempo nel duplice senso del genitivo: linguaggio che nel tempo accade, linguaggio nel quale il tempo parla. (Aiòn pg. 30)

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* Rudolf Steiner Friedrich Nietzsche, ein Kämpfer gegen seine Zeit (1895) – Rudolf Steiner Verlag – Dornach 2000. Se non avessero incontrato Nietzsche sarebbero rimasti dei perfetti filistei, ed ora – cosí Steiner a proposito di molti sedicenti discepoli del filosofo si atteggiano a nietzscheani. in F.N. un lottatore contro il suo tempo prefazione di Piero Cammerinesi. Tilopa 1985
** in Friedrich Nietzsche Considerazioni inattuali
***sanscrito मण्डल trasl. maṇḍala letteralmente cerchio. ( in dizionario Italiano – Sanscrito on line) Nel buddhismo, rappresentazione simbolica della reintegrazione dell’esperienza individuale nell’unità primordiale del cosmo: raffigura l’universo intero nel suo schema iniziale e nel suo processo di emanazione e di riassorbimento. Si presenta come un complesso diagramma concentrico e può essere espresso anche mediante l’architettura. Può essere eseguito con le tecniche più diverse: un intreccio di fili distesi su un telaio di bastoni in croce; tracciato sul suolo mediante polveri di vario colore; disegnato su carta, dipinto su stoffa o affrescato sulle pareti dei templi. (in Treccani) – The Swiss psychologist Carl Jung published studies of mandala-like drawings executed by his patients. In his view, the spontaneous production of a mandala is a step in the individuation process—a central concept in Jung’s psychological theory—and represents an attempt by the conscious self to integrate hitherto unconscious material (in Britannica)
**** Le particelle sono così poco elementari da non sembrare particelle (ndr).
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Tempi perduti

samead A.G.B.

Non pochi o forse solo alcuni tra quanti chi più chi meno hanno la mia età e dunque un breve e più che mai incerto tempo residuo da consumare, abbiamo vissuto in una sorta di infanzia della ragione inconsapevoli o tardivi  testimoni della leucemia che il mondo, inteso da noi per errore come il guscio protettivo che genitori e adulti lottatori per il bel sol dell’avvenir ci avevano lasciato, stava invece subendo fino a manifestarsi nei modi che oggi ci sono noti. Creduli abbiamo creduto, e per un certo tempo così ci è sembrato di poter credere che la nostra vita, il nostro esserci, si sarebbe svolto lungo un asse verticale di modesto magari ma confortante progresso, di rinvenimento del nostro piccolo locus, prima del loculo. Che sarebbe arrivato di sicuro per noi il momento in cui avremmo potuto vivere della nostra intelligenza una vita da Proust non afflitta da contingenze, liberi di fare del nostro pensare per parole la propria elettiva ed eletta attività. A contemplare il nostro giardinetto svizzero. È evidente per chiunque non sia arrivato al così detto successo, ovvvero a qualcosa di più della mera sopravvivenza e a qualcosa di meno della crocifissione, che così non è stato e che il successo in sé si riassume nella ovvietà di quel che è successo; che chi lo ha raggiunto è in virtù di un opportunismo immorale o amorale, secondo le inclinazioni di ciascuno, secondo le famiglie, il clan, la ‘ndrina o semplicemente secondo l’occasione colta senza remore e in cui si era ritrovato senza talento altro che quello di sgomitare e correre in un campo coatto di calcio in costume, alla fiorentina; o di essere tanto furbo da uscire dalla trincea per ultimo quando il grosso dei morti fosse già così ben fatto da lasciare le mitragliatrici aliene e stanche a raffreddarsi. Sicché il mondo pare più che mai uno Stalag, la grande fuga dal quale, se praticabile, risulterebbe un grande suicidarsi. Una volontaria operazione malthusiana. Nel tentativo di lasciare un po’ di tempo ai figli e ai figli dei figli. La sterilità non si addice all’umano. Se è il peggiore.

Nella piccola loggia fiorita dalla quale contemplo per mia fortuna le montagne e il lago ogni mattina, osservo il lavoro delle api che si dedicano a quei fiori che ieri erano in boccia e che oggi hanno la forma di angeli maturi. Sembra che abbiano memoria o che addirittura tengano il conto di quelli che hanno già visitato le api, e si dedicano solo ai nuovi con metodo. Poi vanno via. Non saprei dire se mi sono spiegato.

Certes il est légitime que l’homme qui rédige des rapports, aligne des chiffres, répond à des lettres d’affaires, suit les cours de la Bourse, éprouve, quand il vous dit en ricanant:” C’est bon pour vous qui n’avez rien à faire”, un agréable sentiment de sa supériorité. Mais celle-ci se affirmerait tout aussi dédaigneuse, davantage même (car dîner en ville, l’homme occupé le fait aussi) se votre divertissement était d’écrire Hamlet, ou seulement de le lire.*

Marcel Proust –Sodome et Gomorrhe – Gallimard pg. 1036.

*È per certo legittimo che l’uomo che redige rapporti, allinea cifre, risponde a lettere d’affari, segue il corso della Borsa, provi, quando ghignando vi dice, Buon per voi che non avete nulla da fare, un piacevole sentimento di superiorità. Ma quest’ultima si manifesterebbe del pari sprezzante, persino di più ( ché cenare in città è affare anche dell’uomo occupato) se il vostro divertimento stesse nello scrivere, o soltanto nel leggere, Amleto.
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Die tausendjährige Reiche*

Non ho mai avuto simpatia per gli egiziani. Intendo quelli vecchi, là, fuori di mano**, ad aspettare il limo del Nilo e a tirar su megaliti grazie a una moltitudine asservita al ghiribizzo di geometri con l’istinto e il potere di Speer***. Non dissimili, coloro, da quei geometri cui fu dato il potere, per esempio in Italia, di tirare su casette in stile distributore di benzina e fino al primo piano, con tapparelle crick crock, cemento a vista e alluminii anodizzati là dove per secoli si era costruito con il legno e il granito e a misura di Pitz. Non ho mai avuto simpatia per gli egiziani e, fin dalla più tenera età, a sentirne cantare le lodi di gran civiltà mi sono sempre stizzito e volontariamente zittito; non sta bene incrinare  il coperchio al vaso di Pandora del turismo. Civiltà di morti in vita, sì certo, civiltà fondata con grande anticipo sul cristianesimo, su un mitologèma cadaverico. Civiltà dunque plasmata dai fondatori e dai propagandisti del mito stesso. Una casta di preti possenti come stivali delle sette leghe. No, mi dispiace per gli egittologhi e per l’ufficio del pittoresco egiziaco, ma quei loro dèi d’Egitto di basalto mi fan paura quanto una vecchia strega in burqa, anche e soprattutto se non posso vedere che cosa c’è sotto. In generale non apprezzo la morte, tranne in casi rari, quella di persone pericolose e odiose per esempio e mi dispiace per Gesù, unico fra gli dèi ad essere raffigurato sempre morto -dunque Nietzsche aveva ragione- almeno da dopo il medioevo che lo mostrava invece impassibile e iconico anche lassù attaccato alla sua croce. Sono andato con grande curiosità dunque a visitare il sito archeologico delle incisioni rupestri di Grosio in Valtellina. Sono recenti, in termini cosmici. Tra i 6.000 e i 4.000 anni fa i più antichi, i più moderni risalenti all’età del ferro che, nel Nord d’Europa, si situa intorno all’VIII secolo antechristo. Cioè coevi primitivi, poco più poco meno, dei nostri egiziani piramidòfori. Ma al contrario di costoro, lassù in Valtellina niente piramidi. E per un bel po’ niente preti, i quali si rivalsero più tardi, installandosi a dominar le valli dall’alto di chiese fastose quanto incombenti e disseminate come se da esse o per esse venissero su il grano e le patate. E la gente giù in ginocchio. Su un pietrone simile al dorso di una balena enorme, centinaia di semplici incisioni fatte a bulino o scalpello non da schiavi ma da uomini liberi di fare i loro disegnini nella roccia, di farsi testimoni e attori della loro umanità bambina. Le incisioni sono identiche a quanto ricordo dei disegni infantili: uno stecchino per in su, due stecchini per in giù con altri due ancora congiunti a squadra, e due stecchini aperti per aria. Al centro un buco per simulare una testa e il tutto simboleggia, e che sia simbolo è evidente dalla mancanza che definisce il simbolo, mancano muscoli, torniture, e lo stecchino non può rivaleggiare con uno scheletro in buona forma; si capisce insomma che gli otto tratti scolpiti significano un bipede umano, mentre altri messi di profilo indicano esseri umani forse in ginocchio. Guerrieri e fedeli dicono le guide che si attengono con buona probabilità alla divisione fondamentale dell’umanità in servi e padroni. Chi lo sa. Non so perché il tratto infantile dei segni mi ha risvegliato il paragone con i signori potenti del Nilo, tutti finiti a far sabbia del loro fiume dopo avere signoreggiato per millenni sui loro profili occhiuti e tettuti. E mi ha ispirato un’istintiva simpatia per quei piccoli montanari adattati all’impero delle Alpi, vere dominatrici esse, con i loro ghiacciai, le foreste, i ricchi torrenti e i campi dove era facile coltivare qualcosa senza disturbare nessuno con conquiste, dove vivere in armonia con esse non fu mai facile ma possibile. L’evoluzione ha tempi differenti per luoghi e modi differenti, lo si sa. Anzi fa il suo tempo dove le pare. Vivano i graffitari, abbasso die Tausendjährigen Reiche*** images

*i Reich millenari
**come in Giuseppe Giusti (1809-1850) Sant’Ambrogio.
*** Albert ∽ (1905-1981) l’architetto del diavolo  ovvero di Hitler.
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Noli negligere

In questo scorcio di tempo di èdita violenza, assistiamo a tutto un tracimar d’orde non accostumate al più piccolo dei compromessi con il buon senso in nome della patria e della fede, cioè di ciò che li riconduce alla cultura ma del duce e delle ciocie. Si osserva in da per tütt un bel minuto d’odio quotidiano e non ce ne accorgiamo. Non c’è da temere il 1984, siamo già oltre. Gli Stati Uniti sembrano non essere mai stati così uniti nel titubare tra un parrucchiere, senza la virtù di essere bensì rosso e molto malpelo, iperbolico con gli aggettivi per compiacere una clientela poco affezionata alla sintassi; e una sciura Narcisa naturalmente americana, un po’ la Anna di De Sica in Ieri oggi domani ma deprivata del bello abbacinante di Sophia Loren, che tutti i giorni però va dalla nipote di Wanda Osiris a farsi pettinare i sogni rifatti. A che pro si sa, si tratta di istigare all’urlo, mica altro. Lo so, le immagini sono rivisitate e risapute, y es que en el mundo traidor/nada hay verdad ni mentira:/todo es según el color/del cristal con que se mira*; ma par proprio che non mutino che di poco le cose, stante che le persone negano la propria entropia riempiendosi ogni globulo di botulino. Dunque è la specie bipede, con l’esclusione di quelle volanti, galleggianti e becchettanti, che va alla rovescia rispetto a una natura così meticolosa nel mutare. E in questo paese per vocazione Furbo e Scapìno che, al pari di Freccia**, mostra sempre le altre mani al padrone e quelle posticce a chi si beve le notizie tra una spumador al bar e un immojito a Calafuria, in questo paese che ripudia la guerra ma non chi la fa e non aspetta a farla, anzi a farla sicci spinge, in questo paese così accostumato a sparare all’urbigna ai dejà morts, non si neglìgono accenti bellicisti da ora che siamo in guerra tanto vale starci, volenti al paperènzolo volante con tutte le sue annidiate. Di questo paese, una delle unzeitgemäße Betrachtungen***da rendere contrarie, atto non tanto di intelletto ma di buon senso appunto, più che di pacifismo retorico, sarebbe dichiararsi unilateralmente neutrale, chiamarsi fuori da qualsiasi ombrello protettivo nato e malnato, restituire il paperènzolo alla fabbrica della Chicco che l’ha ce l’ha gettato nella vasca mediterranea, assicurare compiti di difesa passiva ai soldatini, così che se ne stésseno tranquilli a puliziar le armi, e poi godersi in pace lo spettacolo dei bombardamenti tutt’intorno, meglio che per televisione. Prospettare sempre il vantaggio della vista mare ai turisti in cerca di forte pittoresco e compassionevole, inaugurando così una felice stagione di sfruttamento dell’attualità per le regioni meridionali. Con apposti amplificatori, dalla punta al tacco fino  da laggiù dalle tonnare trapanesi, si potrebbero ascoltare in diretta i groum groum dei carri, gli swish swosh dei bombardieri con la scia dolorosa dei loro broum broum, là dove depongono l’oro del loro tritolo. Amen.

*Ed è che in questo mondo traditore/verità e menzogna/si adeguano al colore/della lente di chi le sogna, in Las dos Linternas I, 9 di Ramón de Campoamor y Campoosorio (1817-1901) poeta del Realismo spagnolo.
** in L’Avaro di Molière (1668) Freccia è un servo di Arpagone, il protagonista. Da qui la citazione in aI/sIII
…FRECCIA
Va bene, esco.
ARPAGONE
Aspetta. Porti via qualcosa?
FRECCIA
Che cosa potrei mai portare via?
ARPAGONE
Vieni qua. Fammi vedere le mani.
FRECCIA
Eccole.
ARPAGONE
Le altre.
FRECCIA
Le altre?
ARPAGONE
Sì.
FRECCIA
Eccole.
ARPAGONE
E lì dentro, che cosa ci hai messo?
FRECCIA
Guardate voi stesso.
ARPAGONE (tastandogli la parte inferiore dei pantaloni)
Pantaloni così ampi sono il ricettacolo adatto per ogni refurtiva; vorrei tanto che avesse- ro fatto impiccare qualcuno.
FRECCIA
Ah! un uomo come questo meriterebbe che gli capitasse proprio la cosa che teme! e quanto mi piacerebbe derubarlo…
***Considerazioni inattuali – Friedrich Nietzsche-1876
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