Istàmbul

Questo non è luogo di rimpianti. Non ne ho nelle stessa misura delle speranze cui preferisco il capire, là dove possibile, il domandarmi sempre. Ora e molto a proposito suggerisco la lettura preventiva di Iliade

http://www.biuso.eu/2016/07/23/iliade/#comments.

Ho di Istàmbul un ricordo beato, prepotente, esagerato. Ci andai due volte per un breve periodo; del secondo, a distanza di dieci anni dal primo e non per diletto ma per lavoro, ho in mente solo che le strade giù da Taksim al mare si erano popolate di certi negoziacci brutti e antipatici, di jeans turchi e telefonini. Del primo viaggio rammento invece le notti di animazione febbrile, le camminate estatiche di giorno per carpire l’oro, l’incenso e la mirra di una Bisanzio nata non proprio vergine dalle acque del greco mar, ché greco suonava alle mie orecchie il turco di quei miei giorni felici. Rammento una coppia di professori tedeschi, Filemone e Bauci traghettati a Heidelberg ed ora in traghetto per la città orientale, Üsküdar. Cercarono di chiedermi, in turco, non so che cosa di piuttosto complicato ma tale da mettere in difficoltà anche il loro incerto inglese. Avevo imparato invece abbastanza turco da confondere i bigliettai ed ero abbastanza mimetico da spaesare dei vecchini ingenui che, per turco mi avevano confuso.

Di Istàmbul ho memoria di certe strade nere di polvere d’alluminio per via delle officine di lattonieri e calderai che le popolavano; di un pomeriggio trascorso a seggiola con un magnifico esemplare di mercante sefardìta dall’incantevole francese, cui solo verso la fine di una breve trattativa per un piccolo kilim dal prezzo modestissimo, sostituì la favella toscana che egli parlava con tutte le giuste aspirate e blese cui il vernacolo obbliga; del corno d’oro negro di liquami, gora più che cornucopia; di un ambulante decrepito e miserabile ma dignitoso, delle sue benedizioni per avergli comprato tutti i bicchieri del suo carrettino; degli occhi glauchi di un capitano giovane che, interrogato su un indirizzo, alla voce dava un indirizzo formale e agli occhi l’ispirazione di poco formali ma ben formati desideri, allora ero molto carino, mi dicono; di donne che, fuori da una vecchia casa di legno, brusca di saggina, sapone e sistola, lavavano, stesi sull’acciottolato, tappeti di stupefacente estensione; della collina con il caffè Pierre Loti, un silenzio così denso da sembrare dipinto da un miniaturista ma con una coppia di studentesse americane interessate al loro bedecker più che a quello che stava loro intorno. Su per la salita un cimitero a vista dei tavolini,  ai suoi piedi, del cimitero non dei tavolini, la  impressionante moschea  di Eyüp (1458). Ah, delle moschee era notevole a volte il sentore dei piedi intonato sia con le decine di scarpe del di fuori sia con la magnificenza dei di dentro. Dopo tutto i fedeli non sempre sono fedeli alla pulizia, nonostante i lavacri per solito disposti nei giardini o nei chiostri esterni, con festoso e igienico ordine. Città di acque. O forse di puzza erano portatori infedeli i turisti gravidi di teleobbiettivi sulle pancione me-magno-tutto-io. Mia moglie si era dotata di un scialle colorato, piuttosto bello, così che i molli ragazzi gentili che li custodivano non le dovevano spiegare gli obblighi di chi visita i templi. Esattamente come si doveva fare a Venezia nei pochi anni sessanta rimasti prima del ’68 per adire le duecentocinquanta, chissà di più, chiese della città. Là, fuori da San Marco, c’era un uomo in nero e in polpe, mazza col pomo d’argento e tricorno che sbarrava il passo a chi non comprendesse che per passare dalla città anacquata e imbrogliona all’anticamera del paradiso, l’abito composto e componibile era di rigore; giù il cappello i maschi, su il velo le femmine. Le americane i cui mariti governavano l’Italia tramite la Cia, protestavano il loro non appartenersi cattoliche. Niente da fare. Il tricorno era ecumenico. Le religioni rivelate, per loro natura, la rivelazione, ovvero l’arrivo nel quotidiano dei fantasmi della ragione che genera mostri anche senza essere assente, vengono dall’oriente dove il confine tra dentro e fuori, tra mio corpo e tuo, tra voci di dentro e voci di fuori è tanto incerto quanto di preciso nelle psicosi. Il cristianesimo non avrebbe avuto un cammino dissimile da quello che agita il folle dichiarato sulla sua strada, si badi che egli  non è meno responsabile del supposto sano nel momento in cui decide di farsi saltare in aria, se non fosse stata contaminata la follia trinitaria con tutto quel che si agita in essa, dal razionale romano e dal ripulisti rivoluzionario, e per nostra fortuna. Di tempo ce n’è voluto si intende ma dai e dai il cattolicesimo ha razionalizzato il delirio di Paolo di Tarso, uno che vide di tutto per mare per cielo e per terra e che indusse alla strage non meno di un ayatollah e avrebbe continuato fosse rimasto là dove i deliri hanno la meglio sul loro confinamento. Quando lo citano ancora, citano un indemoniato non minore di altri, ma ormai preso per uno zio bizzarro alle cui nefandezze eretistiche la famiglia non acconsente più, ma tace e via con il Valium. I negozini di bricabraglie e souvenirs a Venezia mettevano intanto a reddito numerose, le vendite di pezze da testa. Allora non si usava peraltro girare in mutande travestite da regginatiche, pinocchietti e reggipetto low cost e infra-il-dito il sudicio. Chi avesse avuto le ulcere da diabete le teneva coperte o addirittura medicate. Pudiche calze contenitive occultavano le varici. Oggi la strada è l’ostensorio delle patologie, il teatro anatomico. Massimo del dedécoro per una donna peraltro era un abito sbracciato, per il resto non erano ancora in voga le minigonne e gli spacchi e gli abiti sbilenchi, un ischio scoperto di qua un malleolo occulto di là; non erano nati né dolci né gabbanti e nessuno ne sentiva davantage la mancanza. Del resto erano tempi in cui si tentava di insegnare ai bambini quella che era ritenuta la buona educazione. E che consisteva in una sintesi di sberle e no equamente distribuiti in forza, frequenza e intensità quando, come era usa dire mia suocera, i bambini seccavano.

Non era un mondo migliore, né i tempi o migliori o peggiori. In Algeria morivano a ciuffi per un agognata quanto inutile quanto ferale libertà. Oh la tortura la tortura. L’OAS ammazzava in Francia, meno ma con lo stesso puntiglio di qualsiasi altro frastornato assassino. Metà del mondo era governata con successo dai T54, l’altra metà, Italia in primis, da personaggi di supporto al malaffare, tutti impomatati, ma con la discrezione degli attaché d’ambasciata, non con la burbanza dei cavalieri di Arcore. Israele era ritenuto un esempio per via dei pompelmi e altre amenità coltivate là dove c’era il deserto, strappato agli arabi prima che alla sua natura di deserto. Indro Montanelli (1909-2001), ne esaltava le forze armate, di Israele non del deserto, capaci, volendo, di minare in silenzio il bidet di Nasser, scriveva, e poi tutti sorrisi, sigarette e pacche sulle spalle soldati e ufficiali dell’armata stellata. Senti un po’ tenente. Si può dire che si esplodeva molto meno allora salvo in piazza Fontana e, più tardi altrove e come cosa nostra. Insomma il passato era di terrificante moderazione.

Non tornerò mai più a Istambul. C’è stato un periodo in cui avevo sognato di morirvi, non esploso o catturato dalla polizia, ma in pace e lungo rive del Bosforo. Sogni di chiara marca imperialista. Ora i turchi si fanno tutto da sé, golpi, còlpi di bambinette e dittatüre. Ben fatto. Le cose indispensabili da fare ora sarebbero, per dei pensanti bene, uscire dalla Nato o espellerne la Turchia quando, da periclitante sì ma laica repubblica, avrebbe dovuto, essere accolta in illo tempore da un Europa intelligente che non c’è mai stata, tanto che si manifesta e si esprime in accorati appelli della Spinelli; dichiarare unilateralmente una sana neutralità, ritirare i contingenti di pace belligerante da tutti teatrini allestiti nel mondo, revocare gli ordini di beni, oggetti e strutture e sospendere i commerci con quel paese, anzi mandarceli, imporre lo stesso embargo imposto per isterica quanto folle ripicca dall’America alla mite Cuba, chiudere la frontiera tra quella pallida aringa chiamata Europa e il sub incontinente anatolico. Per i prossimi dieci, venti, forse, trent’anni, oggi i regimi peggiori non sono sottoposti all’orologio dell’obsolescenza programmata, la Turchia, paese di bei modi gentili quanto di  sordide e brusche turlururìe, è da considerarsi non so che cosa, se un capannone di detenzione in scatola di montaggio o un probabile laboratorio di cultura batterica per altre possibili e financo passabili dittature; ne sappiamo qualcosa qui in Ruropa, mica credere, dopo tutto nel Portogallo di Salazar bastava stare al proprio posto, non forzare la mano ad esigere una vita decorosa e nessuna polizia ti molestava. E nemmeno i preti, q.b.

Ma non sarà così. Passate le caldane sudatizze di Erdogan, i turisti torneranno ad abitare il bazaar dei loro deboli immaginari, affolleranno i negozi di lokums, si abbufferanno di cozze e babbucce e osserveranno soddisfatti la polizia in assetto di guerra. Uguale dappertutto, Dopo tutto, dirà la signora Narcisa, c’è un gran movimento, la gente va in giro, si può comprare tutto. E tutto sa finisce. E ricomincia. Bin bon bon al rombo del cannon.

A proposito di greco mar http://www.antelitteram.com/antologia/foscolo.htm

A proposito di Istambul e per chi volesse leggerlo, suggerisco la lettura di un libriccino memoriale di tale Victor – Vittorio Eskenazi, Grazie della gita in calesse. È difficile da trovare, ma forse in

http://www.anobii.com/books/Grazie_per_la_gita_in_calesse/9788842200772/018d00f4b17b331233,

A proposito di appelli

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/24/turchia-barbara-spinelli-lancia-appello-a-istituzioni-europee-dovete-vigilare-sul-rispetto-dei-diritti-fondamentali/2929970/

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16 luglio

25-RACCONTI-2LECCO

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Fantasmi

Una donna vecchia e sonora attraversa la strada richiamando, come fossero pulcini nell’aia, i suoi nipotini ruzanti sulle strisce pedonali. La sottana lunga, le calze pesanti di cotone, eppur la giornata è caldetta anzi che no [1], le scarpe anacronistiche, la camicia bianca, il farsetto, il fazzoletto, blu a fiori bianchi, ben teso in capo dal nodo chiuso sulla nuca. Non un capello sfugge alla sua morsa. Non è siriana, né turca né basca, né siciliana né drusa a dispetto degli occhi chiari che hanno visto i Lanzichenecchi anche se non li hanno visti. Parla il dialetto della Valsàssina e cammina per Lecco -Italia- una domenica mattina. Orario di Messe.

Un uomo sta bene nella misura in cui sta lontano da se stesso. Alla domanda se si sentono europei o italiani, un  paio di giovanotti mondani colti dal microfono di una cacciatrice di attualità, sul far de’ navigli malannessi rispondono, l’uno con zuffo e baffo, Bè italiano sì, cioè calabrese di più, e l’altro, un Barbarabba, Io molisano; che sta, non si creda altrimenti, per nativo del Molise.

Delle risposte non c’è da ridere. Al contrario. L’appartenenza a un territorio credo possa far risalire al mito della madre terra, all’utero fecondo cui voler ritornare per sempre, al godimento originale, alla pulsione di morte, direbbe forse il gran viennese. È il desiderio. E c’è da credere che un giardiniere dello Schleswig-Holstein piuttosto che un allevatore su su nelle Shetland, darebbero le stesse o simili risposte. Alla domanda su che cosa possa legare tali distanti personaggi a un’ancóra più distante astrazione chiamata Europa è evidente che la risposta è,oNulla. Eppure è qualcosa.

L’Europa è un fantasma[2]. Evropi. Ευρώπη da εὐρύς, eurýs, lungo e ὄψ, óps, vista, da cui [la donna] dalla vista lunga. Si può dire che si aggiri dal tempo della fine dell’impero romano d’occidente. Ma ha da fare con il desiderio ed è piuttosto antico quindi. Lo evocarono i romani facilitati dal fatto che, ai loro tempi, né presso di loro, né presso i popoli bene o male conquistati all’idea che cìvis romanus sum, di nazione non esisteva il concetto. I barbari fecero fuori il progetto su cui tornò il barbaro Carlo Magno, affogando la propria ambizione di potere, che esercitò dalla Normandia all’Italia alla Germania, in un marasma di massacri, battesimi forzati, deportazioni di massa. Da un secolo all’altro, a partire proprio dalle guerre sassoni (772-804 d.C.) l’Europa è lì da vedere ed è bensì teatro stabile di guerre europee, proto-mondiali, diversamente classificate per durata, dei trent’anni (1618-1648), dei sette (1756-1763) o per scopo e fuoco, di successione spagnola (1701-13 Pace di Utrecht); di successione polacca (1733-1738 Trattato di Vienna); di successione austriaca (1740-1748 pace di Aquisgrana). Conflitti che stabiliscono legami logoranti e feroci tra diversi. Balugina il mito di un’Europa, consacrata alla ragione questa volta dalla Rivoluzione francese. Isolata dal resto del mondo, sotto assedio, l’urto da fuori la Francia da sola non avrebbe retto. La rivoluzione, l’unica autentica checché ne dicano in CL, era necessario esportarla. Fu asportata. Napoleone si impegnò nel tentativo di far fuori i vari potentati tedeschi, l’Austria-Ungheria, la Spagna stessa, e le appendici italiche. Ma Napoleone era basso di statura e guardare le cose dal basso non acuisce la vista, fa vedere miraggi. Mosca fu un miraggio cui soccombette. Francesco Giuseppe, per quanto non fosse un’aquila, era alto abbastanza da contemplare le cose dall’alto delle collinette di Grinzing. Così che l’esperimento di Europa meglio riuscito si potrebbe dire fu quello della duplice monarchia. Esperimento silurato dal prototipo del terrorista, quel Princip [3] che a dir le sue virtù basta guardarne oggi la fotografia di inclinazione lombrosiana. Occhi invasati e miopi, tipici del portatore malsano di cultura, visuale offuscata che non arriva là dove riuscì Leopardi, a vedere oltre l’érmo colle. Il nazionalismo è la massima espressione mortale della cultura dell’auto-affermazione, del guardarsi a solo nello specchio della propria adolescenza senza potere concepire la necessità di una civiltà, cioè di un limite all’onnipotenza del paesello bambinello da cui si proviene e nello stesso tempo, per paradosso, di un allargarsi – eurýs, eurýno, allargo – ultra confinario. Di un allontanamento, di un prendere le misure prospettiche. Tale è la differenza tra cultura e civiltà già chiara a Freud, Ci basta dunque ripetere che la parola “civiltà” indica l’intera somma delle opere e delle istituzioni in cui la nostra vita si distacca da quella dei nostri antenati animali e che servono a due scopi: a proteggere l’uomo dalla natura e a regolare i rapporti degli uomini tra loro [4]. Un uomo comincia a star bene nella misura in cui si tiene alla larga da se stesso. Dagli una patria e un’identità e ne farai un vero spostato e un attaccabrighe. Il secolo accecato, il presente e vivo, non capisce quanto siano lontani i lumi di una ragione malintesa monocola ché le ragioni sono dèe molteplici, multiple e multiformi. L’ultimo tentativo di Europa, minuscola, è al seguito della catastrofe del ’14 con il suo secondo corollario e dopo tutto quello che in Europa le patrie nane seppero concepire di malvagio, fascismi originali e compatibili, tutti ben imbanditi alla mensa di popi e papi, ex ammiragli, reggenti, marescialli, invasati generici, francischifranchi e fantaccini disoccupati. Tutte ciribiciaccole pro-dròmo suo. Tutti piccoli con limite tendente alla microscopìa. Esenti la Svizzera e uno degli stati scandinavi. Questa è la nostra storia però e, non rinnegata, non verworfen, la storia servirebbe a una critica degli atti. Negata porta al presente che è comodo alla pubblicità e ai bikers, ultima tra le mutazioni che ha subito il politico, da filosofo a unno a gasolina. Una civiltà, stante che è un’immaginazione, o una sublimazione delle spinte primitive che le culture, frutto del singolo portatore umano, hanno in seno, che è un atto artistico, di creazione di là dai fatterelli, ecco, direi che una civiltà si disegna su una tela vuota. Non su un foglio di calcolo usato, né in un libro di vecchia partita doppia. Tutti i progetti europei e anche nazionali  nacquero da menti politiche, sostanzialmente fantasiose. Mazzini, Cattaneo. Manzoni. Teste. Mi si dica dove sono oggi. Quelle che sopravvivono, o si manifestano in territori protetti e inascoltati della riflessione o appartengono all’ottocento del pensiero. E anagraficamente sono in un’età che le rende innocue agli occhi del piratàme che dell’Europa si è impadronito, cioè della sua larva, gli a lungo citati finanzieri, senza che sia chiaro quanto un finanziere sia nocivo tanto alla cultura quanto alla civiltà, e gli esangui funzionari e deputati di Bruxelles; in sostanza parassiti, in senso zoologico, profittatori, boiarducoli ubriachi di vomito. Alla costruzione di uno stato immaginario occorreva un disegno di civiltà. C’era, fu rinnegato, verworfen. C’era, era il comune a tutti i popoli, culture europee, dibattito e combattimento per liberarsi; analogo a quello che condusse i valligiani di Uri, Schwitz e Unterwalden alla Ewiger Bund der Drei Waldstätten – patto eterno dei tre cantoni – per l’affrancamento progressivo dalla prepotenza asburgica -1° agosto 1291. Sembra retorica ma qualcosa si dovrebbe riconoscere agli stupidi svizzeri che, in tutta evidenza non sono così stupidi per quanto l’orizzonte loro sia limitato dalle Alpi del benessere. Ma è comodo dare dello stupido a chi arriva prima di te a costruirsi uno stato sociale quando tu sei ancora, per dirla con Tabucchi, un’oca al passo. Sembra retorica ma se c’è qualcosa che ha accomunato gli europei di ogni landa è stata la lotta contro i tiranni. Lotta guidata da ultimo e in larga misura dagli isolani e isolati inglesi. Se lo ricordino i polacchi, i danesi, i norvegesi, i francesi, gli italiani, gli spagnoli, gli ebrei, i tedeschi, i cechi, accolti in Inghilterra dal ’40 in avanti e prima. E prima che in America. Fu l’Inghilterra gabellata per anti-europea a costituirsi dell’Europa primo bastione, dell’Europa primo seme. Almeno in pectore. La lotta per la Liberazione l’aggregante. Una lotta di un fac-simile di ricostituita civiltà contro la traslitterazione nazista del Kulturkampf ottocentesco. Un fatto non un’ideologia. Dopotutto il bolscevismo fu soltanto, parafrasando Majakovski, lo zarismo+l’elettricità, ovvero per citare Testori, sovra un lago di sanguo i pali della lettrizità communale [5]. Su questo fatto, se ricordato, andrebbe a mio avviso, riposta la pietra di una costruzione europea politica, di idee, di un contratto sociale, di una costituente che non c’è stata, di una costituzione negata da beghe di bassa pantaloneria, di patte e non di patti, a partire dal ripensare ex novo non solo il  patto in sé ma nello specifico il patto economico cui dar credito. La religione del capitale, il darwinismo sociale prospettato e attuato, con vari travestimenti abili dall’illiberalità del liberismo, ecco il veri sintomi della restaurazione compiuta da tempo e non ancora terminata, della patologia di cui, parliamoci chiaro, l’Europa, la sua pallida imago, per ora si è dimostrata prima afflitta, e in cui oggi s’è dissolta. Grazie al coraggio degli Inglesi. Dei vecchi, sì, gli altri sono imbambolati a sognare finger food, Chablis e voli low cost. Non c’è niente da salvare, la moneta, forse, i confini non saprei, ma se bastano due attentati e l’apocalissi della Siria per farli ridiscutere, in assenza di una politica europea e quindi si salvi chi può, meno male che c’è la NATO, i confini si potrebbero anche restituire ai legittimi geografi. L’Europa si può rifare solo a partire dal pensare anche modestamente ai quei quattro nomi che cita il professor Dario Generali nei commenti a Biuso http://www.biuso.eu/2016/07/02/brexit/, che suggerisco di leggere con passione; da confini sicuri in virtù di una solida neutralità di intenti, quale la rinuncia unilaterale alle armi e alle loro fabbriche. Pronti a difendersi peraltro, è dovuto a se stessi, mai ad offendere con la propria arrogante cicca ‘miricana e gli occhiali da bombardieri. Si dovrebbe costruire ex novo, a partire dalle differenze che le lingue e dunque le culture creano e che sono benedette perché sono e creano ricchezza, non per un‘identità europea che non c’è o che per ora è solo pronuba scimmiottìa dell’atteggiamento banderillero americano – non ci fossero le stelle e le strisce l’America non esisterebbe ché è federazione di ranchos, da cui la necessità di un mito, di Bibbie, di Lobbie e One God in which the dollars trust – ma per un’intimità con l’antichità , con il mito, comune a tutti gli europei, che non esistono ma vengono da lontano. Non dall’osteria dell’ultima cena ma dai banchetti degli dèi. Solo il venire da lontano può far continuare ad andare lontano. L’adolescenza non porta a nulla, ed è quello che viviamo, un episodio selvaggio nella storia del soggetto che si incunea tra le due storie fondanti le persone, quando riescano ad essere tali: infanzia e maturità, ammesso che di maturità per i popoli si possa parlare. Ma forse dopotutto sì. Fossimo almeno a corto di economisti e se in Toscana non fabbricassero ministri.

Nel carcere di Terezin, allo psichiatra dr. Peppenheim (1881-1943), Princip disse, (…) Suggerisco di inchiodarmi a una croce e bruciarmi vivo. Il mio corpo fiammeggiante sarà una torcia per illuminare il mio popolo sulla strada per la libertà [6].

Remember Dacca, reader dear.

[1] L. Da Ponte – W.A.Mozart – Così fan tutte – atto secondo
[2] Europa era la figlia di Agenore re di Tiro. Zeus se ne innamorò e si trasformò in un toro bianco per rapirla. Mentre coglieva i fiori in riva al mare, Europa vide il toro che si sdraiò tranquillo ai suoi piedi. Europa lo accarezzò e vi salì in groppa. Il toro si gettò in mare e la condusse fino a Creta dove Zeus, ripreso il suo sembiante divino le rivelò il suo amore. Ebbero tre figli: Minosse, Sarpedonte e Radamanto. Minosse divenne re di Creta dando vita alla civiltà cretese, germe a propria volta della civiltà europea. Da quel momento le terre a nord del Mediterraneo conservarono il nome di Europa.
[3] Gavrilo Princip 1894-1918. L’assassino dell’erede al trono d’Austria a Sarajevo, 28.06.1914. Condannato a vent’anni di carcere ivi morì di tubercolosi.
[4] Sigmund Freud Il disagio della civiltà (1930) pag 122 – Newton classici
[5] Giovanni Testori – Ambleto – atto secondo.
[6] da Dr. Martin Pappenheim’s (1881-1943) Conversations With Gavrilo Princip 5 VI  1916
There is no need to carry me to another prison. My life is already ebbing away. I suggest that you nail me to a cross and burn me alive. My flaming body will be a torch to light my people on their path to freedom.
in Gavrilo Princips Bekenntnisse. R. Lechner & Sohn, Wien 1926.
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La Brexit di porta Pija, pesa e ripensa a casa

È del tutto probabile che qualcuno isolato alla fine pensi e poi scriva cose sensate su questo evento estivo. Come raccomandava già Freud, (Sigmund F., Freiberg – Impero Asburgico 6 maggio 1856 – Londra – Impero britannico 23 settembre 1939) dei fatti si può cominciare a parlare dalla vedetta del tempo. In un’epoca che il tempo ha eliminato, o tende inutilmente a eliminare a furia di botox nelle guancine flaccide della propria coscienza e che quindi ha rinunciato a farsi civiltà in nome di miopi quanto pretese culture e nonostante gli ultimi settanta anni di quasi pace che hanno caratterizzato le vicende del continente e dell’isola famosa, è clinicamente importante che tra un fatto e le sue eventuali, sperate o sciagurate conseguenze e origini nessuno pone in essere lo spazio che, ai tempi di Adriano imperatore, serviva anche solo a un breve dispaccio militare per attraversare il continente ed arrivare sul tavolo del monarca. Non solo, in nome di paure che la propaganda si affanna a stimolare e l’ignoranza ad alimentare spariscono così dall’orizzonte degli eventi i nessi causali, le domande, la possibilità di domandare, la politica, e tutto finisce come e con l’acquisto di una nuova mutanda da Zara, nome di città di cui credo molti ignorino l’esistenza a favore del molto più noto marchio di vestitini iberici ma fabbricati in plaghe prostitute della Thailandia. Peraltro chi scrive ha in uggia profonda la stampa che si nutre di catastrofi e che quando non ci sono langue tanto che le deve inventare, male e con la ricchezza di vuoto di senso che le ben nutrite nullità hanno a disposizione. Del resto è il suo ruolo, della stampa, quello di amplificatore, di eco pubblicitaria al prodotto di maggior consumo ai dì d’incoeu, l’Oggi, elevato alla condizione maiuscola di essere. Il sempre presente. E tanti saluti a ‘ssoreta. Dunque, benché stupisca che nessuno abbia ancora parlato delle conseguenze della Brexit sulle piazze di Secondigliano, per cui rimandiamo a Saviano, ciò che mi stupisce ma mi conferma nel confezionare ipotesi tra le più pluviali possibili è il fatto che non uno, salvo mosche bianche, che apra bocca e apponga non uno ma due accenti, acuto e grave, al termine su cui da tempo si doveva, se mai si fosse dovuto accenti porre, pólìtica; la vicenda inglese racconta due cose, a mio modo di vedere, entrambe di enorme significato, politico. La prima: la sedicente Europa, cioè quei quattro ricchissimi stracciaculi che apparecchiano ogni giorno il tavolo da gioco a un nome, come se quel nome, Europa, significasse Montecarlo, cioè il set in sostanza di un niente, la sedicente Europa non si è accorta che gli Inglesi, per vecchia tradizione non giocano alla roulette ma alla boxe, e che buona o cattiva non solo è la loro terra in discussione ma la pólìtica che ne significa l’esistere. In altre parole, gli Inglesi di qua e di là da un breccia poco ideologica, non è nel loro stile l’idealismo, e molto di fatti, utili o inutili,  hanno fatto fuori quello che da tempo non sapevano come levarsi di torno: quella seducente imitiazione di un duca del loro ex-primo ministro (ne apprendessero l’esempio i nostri europesisti di Rignano molti di noi ne godrebbero, peraltro). Piaccia o no, credo che l’obbiettivo fosse proprio questo. Out out protracted candle, dove per candela ha da intendersi la sciagura che la Thatcher, da sé e per il tramite dei suoi epigoni, ha abbattuto sul proprio paese in illo tempore, trasformandolo grosso modo in un campo di cricket per immobiliaristi e affaristi d’ogni imperitata risma. La Brexit è gesto di sfida. Guanto politico inglese in faccia all’arrogante mondo degli d’affari, cui così par dichiarare che il mondo si costruisce a partire da un modesto villaggio su un fiume e non da un corridoio della BCE. Secondo, nessuno al contrario che parli dell’Inghilterra ma tutti a sproloquiare di piazze, titoli, quotazioni dell’oro ( ex coro: chi se ne frega della quotazione dell’oro e dell’ora allorquando le albicocche vengono 2,78 al chilo ahora mismo qui a Lecco, ducato di Malanno). Del Mercato. Eludendo la questione che il mercato è appunto un luogo dove le albicocche non hanno mercato per le categorie, cui chi scrive giocoforza si ascrive, meno agevolate dall’illusione del cosmopolitismo capitalista cui massime i giovani sono sensibili perché, oh poveri cuori ciecati come talpe, basta che c’è sta ‘r mercato me faccio ‘na biretta a llondra. Nei supermercati gli anziani sgraffignano due frutti dalle cassette in offerta speciale e se ne escono con certi sacchettini di 4 cose in croce. La loro cena, sempre a rischio di ultimità. The most real reality without any show, except itself to show. Immaginarsi gli anziani del Wherevershire, che hanno votato no all’Europa. Non credo ci sia un fascista tra loro, anzi sono sicuro. Questo è politica non populismo. La Brexit è politica. Pòlis. Villaggio. Casa. Preferisco i mestatori nel torbido di quest’ultima alle cravatte globaliste di Dragomiro Draxit con tutti i suoi Junker. Οἰκονομία, economia, amministrazione della casa, da οἶκος, dimora e νόμος, legge, ma anche canzoncina.

Una civiltà, e il conseguente impero latino, resse 1500 anni circa, certo a fil di spada, non si dice di no, ma con nemmeno un economista che se ne impicciasse. L’idea di Europa non ha retto sessant’anni grazie agli economisti. Si sa, che vengono via con un benefit. Che è sempre più di trenta denari.

Tout va très bien madame la marquise tout va très bien.

Allô, allô, James, quelles nouvelles 

Absente depuis quinze jours, 

Au bout du fil je vous appelle 

Que trouverai- je à mon retour ? 

Tout va très bien, madame la Marquise 

Tout va très bien, tout va très bien 

Pourtant il faut, il faut que l’on vous dise 

On déplore un tout petit rien 

Un incident, une bêtise, 

La mort de votre jument grise 

Mais à part ça, Madame la Marquise 

Tout va très bien, tout va très bien ! 

Allô, allô, Martin, quelles nouvelles 

Ma jument grise, morte aujourd’hui ? 

Expliquez moi, cocher fidèle, 

Comment cela s’est- il produit ?

Cela n’est rien, madame la Marquise 

Cela n’est rien, tout va très, 

Pourtant il faut, il faut que l’on vous dise 

On déplore un tout petit rien 

Elle a périt dans l’incendie 

Qui détruisit vos écuries 

Mais à part ça, madame la Marquise 

Tout va très bien, tout va très bien !

Allô, allô, Pascal, quelles nouvelles 

Mes écuries ont donc brûlé ? 

Expliquez moi, mon chef modèle 

Comment cela s’est- il passé 

Cela n’est rien, madame la Marquise, 

Cela n’est rien, tout va très bien ! 

Pourtant il faut, il faut que l’on vous dise 

On déplore un tout petit rien 

Si l’écurie brûla madame, 

C’est qu’le château était en flamme, 

Mais à part ça, madame la Marquise 

Tout va très bien, tout va très bien !

Allô, allô, Lucas, quelles nouvelles 

Notre château est donc détruit ? 

Expliquez moi car je chancelle ! 

Comment cela s’est- il produit ? 

Eh! bien voilà, madame la Marquise 

Apprenant qu’il était ruiné 

A peine fut- il rev’nu de sa surprise 

Qu’ Monsieur l’Marquis s’est suicidé 

Et c’est en ramassant la pelle 

Qu’il renversa toutes les chandelles 

Mettant le feu à tout l’château 

Qui s’consuma de bas en haut 

Le vent soufflant sur l’incendie, 

Le propageant sur l’écurie 

Et c’est ainsi qu’en un moment 

On vit périr votre jument 

Mais à part ça, madame la Marquise 

Tout va très bien,tout va très bien !

(Misraky-Ventura 1935) *

* Buongiorno James che novità,
da qualche dì che sono via
ora vi chiamo all’apparechio
che troverò posso sapere?
Va tutto ben madama la marchesa,
tutto va ben davvero ben.
Peraltro occorre che vi dica
una quisquìlia capitò
un incidente, un niente appena
è morta la giumenta grigia.
Ma questo a parte madama la marchesa
tutto va ben davvero ben.
Aló Martin ditemi un po’
com’è com’è della giumenta
ditemi un po’ caro cocchiere
che è morta oggi come fu?
Oh un niente un nulla cara marchesa
tutto va ben davvero ben.
Peraltro occorre che vi dica
che è morta sì bruciata viva
con tutta la sua scuderia
che lì per lì a fuoco andò.
Ma questo a parte madama la marchesa
tutto va ben davvero ben.
Aló Pascal mio buon fattore
dunque non ho la scuderia
ditemi su come passò.
Oh un niente un nulla cara marchesa
tutto va ben davvero ben.
La causa sta nel suo castello
che tutt’a un tratto s’incendiò
Ma questo a parte madama la marchesa
tutto va ben davvero ben.
Aló Lucas che nuove allora
ma come è stato del castello
che tutt’a un tratto s’incendiò?
Ah bon voilà cara marchesa
è andata che il signor marchese
saputo della sua rovina
prima ci pensa poi si dà conto
che di finirla solo gli resta
con una bella palla in testa.
Chissà ma poi dando di pala
ha rovesciato le candele
mettendo tutto a ferro e fuoco.
Poi è stato il vento che ha soffiato
la fiamme ha spinto alla sua posta
così che in meno di un momento
Ecco che è morta la giumenta.
Ma questo a parte madama la marchesa
tutto va ben davvero ben.
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30 giugno

25-RACCONTI-2

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To those readers

Many thanks to those readers from abroad, for their generous presence among my blog’s followers; a choice that I highly appreciate. Since its first issue, this blog had not even imagined the chance to be read by someone. Not by Italian speaking people nor, moreover, by English or Spanish ones. Both Facts and Fates seem to be contradicting that foresight. To them my gentle gratitude.

thumbsMi trovo a leggere un passo del libello Che ogni italiano debba scrivere in lingua purgata italiana,  di Antonio Vallisneri ( 1661-1771) medico o, seguendo un dizione antica, filosofo naturale, docente all’Università di Padova e membro della Royal Society, oltre che letterato e difensore della lingua italiana come lingua del conoscere*:

Nelle Spagne, nell’Olanda, nell’Inghilterra e nella Germania e segnatamente nell’imperiale cità di Vienna, vi sono intendentissimi della nostra lingua, e colà molti parlano  e scrivono  quasi meglio di moltissimi di noi, e nella Francia stessa, (…) molti in italiano pulitamente hanno scritto e scrivono, cercando insino le origine della nostra favella. (…) Se adunque gli stranieri stessi hanno csì in pregio la nostra lingua perché nel medesimo e maggiore non dovremmo averla noi? Quale storta politica è mai questa, di stimare più quel degli altri che il suo? (…) Io non so dunque né capir posso, come uomini (…) da una sciocca infingardaggine, o da un certo delicato fastidio guidati, sprezzino tanto l’italiano parlare. (…) Nelle scuole anche più illustri grammatiche di lingua italiana, né buoni libri italiani, non si leggono, (…) contentandosi che ognuno parli e scriva come il cieco popolaccio e parla e scrive.

Con l’occhio dell’anàtomo patologo, osservo un video che mette in scena tutta una scalmanata sarabanda di sbirri e queruli Piagnoni**dentro e fuori del teatro Valle in Roma, città aperta alle scalmane di tutti per tutto, senza orore di se stessa, avrebbe detto il benché romeo Ettore Petrolini. In un altro di questi video che vorremmo non vìdere  una sgonellante con tanti capelli in più di una parrucca parla di cultura, in una sua brutta lingua zòccola. http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/06/11/teatro-valle-oggi-aperti-nuova-occupazione-ecco-la-devastazione-di-tronca-e-renzi/533496/. Ma quale mai cultura se po’ ave’ se è la lingua stessa ad essere compromessa da un uso livellato al basso del luogo comune, del cioè senza perché***, della borgata, sentire antropologico prima che ente geografico. Sono costretto a ricordare i tempi in cui sventolando una gonnella strapugnenta e uno zoccolo duro si aprivano, cazzocompagni, le casse degli assessorati alla cultura e giù, nella misura in cui, dàghela a dar spettacolo di suoni e canti della resistenza cilena nelle aule in dove che sse magna delli istituti d’ogni ordine e degrado. Con l’obliqua offa fornita da anime belle come quel tal Don Milani, si è affermò in tempi lontani una cultura del tutti per uno uno per tutti che tutto fa brodo di cultura, delle pubblicità prEgresso, del giornalaio elevato allo scranno di scrittore, di una lingua ridotta a strumento, cacciavite di ogni marketing e, a sua volta marketing oriented, facilona, aggettivo di infingardaggine parlamentare, non donna di province ma bordello che il Cul-si-Tura ma le gambe, ma le gambe a me piacciono di piùhttp://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/06/11/polizia-sfonda-al-teatro-valle-rioccupato-ce-musica-classica-questi-li-arrestamo/533535/

Il linguista Apollonio Discolo,nel suo blog http://apolloniodiscolo.blogspot.it/, in sintesi del suo ultimo post, Émile Benveniste, come ciambella, riporta appunto questo passo del linguista Émile Benveniste (1902-1976):

En réalité la comparaison du langage avec un instrument […] doit nous remplir de méfiance, comme toute notion simpliste au sujet du langage. Parler d’instrument, c’est mettre en opposition l’homme et la nature. La pioche, la flèche, la roue ne sont pas dans la nature. Ce sont des fabrications. Le langage est dans la nature de l’homme, qui ne l’a pas fabriqué. Nous sommes toujours enclins à cette imagination naïve d’une période originelle où un homme complet se découvrirait un semblable, également complet, et entre eux, peu à peu, le langage s’élaborerait. C’est là de la pure fiction. Nous n’atteignons jamais l’homme séparé du langage et nous ne le voyons jamais l’inventant. Nous n’atteignons jamais l’homme réduit à lui même et s’ingéniant à concevoir l’existence de l’autre. C’est un homme parlant que nous trouvons dans le monde, un homme parlant à un autre homme, et le langage enseigne la définition même de l’hommeÉmile Benveniste, La subjectivité dans le langage (1958), adesso in Problèmes de linguistique générale, Gallimard, Paris 1966, p. 259)****

Ebbene. Per timore della fine che prevedo non saprei come terminare, dunque non termino, mi appendo a una sospensione del giudizio. E fine.

*Onore qui al dr. Dario Generali, filosofo della scienza, che da anni e con gran fatica e nel generale scarso intelletto d’amore per le cose che non generano altro reddito che il conoscere, va curando l’edizione critica di questo autore, preclaro ai suoi tempi e desaparecido intellettuale. I tipi sono di Olshki editore a Firenze. Scrive il Generali alle pagine 5 e 6 della premessa al volumetto del Vallisneri, e occasione a maggio di un dibattito a Milano sulla sciagurata idea di optare per l’inglese nell’insegnamento delle materie tecniche universitarie: tale degrado (del sistema formativo italiano ndr.) ha evidentemente delle ragioni politiche e civili, che trovano le loro motivazioni nel generale processo di dissoluzione dello stato di diritto che si espresso, tra le altre cose, con il prevalere nella vita quotidiano e nello stesso immaginario collettivo, di modelli clientelari e improntati a una corruzione costante delle norme di organizzazione dello stato e della sua amministrazione.(…) Al venire meno di una regolata e corretta  vita istituzionale si aggiunge quindi anche una spesso totale incompetenza degli attori dello scenario politico, che produce danni che vanno ben oltre le conseguenze politiche, (…) di tagli radicali ai finanziamenti destinati a scuola e università, aggiungendo la iattura di scelte insensate ed esiziali, prodotte da impreparazione, velleitarismo, superficialità e irresponsabilità intellettuale di funzionari, politici e ministri. Fra i più recenti progetti di riforma della didattica universitaria, che sembrano appartenere a quel gruppo di decisioni e di proposte generate da superficialità si colloca senz’altro quello di imporre l’uso dell’inglese come lingua dei corsi di laurea specialistica.(…). Chi scriva non cita l’artefice di tale sciagurata proposta, ossia l’attuale profumato titolare dell’istruzione repubblicana cui, chi scrive, disconosce e titolo e diritto di ministro.
** … Oh i Piagnoni fiorentini, ma d’ogni tempo e d’ogni paese benché massime italiani….Gli assalitori penetrati nella chiesa, contaminavanla di sangue e di stragi; e venuti da vicino alle prese con i Piagnoni, cominciossi una fierissima zuffa, la quale, fra il baglior delle fiamme, il fumo densissimo, e le grida e le bestemmie dei feriti e dei morenti, era cosa spaventosa a udire e a vedere. Un Alemanno, salito sul pulpito, con un suo schioppetto traeva su gli Arrabbiati senza misericordia. Acquistando via via terreno gli avversarj, la mischia si ridusse nel coro, e in quella ristrettezza di luogo, tanta fu la resistenza, che né per uccisioni né per ferite poteano aprirsi un varco per quella via. Da ultimo, scalati i muri del giardino, cinsero i Piagnoni di fronte e alle spalle. padre Vincenzo Fortunato Marchese, Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani, Firenze, 1854
***per la distinzione tra i due accenti tonici italiani, acuto e grave, e per la differenza di pronuncia che ne procede e consegue si veda il dizionario Zingarelli alla voce accènto. Appunto
****In realtà la comparazione tra  il linguaggio e lo strumento ci deve riempire di diffidenza…la stessa che ci conviene fronte a qualsiasi assunto semplicistico in merito al linguaggio… Parlare di strumento vuol dire mettere uno contro l’altro uomo e natura. La zappa, la freccia, la ruota non sono oggetti di natura. Sono degli artefatti. Il linguaggio è nella natura dell’uomo che non l’ha fabbricato.  Siamo da sempre inclini a immaginare una sorta di scenario primitivo là dove un essere definito avrebbe scoperto un suo simile, egualmente definito e nella stessa scena  ecco che a poco a poco dai  due sarebbe stato elaborato il linguaggio. Trattasi di pura invenzione. Separato dal linguaggio non arriviamo mai a un uomo, né se ne vede l’inventore. Nel mondo incontriamo un uomo parlante, un uomo parlante a un altro, e il linguaggio indica la definizione stessa di uomo.
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Dispositivo per la continuità

C’è qualcosa di sinistro nei piedi smaltati di fresco, nei sandali nuovi in tinta con la sottana, negli abiti ton sur ton con il fantasticare estivo che vedo ciondolare, travestiti che ballano*, nel peggiore dei distretti della migliore Malanno, la squadrista di sempre con una recente vocazione al verticale, detto sky-line. Niente di buono all’orizzonte vedo delinearsi nell’oscurità del dopo concerto. La musica che ho ascoltato non potevo immaginare quanto distacco avesse, e pertanto quanto presaga fosse… la musica se è tale è sempre presaga di un certo qual che essa non può mettere in parola ma che può palesare altrimenti, l’ho scritto… quanto fosse Cassandra di un domani che riproduce il niente. Domani le belle spalle e le brutte, già esposte con dovizia di particolari a calori di ogni tipo tranne che del tipo metereologico, tutte saranno ritte ai loro posti in agenzia. Malanno è una concentrazione di agenzie. C’è un’agenzia per tutto. E sandali, sandali a profusione.

La musica è di Gabriele Manca, il brano ha un titolo, Dispositivo per la continuità. In un concerto dei consueti zang tumb tumb après le déluge, di esso mi colpisce il carattere e la forza con cui mi colpisce. Ho un posto, in fondo alla sala, tra gli orecchianti fini. Sotto i suoni lunghissimi dell’inizio, stirati quanto non è immaginabile che i suoni possano nel pensiero musicale, sento macinare le pietre per una lapidazione di periferia.  E ululano gli strumenti; vedo autostrade argentine che non ho mai visto; lampi blu della polizia, sento odore di kerosene, o forse è gasolio, tracciati di fiamme. Niente di buono all’orizzonte, minacce. Dopo essere stati straziati al limite e oltre il limite delle loro corde vocali, obbligati a cantare da un  torturatore assai abile, gli strumenti, il corno di bassetto per primo, non so se dirlo lui o esso, vertice della cellula di una invisibile resistenza a sfaccìmmo ed a sfaccìmma**, allo σφάκελος***, esso di se stesso si fa percussione e trascina tutti gli altri a scivolare in un tango, a me pare tango; un tango di prigionieri sciancati in un hangar, stretti stretti a scarligare sulla loro stessa orina, innanzi al turpe inquisitore. Non ho idea se abbia o no parentela con quello di Dostoevskij. C’è qualcosa di perturbante, tanto che ad ascoltare il resto del concerto resto per educazione. Non esco contento, come dopo una seduta con una maga malevola. La musica anticipa ciò che fuori è in agguato a guatare vestiti che non riconosce simili. I fuori magneno e beveno, va’che müsica. Fuori c’è l’anticipo di ciò che per vocazione peggiorerà. Non so quanti in sala se ne saranno accorti. Io, per parte mia, non vedo l’ora di tornare al mio lago risorgente dall’acque. È tardi. Esso brilla ancora sotto i fanali notturni. Nel sonno la musica risuona.

Al teatro Litta, ieri 6 giungo. Gabriele Manca, Dispositivo per la continuitàPer corno di bassetto e ensemble (2016) Divertimento ensemble. direttore Sandro Gorli.

*Tra vestiti che ballano. (1927). Pier Maria Rosso di San Secondo(1887-1956).
**napoletano per senza faccia e per sperma inutile
***sfàkelos, greco per cancrena
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Il passaggio di Mahler sul Reno. Un aforisma aortico.

Dicono si inchinassero le belle bandiere su lor aste al passaggio del treno che riportava il Maestro da Parigi a Vienna per morire, e i pavesi  inalberati a cantare una radiosa primavera di sentimenti grati e festosi, di inni alla gioia gratis per viaggiatori di commercio e turisti idròpici. È il maestro Mahler, il nasuto Mahlerlein* che passa con una bella fioritura di fibrina che gli stormisce in petto ai propri soffi primaverili. Endocardìte, nessun chirurgia, nessuna micìna in uso. Per dargli tempo, immaginiamo ancora, di agitare una manina scarna ma riconoscente a un pubblico ammirato, il treno rallenta, nessuna protesta per l’orario che non si atterrà all’orario; la locomotiva buffa e sbuffa educata ai mazzolin di fiori e i direndl, oh i direndl** al suo passaggio si spiegano in omaggio al presagio funerario che si avvera;  tutta la musica è presaga, con buona pace di Adorno che al presagire non crederà che a modo suo. L’Italia non sa, canta le sue canzonette, prova già l’irresistibile desiderio di tramutare la tragedia in farsa ghignante.

Ô rage ! Orage, ô désespoir !***, tuoni e fulmini dicono ancora, fuori dalla cameretta di sanatorio, broum. Leide Leise Still, Schweige****, le maître est mort. Morto, telegrafano i telegrafi della civiltà con uno slancio della loro natura telegrafica. Maggio, 18, 1911, il maestro è morto e a occhio e croce è adesso che comincia il conto alla rovescia per la sarajevoleria del 28 giugno 1914, perché un arciducolo impennacchiuto le penne ci lasci e l’umanità, d’accordo con Karl Kraus il resto di ognuno dei suoi giorni a venire, tutti giù giù giù a precipizio giù per la tromba delle antiche scale dei propri apoplettici nazionalismi. In realtà si trattò di fine della civiltà. O di uno dei suoi passabili facsimile. Di quella fine oggi viviamo al tramonto di piccole nane rosse. Nessuno più seguirà un musicista. Ma idoli. Είδολα. Fiori e bandiere per dementi e coglioni, rincoglioniti e banditi non esclusi.

Rilke, 27 ottobre 1925, il proprio epitaffio di fiori scriverà da sé e sarà l’ultima fioritura

Rose, oh reiner Widerspruch, Lust,

Niemandes Schlaf zu sein unter soviel

Lidern.*****

* Diminutivo, sta per Mahleruccio
** tradizionale abbigliamento femminile austriaco
*** Gioco di parole sui versi dal Cid di Corneille Ô rage ! ô désespoir ! ô viellesse ennemie Oh rabbia, O disperazione O nemica vecchiaia che diventa o rabbia o tempesta-orage
**** Peccato, Lieve, Silente, Taci.
*****Al cimitero di Raron. 3942 Niedergesteln. Ch
 Rosa, pura Contraddizione, e Voluttà,
d’ essere di Nessuno il Sonno
sotto così tante Palpebre. 
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È ritornato Maggio, tra poco non c’è più, ma non il cucù

https://www.youtube.com/watch?v=ZWWEHAswpFI

Presto ho preso l’avvio dal giorno, mangiando il mio pane e marmellata sul terrazzo di casa che a me sembra, e con soddisfazione grande della mia immaginazione, se non un giardino, il pènsile di una babilonia pacifica e domestica, respiro delle piante che lo animano e che ammiro e amo, e folto anche di ogni sorta di animalini minimi. Il cucù che abita qui vicino, tra enormi cedri libanesi, si sveglia presto e ha lanciato a lungo il suo richiamo dall’aurora fino alle sette poi ha da fare, altro che cantare, si capisce; durante il giorno si rifarà sentire a suo bell’agio. Si vede fino dove il lago vuole arrivare da quassù, e il grosso sasso plumbeo del periclitante monte San Martino incombe con grazia sulle ultime case della città. Chissà se un giorno vorrà schiantarsi di sotto e mi domando quale mai effetto di contenzione potrebbe esercitare la doppia cortina di immense reti che qualcuno ha voluto piantargli intorno, tutto lungo il perimetro, più credo per confortare gli abitanti che per convincere il monte a insistere nella scalata di se stesso e non a sprofondare. Per non risparmiarmi ho preso visione, si badi senza rinunciare al tè, senza lasciare che le immagini che vi dedico qui di seguito, si impadronissero di quella che molti scambierebbero per sensiblerie e non per sensibilità. Nix, ho stomaco forte e reggo l’urto del reale che mi riguarda anche quando non lo guardo e dunque, non scontiamoci niente, il conoscere comporta un buon grado di fegato e poca coratella.

Molte anime belle si domanderanno come si fa ad essere così infami… mi riferisco al video, difusso da Avaaz, lo si guardi e si intenda ciò che voglio intendere… molti che non capiscono quanto e come e che invece si può; e che si può far di peggio, se peggio esiste, contro l’Altro e gli altri e animali e piante e maschi e femmine, non solo con la spada ma anche con le leggi, che possono essere solo peggiori, con le infamie dei parlamenti prescrittivi, delle banche mondiali. Tutto ciò sta, starebbe se fosse pubblicato, in un liber scriptus, da  me, dal titolo misterioso che non devo riferire e che vorrei tanto vedesse la luce per la buona ragione che avrebbe il pregio di sgombrare la tabula delle già citate anime belle da ogni barlume di illusione sul degenere umano. Tra violentare in trenta, più due, una ragazzina di sedici anni, la notizia è di ieri… non è l’utero a far male ma l’anima, pare abbia dichiarato non so se ai medici o a chi… e spellare un cane con la fiamma ossidrica già v’è poca differenza*. Né trovo sfaglio tra questi atti squisitamente crudeli, De Sade lo capì molto tempo addietro, e buttarsi senza senso in mezzo al mare su un barcone, topi già morti prima di affogare, per raggiungere l’immaginario di un benessere opaco, televisivo, delirante. E annunciato.

Allora occorre rispondersi che si può, si può perché, l’ho scritto di già e con questo post avvaloro una tesi ampiamente suggerita, si può perché l’uomo è devastatore, perché è un delinquente naturale, un tipo lombrosiano, mica fidarsi, nessuno si escluda, nessun dorma. Anche chi scrive, tutti assassini, tutti suicidi e magari fosse più diffusa questa  pratica. Il pazzo isolato non è né pazzo né isolato, anzi in ottima compagnia. Per questo esistevano ed esistono gli eserciti, le religioni e non ultima la scuola… non i carceri che sono metaforico sacco per l’umido di massa, il loculo, la geenna là dove si getta l’inutilizzabile… per incanalare una violenza sportiva verso mete di là dai confini del proprio campo da calci in bocca. L’aspetto deteriore, diseducativo, reazionario e conservatore insieme di queste istituzioni… perché monocole, prepotenti in pectore, avulse da sé da un reale che molto bene i Greci avevano invece così chiaro in mente da aver usato sempre una certa cautela nel permettersi di vivere… molto oltre le loro pietose buone intenzioni… si rifletta sugli eserciti di pace… e ben di là da altre collaterali come gli effetti e i danni, la televisione e la pubblicità, sta nella loro rinuncia programmatica a dare attenzione all’individuo, al soggetto, ancorché assassino, a dargli dei limiti, a calarlo in un reale educativo… non nell’educazione stessa che, massificata, è uno dei moti della prepotenza che si fa difesa quando va per le spicce, non sempre a torto… quando non sia esso in grado di trovarli e con fatica da sé, invece di operare sulle masse, i cui funzionamenti sono stati così bene sezionati da Elias Canetti, di cui in Biuso http://www.biuso.eu/2016/05/24/canetti/ e, come diversamente non poteva essere da Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io. 1921**. Ogni operazione su larga scala si illude di potere confinare l’odio criminale che la creatura ha per il creato, la sua avidità da sè appagata, la sua brama feroce di voler poter potere.

Il cucciolo non sarebbe in grado di intendere ma la madre, nell’atto di sguinzagliarlo forse potrebbe pensare a tenere in bando ma sempre attivo il guinzaglio. Così sul muro delle sale parto di fronte al lettino gestatorio andrebbe scritto, Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate***. E incrociate le dita.

La massa ci appare come una reviviscenza dell’orda primordiale (…) Dobbiamo concludere che la psicologia della massa è la psicologia umana più antica (…) ciò che (…)  abbiamo isolato come psicologia individuale, si è venuto staccando dalla vecchia psicologia collettiva, in un secondo tempo, gradualmente e in un certo senso  in modo tuttora parziale. Sigmund Freud op.cit. pag.95

https://www.youtube.com/watch?v=MOXrajpi0YY&feature=youtu.be

* Gioacchino Rossini – Cesare Sterbini. Il barbiere Di Siviglia. a1/s2

** Bollati Boringhieri, 1975, 2007

*** Dante Alighieri – Commedia – Canto III, 9 .Garzanti, 1987

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Contro l’etnopsichiatria

Ho l’impressione siano i malati a costituire il mondo non la malattia. (Anonimo di Pforta)

Domani, Giovedì 26 maggio alle 17, presso  il centro diurno La casa sul Pozzo di Chiuso-Lecco, nell’ambito del progetto Crossing*, e in presenza del dr. Angelo Villa parteciperò a un incontro sul tema del volume Conto l’etnopsichiatria di Angelo Villa e Fabio Tognassi. Poièsis editrice. 2016. pagg.118.

Si tratta di un’opera intensa che pone, di là dai contenuti specialistici, ma sull’onda di un taglio analitico severo e appassionante, non disgiunto dunque da quello che questo taglio comporta, una tensione poetica cioè e insieme filosofica che si fa clinica, a tutti che vogliano porsele, pone dicevo, questioni gravi che toccano, per sgretolarle, le diffuse e confuse debolezze intellettuali contemporanee, ovvero i malintesi, i giornalismi, i luoghi comuni, uno per tutti il senso del termine cultura, tra chiusure identitarie e aperture acritiche (Angelo Villa op.cit. pag. 66). È un volume la cui lettura caldeggio a tutti quanti, dentro o fuori dal proprio ambito, si trovino a maneggiare i limiti, i conflitti, gli spiragli, se si verificano, aperti dall’incontro o dallo scontro con persone di mondi diversi dal nostro.

9788862780513 A differenza della civiltà la cultura si direbbe invece miri ad assicurare e perpetuare un godimento al soggetto (spesso collimando, quando non contribuendo a plasmare, a legittimare i fantasmi del singolo individuo). Non a caso il termine barbaro che compare per la prima volta nel verso 867 del secondo canto dell’Iliade, privato di qualsiasi valenza ellenocentrica, designa chi ha una pronuncia confusa, inarticolata. (…) Nella sua accezione originaria ciò che caratterizza il barbaro è (…) un dire che fatica  a staccarsi dal corpo e dalla indistinzioni delle rappresentazioni e che resiste a essere simbolizzato nel linguaggio. In altri termini a sublimarsi nella civiltà. La cultura sembra così realizzare, nel passaggio dall’individuale al collettivo, (…) quel godimento che nella produzione civile rimane all’orizzonte, allontanato se non separato da quella prossimità al corpo che al contrario la cultura s’impegna a conservare. (…) Se quindi la cultura pare incline a tutelare una sorta di pieno di soddisfazione, la civiltà, si direbbe, tende a operare un vuoto, quasi desiderosa di tradurre e quindi tradire la propria particolarità in un universale che non la spinga a ripiegarsi autarchicamente su se stessa ma che la chiami a dialogare con altre civiltà. (Villa-Tognassi, op. cit. pag 19)

*http://www.comunitagaggio.it/pagine/news/angelovilla.html

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