Questo non è luogo di rimpianti. Non ne ho nelle stessa misura delle speranze cui preferisco il capire, là dove possibile, il domandarmi sempre. Ora e molto a proposito suggerisco la lettura preventiva di Iliade
http://www.biuso.eu/2016/07/23/iliade/#comments.
Ho di Istàmbul un ricordo beato, prepotente, esagerato. Ci andai due volte per un breve periodo; del secondo, a distanza di dieci anni dal primo e non per diletto ma per lavoro, ho in mente solo che le strade giù da Taksim al mare si erano popolate di certi negoziacci brutti e antipatici, di jeans turchi e telefonini. Del primo viaggio rammento invece le notti di animazione febbrile, le camminate estatiche di giorno per carpire l’oro, l’incenso e la mirra di una Bisanzio nata non proprio vergine dalle acque del greco mar, ché greco suonava alle mie orecchie il turco di quei miei giorni felici. Rammento una coppia di professori tedeschi, Filemone e Bauci traghettati a Heidelberg ed ora in traghetto per la città orientale, Üsküdar. Cercarono di chiedermi, in turco, non so che cosa di piuttosto complicato ma tale da mettere in difficoltà anche il loro incerto inglese. Avevo imparato invece abbastanza turco da confondere i bigliettai ed ero abbastanza mimetico da spaesare dei vecchini ingenui che, per turco mi avevano confuso.
Di Istàmbul ho memoria di certe strade nere di polvere d’alluminio per via delle officine di lattonieri e calderai che le popolavano; di un pomeriggio trascorso a seggiola con un magnifico esemplare di mercante sefardìta dall’incantevole francese, cui solo verso la fine di una breve trattativa per un piccolo kilim dal prezzo modestissimo, sostituì la favella toscana che egli parlava con tutte le giuste aspirate e blese cui il vernacolo obbliga; del corno d’oro negro di liquami, gora più che cornucopia; di un ambulante decrepito e miserabile ma dignitoso, delle sue benedizioni per avergli comprato tutti i bicchieri del suo carrettino; degli occhi glauchi di un capitano giovane che, interrogato su un indirizzo, alla voce dava un indirizzo formale e agli occhi l’ispirazione di poco formali ma ben formati desideri, allora ero molto carino, mi dicono; di donne che, fuori da una vecchia casa di legno, brusca di saggina, sapone e sistola, lavavano, stesi sull’acciottolato, tappeti di stupefacente estensione; della collina con il caffè Pierre Loti, un silenzio così denso da sembrare dipinto da un miniaturista ma con una coppia di studentesse americane interessate al loro bedecker più che a quello che stava loro intorno. Su per la salita un cimitero a vista dei tavolini, ai suoi piedi, del cimitero non dei tavolini, la impressionante moschea di Eyüp (1458). Ah, delle moschee era notevole a volte il sentore dei piedi intonato sia con le decine di scarpe del di fuori sia con la magnificenza dei di dentro. Dopo tutto i fedeli non sempre sono fedeli alla pulizia, nonostante i lavacri per solito disposti nei giardini o nei chiostri esterni, con festoso e igienico ordine. Città di acque. O forse di puzza erano portatori infedeli i turisti gravidi di teleobbiettivi sulle pancione me-magno-tutto-io. Mia moglie si era dotata di un scialle colorato, piuttosto bello, così che i molli ragazzi gentili che li custodivano non le dovevano spiegare gli obblighi di chi visita i templi. Esattamente come si doveva fare a Venezia nei pochi anni sessanta rimasti prima del ’68 per adire le duecentocinquanta, chissà di più, chiese della città. Là, fuori da San Marco, c’era un uomo in nero e in polpe, mazza col pomo d’argento e tricorno che sbarrava il passo a chi non comprendesse che per passare dalla città anacquata e imbrogliona all’anticamera del paradiso, l’abito composto e componibile era di rigore; giù il cappello i maschi, su il velo le femmine. Le americane i cui mariti governavano l’Italia tramite la Cia, protestavano il loro non appartenersi cattoliche. Niente da fare. Il tricorno era ecumenico. Le religioni rivelate, per loro natura, la rivelazione, ovvero l’arrivo nel quotidiano dei fantasmi della ragione che genera mostri anche senza essere assente, vengono dall’oriente dove il confine tra dentro e fuori, tra mio corpo e tuo, tra voci di dentro e voci di fuori è tanto incerto quanto di preciso nelle psicosi. Il cristianesimo non avrebbe avuto un cammino dissimile da quello che agita il folle dichiarato sulla sua strada, si badi che egli non è meno responsabile del supposto sano nel momento in cui decide di farsi saltare in aria, se non fosse stata contaminata la follia trinitaria con tutto quel che si agita in essa, dal razionale romano e dal ripulisti rivoluzionario, e per nostra fortuna. Di tempo ce n’è voluto si intende ma dai e dai il cattolicesimo ha razionalizzato il delirio di Paolo di Tarso, uno che vide di tutto per mare per cielo e per terra e che indusse alla strage non meno di un ayatollah e avrebbe continuato fosse rimasto là dove i deliri hanno la meglio sul loro confinamento. Quando lo citano ancora, citano un indemoniato non minore di altri, ma ormai preso per uno zio bizzarro alle cui nefandezze eretistiche la famiglia non acconsente più, ma tace e via con il Valium. I negozini di bricabraglie e souvenirs a Venezia mettevano intanto a reddito numerose, le vendite di pezze da testa. Allora non si usava peraltro girare in mutande travestite da regginatiche, pinocchietti e reggipetto low cost e infra-il-dito il sudicio. Chi avesse avuto le ulcere da diabete le teneva coperte o addirittura medicate. Pudiche calze contenitive occultavano le varici. Oggi la strada è l’ostensorio delle patologie, il teatro anatomico. Massimo del dedécoro per una donna peraltro era un abito sbracciato, per il resto non erano ancora in voga le minigonne e gli spacchi e gli abiti sbilenchi, un ischio scoperto di qua un malleolo occulto di là; non erano nati né dolci né gabbanti e nessuno ne sentiva davantage la mancanza. Del resto erano tempi in cui si tentava di insegnare ai bambini quella che era ritenuta la buona educazione. E che consisteva in una sintesi di sberle e no equamente distribuiti in forza, frequenza e intensità quando, come era usa dire mia suocera, i bambini seccavano.
Non era un mondo migliore, né i tempi o migliori o peggiori. In Algeria morivano a ciuffi per un agognata quanto inutile quanto ferale libertà. Oh la tortura la tortura. L’OAS ammazzava in Francia, meno ma con lo stesso puntiglio di qualsiasi altro frastornato assassino. Metà del mondo era governata con successo dai T54, l’altra metà, Italia in primis, da personaggi di supporto al malaffare, tutti impomatati, ma con la discrezione degli attaché d’ambasciata, non con la burbanza dei cavalieri di Arcore. Israele era ritenuto un esempio per via dei pompelmi e altre amenità coltivate là dove c’era il deserto, strappato agli arabi prima che alla sua natura di deserto. Indro Montanelli (1909-2001), ne esaltava le forze armate, di Israele non del deserto, capaci, volendo, di minare in silenzio il bidet di Nasser, scriveva, e poi tutti sorrisi, sigarette e pacche sulle spalle soldati e ufficiali dell’armata stellata. Senti un po’ tenente. Si può dire che si esplodeva molto meno allora salvo in piazza Fontana e, più tardi altrove e come cosa nostra. Insomma il passato era di terrificante moderazione.
Non tornerò mai più a Istambul. C’è stato un periodo in cui avevo sognato di morirvi, non esploso o catturato dalla polizia, ma in pace e lungo rive del Bosforo. Sogni di chiara marca imperialista. Ora i turchi si fanno tutto da sé, golpi, còlpi di bambinette e dittatüre. Ben fatto. Le cose indispensabili da fare ora sarebbero, per dei pensanti bene, uscire dalla Nato o espellerne la Turchia quando, da periclitante sì ma laica repubblica, avrebbe dovuto, essere accolta in illo tempore da un Europa intelligente che non c’è mai stata, tanto che si manifesta e si esprime in accorati appelli della Spinelli; dichiarare unilateralmente una sana neutralità, ritirare i contingenti di pace belligerante da tutti teatrini allestiti nel mondo, revocare gli ordini di beni, oggetti e strutture e sospendere i commerci con quel paese, anzi mandarceli, imporre lo stesso embargo imposto per isterica quanto folle ripicca dall’America alla mite Cuba, chiudere la frontiera tra quella pallida aringa chiamata Europa e il sub incontinente anatolico. Per i prossimi dieci, venti, forse, trent’anni, oggi i regimi peggiori non sono sottoposti all’orologio dell’obsolescenza programmata, la Turchia, paese di bei modi gentili quanto di sordide e brusche turlururìe, è da considerarsi non so che cosa, se un capannone di detenzione in scatola di montaggio o un probabile laboratorio di cultura batterica per altre possibili e financo passabili dittature; ne sappiamo qualcosa qui in Ruropa, mica credere, dopo tutto nel Portogallo di Salazar bastava stare al proprio posto, non forzare la mano ad esigere una vita decorosa e nessuna polizia ti molestava. E nemmeno i preti, q.b.
Ma non sarà così. Passate le caldane sudatizze di Erdogan, i turisti torneranno ad abitare il bazaar dei loro deboli immaginari, affolleranno i negozi di lokums, si abbufferanno di cozze e babbucce e osserveranno soddisfatti la polizia in assetto di guerra. Uguale dappertutto, Dopo tutto, dirà la signora Narcisa, c’è un gran movimento, la gente va in giro, si può comprare tutto. E tutto sa finisce. E ricomincia. Bin bon bon al rombo del cannon.
A proposito di greco mar http://www.antelitteram.com/antologia/foscolo.htm
A proposito di Istambul e per chi volesse leggerlo, suggerisco la lettura di un libriccino memoriale di tale Victor – Vittorio Eskenazi, Grazie della gita in calesse. È difficile da trovare, ma forse in
http://www.anobii.com/books/Grazie_per_la_gita_in_calesse/9788842200772/018d00f4b17b331233,
A proposito di appelli



