Il buio di San Silvestro

So già che mi attirerò l’ostracismo di alcune tra le più candide anime dei pochi lettori che ho. So anche che sto per toccare la corda sempre tesa di certe fantasie mitiche e la miccia di quel sempre in agguato terribile amore per la guerra(1) che ci minaccia tutti, nessuno escluso tutti pronti a tirare il grillletto all’occorrenza, assodato che una congrua percentuale del nostro patrimonio genetico ci arriva dai Neanderthal, grandi migratori e  pacifici non saprei. Mi assumo pertanto il rischio di sorridere dell’asserzione propalata in queste ultime ore dalla pubblicità giornalistica, che le bande della notte di san silvestro, minori ma non diverse da quelle di analoghe notti sante e cristalline ma che consiglio non portarono affatto(2), fossero riconoscibili per essere composte di nord-africani a distinguere i tratti lombrosiani dei quali, le scuole di ogni ordine e grado parrebbero addestrate ad allevare i piccoli e i grandi con infallibile metodo. E di arabi, non difficile esercizio questo del riconoscimento: hanno il naso fallico come gli ebrei, si sa le cuginanze, e come questi ultimi sono viziosi e lussuriosi da cui le scritte voglio scopare  diffuse dagli assaltatori di donne bianche. Invece parrebbe che nella virtuosa brianza, per esempio, nessuno abbia desideri simili né che li esterni con cartelli pubblici, ma solo al bar, tra pochi amici sinceri e carbonari che della figa hanno quella visione ideale che la esalta come mater dei; del resto, quando siano irrefrenabili, la chiesa matrona vigila per pilotare sentimenti di dubbia castità verso giochi catechistici come il calcetto, la palla a mano, lo scoutismo e il calcio balilla. E peraltro la percentuale laica e tiranna dei bianchi invero preferisce devastare le fontane del Bernini, ingaggiare lotte a coltello tra guelfi e ghibellini dell’una e dell’altra società calcistica, devastare i gabinetti dei treni deponendovi, ma solo i propri escrementi, e lasciandoli lì all’osservazione libera di chi nel dopo passerà da detta ritirata o latrina.

È ovvio peraltro biasimare imprese collettive di questo tipo, accumunate dalla stessa voluttà squadristica. Non casuale né estemporaneo mi appare tuttavia il dominio dei tempi di esecuzione, pressoché perfetto… credo che nemmeno un regista d’opera lirica vi riuscirebbe… l’orchestrazione armonica per più parti separate, la contenuta entità dei danni materiali, di là dalla paura inflitta su cui c’è da interrogarsi, l’assenza organizzata della polizia, il rapido sacrificio, chissà se e quanto bene remunerato, di un capo della polizia stessa, la pronta reazione del popolo bianco chi sotto banderuole rosse, chi sotto l’usbergo di svastiche e slogan ariosi, uno dei quali segnalo per averlo letto di sfuggita in una inquadratura, Fascismus ist keine Meinung, con una cabaletta troppo rapidamente svanita dal cinegiornale per essere sicuro io che cantasse, sondern ein Glauben(3). È ovvio dicevo biasimare, ovvio un sentimento per lo meno  inquieto del prossimo futuro. Del resto studentesse ree di porto abusivo di jihab malmenate a bologna la dotta, protestatrice muta con analogo copricapo allontanata in malo modo da un comizio di quel plantigrado, abusivo anch’egli, di un trump.

Tanto che nessuno lo ha fatto, per niente ovvio invece darsi ragione del metodo e dei tempi nell’esecuzione ed esibizione notturna, e domandarsi cui prodest. A chi giova tutto ciò. Agli arabi così facili da distinguere nella vulgata, o forse sì in areali dominati dal tipo ariano così diverso da quello calabrese o camorrista, in ogni modo agli arabi direi che non giova; quanto e quale il vantaggio nel farsi prendere per dei mammaliturchi. Penso al negoziante, al pizzaiolo egiziano, all’assicuratore iraniano o al medico palestinese, alla studentessa irachena, all’interprete della polizia marocchina, tutta gente che conosco e che qui nell’Europa densa di fantasmi ha costruito la sua pace e che tutto certo desidera tranne essere crocifissa domani o indicata oggi dai manifesti legaioli per most wanted; o chissà prendere in mano il potere in quanti pochi sono per abbattere le madonnine infilzate sulle guglie delle nostre tradizioni; soprattuto se si pensa alla situazione di gaza e cisgiordania, adesso che anche ai più sfegatati bigotti filo israeliani qualche dubbio sul buon senso del governo israeliano, sorge in fronte. Forse. Né hanno vantaggio i sedicenti nordafricani, i cui paesi rispettivi commerciano alacremente con tutto il continente candeggiato e che tutto farebbero tranne disgustare i loro clienti. Una cosa è l’islam, altro il buon commercio di arance, olio, vino, spezie, datteri, cocco, petrolio, gas, e turisti.

Allora, mi domando di chi, se c’è, è la regìa di questi agiti controproducenti, attentati non esclusi, che pure son fatti e non certo disfatti. Inesperto di teorie del complotto non so rispondermi; nomi balenano nel planetario della mia immaginazione like c-beams glittering in the dark near tannhäuser gate(4): il mossad, l’eterna cia, la trilateral, il vaticano, hmm fammi indovino che ti farò beato; perbacco sono stato tra i primi contro il ’68 e so tuttavia per certo che è impossibile sollevare in contemporanea masse significative per numero e convinzione, agitando uno spauracchio noto e diffuso, dagli alle loro donne, con rapidità e in assenza di un ordine, una preparazione e un metodo militare che determini lo scopo, i contorni e i limiti di un’aggressione e tale per cui essa, per quanto sgradevole sia essere palpeggiati sotto la cattedrale dell’acqua di colonia, non culmini in una replica dei fatti di nanchino, 1937, dicembre e mesi seguenti. Non furono 397 le vittime laggiù e non di minacce, ma 20.000, qualcuno parla di 80 sempre mila, violentate da uno o preferibilmente da più, mutilate, sventrate, impalate, dimenticai bruciate vive(5). Ripeto pertanto che il terrore può essere utile quando si è pronti a rovesciare un avversario giù dai suoi piedistalli, dall’interno, o a un’invasione reale dall’esterno. Il terrore dipende da quanto si è disposti a infliggere e a subire per contrappasso; perché la sua medaglia ha due facce, analoghe e contrarie. O una sola. In ogni modo…

I teddy boys, signori, non è una novità/rompevano le scatole già nell’antichità:/ai tempi di Nerone giocando coi cerini,/bruciaron tutta Roma/son scherzi un po’ barbini./Durante il Medioevo bigotto e un poco nero/avevano un contratto picchiavan per il clero./Più avanti nel seicento mollavan sganassoni/però eran tutti bravi lo dice anche il Manzoni./Nell’ottocento invece con il romanticismo/picchiavan per la gloria l’onore e il patriottismo,/Giuseppe Garibaldi capì la situazione/ne prese circa mille e fece la nazione./Nel secolo ventesimo scoppiò la gran scintilla/fu allora che poterono vestirsi da balilla./Adesso per lo meno non c’è niente da dire/lo dicono e lo fanno per cinquemila lire/lo dicono e lo fanno per diecimila lire/lo dicono e lo fanno per ventimila lire ad lib.
Nanni Svampa ( Milano 1938) I teddy Boys -1965
(1)James Hillman –Un terribile amore per la guerra- Adelphi 2005
(2) Notte di San Bartolomeo (24 agosto 1572-30.000 morti ca.)Kristallnacht (10 nov 1938-solo 91 morti)Nacht del langen Messer (30 giugno 1934 -forse solo 200 morti)
(3) il fascismo non è un opinione ma una fede.
(4) Blade runner-https://www.youtube.com/watch?v=_JjJzMBGUwo
(5) Minnie Vautrin- Terror in Minnie Vautrin’s Nanjing: Diaries and Correspondence, 1937-38-Illinois University Press 2002.
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Piove

Non è certo per me che mi preoccupo, ovvero alla lettera che me ne occupo con anticipo ed inquietudine, né per i molti che mi sono affini per età o elezione e, forse ma non è assodato, per lucidità di pensiero; io apparente, e non solo, potrei morire ora stesso colpito da una saetta olimpica; oh come mi piacerebbe non dovere attendere più complesse apocalissi, schlang ti saluto e non sono più. Del resto di che giri gira gira l’elica e romba il motor del mondo l’ho visto a sufficienza e afferrato al volo; dopo una certa età vivere rende consapevoli del sostare in una sorta di limbo tra la cella della morte e l’agonia; chiunque la vorrebbe il meno spiacevole possibile piuttosto che lunga, schlang. Chi come me, ha lasciato da tempo i propri genitori in orbita terrestre, da quel momento ha chiaro di essere a sua volta sparato in un buco a fare il bosóne di se stesso, schlang.

Ha piovuto ieri una pioggia svogliata dopo cinquanta giorni di siccità; oggi nubi isteriche sembrano disponibili ma non si concedono; oh se la piova piovesse, torrenti che si sono già insabbiati potrebbero riceverne un piccolo beneficio. Piccolo davvero. Le alpi sono depilate al punto che la neve non sa a che santo aggrapparsi. L’idiozia scia su piste di candore artificiale ma che importa. Scommettere che i telegiornalieri parlano di maltempo, ma tornerà il sereno. Verrà il sereno e i vostri occhiali avrà (1), oh cravattieri di guascogna.

A distanza di anni luce si collocano tutte le opere degli ingegni brillanti che hanno popolato il pianeta e, benché più vicino, il lontano ricordo di un film pieno di attori oggi deceduti o decidui, La grande bouffe-la grande abbuffata, 1973 (2), predizione di un mondo così bene intonato al perdurante idealismo delle magnifiche sorti e progressive (3) da non rendersi conto di rappresentare l’auto sacramentàl di una stirpe furibonda, rapace di appropriazione e di estinzione, compiaciuta dell’eccesso, dello scialo insensibile, demente fronte alla propria stessa eliminazione, anzi dedita con metodo al proprio suicidio.

Coevo o quasi, 1972, tuttavia di qualche anno luce più in là, anche il misconosciuto primo rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo (4). Fu chiaro in quegli anni a pochi svegli che si andava a rotoli. Eppure tutte le Fiat del pianeta vendevano giocattoli a motore affinché il pezzente, illuso di stare su una democratica griglia di partenza, si sentisse assunto tra i pari del mondo; affinché lo specchio delle sue brame gli sussurrasse ogni giorno l’incantesimo adatto a farlo sentire alla guida dello stesso trick e track utile a farlo girare e rigirare dritto nella gara per l’appagamento fino all’annegamento.

Allora di che ti vai lagnando, non capiamo, spiegati, qualcuno domanderà tacendo. Interrogato lo sventurato risponde che si lagna, si perplètta, si désola perché gli appare chiaro quanto quello stendardo della cinematografia, hollywood, apposdatato sulle colline de los angeles, sbandieri il proprio hic manebimus optime (5) alla pari con uno dei tanti stendardi neri che si stendardano su deserti già costituiti tali. Hic non manebimus. 50 giorni di siccità in territorio alpino sono segnale di facile decifrazione, un annuncio fatto a marie di sventura che l’era della mangiatoria è finita. Tranne che per pochi auto-eletti scericchi. There is a thin thread of a plot che lega insieme fatti in apparenza distanti. La vendita di petrolio e i delitti seriali dei jihadisti significano la stessa cosa: abbuffiamoli, non ci sarà bisogno di mangiarli. I figli e i figli dei figli… chiudo tutti gli occhi che possiedo per non immaginare il resto. Il discorso potrà apparire fumoso ma non è inquinante. Amen. Atmen (6).

La ginestra o il fiore del deserto https://www.youtube.com/watch?v=ZqzVXF3Fx4Y


(1) parodia di Per tutti la morte ha uno sguardo/ Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Cesare Pavese (1908-1950)
(2) Marco Ferreri (1928-1997) La grande bouffe -1973
(3)in La ginestra o il fiore del deserto – Giacomo Leopardi (1798-1837)
(4)cfr. in enciclopedia Treccani e http://www.clubofrome.org
(5)Qui steremo benissimo, Tito Livio, Hist., 5, 55. Si narra che dopo l’incendio di Roma, 390 a. C., attuato dai Galli invasori, alcuni senatori proponessero di  trasferirsi a Veio. Ma pare che a questa notizia, un centurione gridasse: “Signifer, statue signum, hic manebimus optime”, vessillifero, pianta l’insegna, qui resteremo benissimo. In questa frase i senatori divisarono un monito divino e Roma non fu abbandonata
(6)Tedesco per respirare
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2015 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2015 annual report for this blog.

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Cyranerie per nasi fini

Nella corrente del tempo si raccolgono le prove della propria esistenza. Si possono trovare colpevolezze e a volte latitanze, nebbie. Leggere e leggersi, studiare e studiarsi, scrivere e scriversi sono altre prove dell’inconfutabilità di se stessi. L’autismo non giova né al cartesio né al carteggio. E giunti al fin della licenza/ l’esistenza ci tocca, poi, ci stacca.

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Presempi umani

Il sol ridea calando dietro la linea dei monti che separano i lugano bella dai lombardi. Un sole neutrale ottimista, malcelato gaglioffo, che se la ride da un mese e più con i suoi raggi cosmici che tramutano un inverno privo delle immagini che gli competerebbero in memoria autunnale; temperatura mite tra alzi e sbassi, pioggia a zero, rocce pelate come inguini in menopausa, neve da nuvole transitorie; né varranno a cambiare la sensazione di débacle a rate, le strette di mano e i flash e le lacrime dei delegati di Parigi, tutti beati nell’asserire che bisogna tenere  di mezzo grado a cuccia l’aumento devastante della temperatura media epperò anche di qualche zic il malevolo umore dei paesi emergenti. Tutti cinesi, preconizzava Céline quasi un secolo fa, Tutti negri. Pollice verso, abbasso Céline, mentre il suo delirio d’orrore si avvera. La Cina si sta comprando l’Africa, cioè resorts di mangrovie per qualche mezzo miliardo dei suoi sovrabbondanti gran lavoratori; dissoderanno in venticinque minuti e mangeranno là dove gli africani si sono accontentati per secoli di tirare su qualche mango e i bianchi incanagliti a cavar loro le budella d’oro. Intanto è diventato due il limite dei figli pechinesi per coppia; non so per le coppie clandestine o per i clandestini in coppia.

Però l’addio al sole del lago è tanto bello da stringere il cuore se il suo sogno s’avverasse. Nostalgia del futuro. L’acqua, fin che c’è, è un miracolo; i torrenti che continuano ad affluire nonostante la siccità; altri sono in secca al punto di non essere guadi ma uadi. Il grande fiume Adda, bello e maestoso, elegante nell’incedere da gran signore in alti tacchi su un lastricato di plebi.

Miriadi di lucette  vespertine si accendono sul complessivo albero di natale delle coste e dei fianchi montuosi. L’aria è blu. Vien su per l’esofago un’accorata allegria, un magone giansenista di misurata disperazione e smisurato sgomento. Un pensiero a volo di uccelli esuli plana sul bordo di infinite finestre illuminate. Siedono vecchierelle e vecchierelli con gli occhi presbiti, miopi, glaucomici chini sulle loro riviste illustrate; la solitudine volta loro le pagine. Domani e dopo e dopo stormi di parenti neri per gli eccessi delle longevità, bambini che sognano il loro corso di marketing. Buon Natale mamma, auguri nonno. Io ho già fatto il bis.

E non nevica.

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Grazie dei fior

Tutti mi dicono bionda ma io bionda non sono**…

Qualcuno, nel pattuglione di insperati lettori, si domanderà come mai, dopo un meditato silenzio impegnato per un’opera ‘ssai voluminosa per la quale trovare un editore è l’impresa delle imprese, pubblico adesso simil-dotte conferenze in vece di  racconti. Il fatto è questo; le dotte sono un omaggio ai padri greci, un tanghino argentato che mi costa soltanto  il divertimento di produrlo, il gusto di gettarmi nel witz a blitz, il piacere del paradosso rivelatore, il brivido dell’escursione in solitaria che tanto mi allontana dal, tanto  mi rende antipatico al resto del mondo; si sa; il bipede che trova for ever and ever lustro lo specchio delle sue brame di plauso, approvazione e reame, il bipede perennis euro 7, il suddito alla Mann, il  kulturphilister* dire-fare-cosare ché al pensare ha sostituito l’informazione che pensa per i più e li dispensa così dalla tavoletta, IL tablet -LA tablet e LA automobile- come dalla più comoda tavoletta della comoda, assicella del cesso da dove il pre-digerito si muta in pre-defecato, il piccolo borghese che dà premi alla stessa strega ha da essere simpatico, culinario e bella persona; tutti mi chiamano bionda, detta il marketing dell’anima postulato di recente da un noto editore di su’cessi. Tutto quello che c’è, sì. Il racconto invece, il racconto in quanto stile di racconto, di ritmo, di termini e confini, nonostante la mia ben nota agilità pennaiuola, è un lavoro per me, il mio autentico lavoro; in senso fisico uno spostamento di tempo, peso e misura. Dunque mi tratterrò d’ora in avanti dal distribuire gratis, benché a pochi disinteressati, ciò che almeno nella fantasia potrei rilasciare al cambio del suo valore. In attesa di questa eventualità, delle prossime apparizioni, suggerisco di riguardare l’ELLEnco delle mie operette già comparse e di divisarne l’acquisto, il regalo di buon augurio agli amici più cari per un anno, nuovo di rivincita della letteratura sul giornalismo e sulla fuffa truffa. Regalarsi basta, mi ha ingiunto il mio editore, Specie a chi non si accorge delle tue ormai ripetute epifanie di befàno, tante che nemmeno la migliore tra le madonne basterebbe ora ad osservarle. Agli operai  la giusta mercedes. Dunque chi può, chi vuole, faccia contento l’editore senza pensare a me che tutti mi dicono difficile ma io difficile non sono; anzi,  per cortesia natalizia offro ora questa canzonetta da meditazione sulla quale tanto fantasticavo da bambino, malato, sempre malato, ascoltandola alla radio da Nilla Pizzi e struggendomi prima di darmi conto che d’ogni alba il destino è diventar tramonto/Alessandrino.

Patrizia Laquidara covers ( si trascurino  gli strilli di vedova orgasmica finali)

https://www.youtube.com/watch?v=ZmvyMagBCk4

*filisteo culturale, la definizione è bensì di F. Nietzsche
**per gli amanti dello splatter https://www.youtube.com/results?search_query=tutti+mi+dicono+bionda
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Buon natale all’animale

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/12/04/dentro-gli-allevamenti-intensivi-di-conigli-gabbie-microscopiche-e-cuccioli-lasciati-morire-fra-le-feci/448288/

Je suis sûr qu’il en sait plus qu’il dit et même sur ce qui va se passer… Le silence animal c’est quelqu’un. Dal malcapitato sulla terra Céline al suo gatto Bébert.*
L’umano ha un intelligenza  che sfiora, varca  e si addentra con gusto nei territori della stupidità. E ogni stupidezza si presenta con la sua maschera migliore, crudeltà appagata da sé medesima… E mi presento; sono un’anima passibile di candida e, nonostante sia candidato certo al decesso, nonostante defechi e urini, nonostante dei santi non mi appartengano né odore né stinchi né altri accessori anatomici e abbia praticato specie nel passato qualche po’ della sessualità assegnatami volente o nolente dalla natura naturans (cfr. Enc.Treccani), nei limiti del possibile primate anch’io con tutto quel che ne consegue, sempre nei limiti del possibile non sono né violento né depravato, cioè un essere umano. Capisco peraltro chi mangia i morti convinto che faccia bene alla salute riempirsi di cadaverina, per quanto cotta, ma non si convinca egli che una superiorità fantasmatica o una diversità immaginaria estranea al resto del mondo gli affibbi il diritto di farlo e nel più sconveniente dei modi possibili. Non capisco, né giustifico né assolvo chi, convinto di potersi e doversi  impossessare d’altri con la morte, dell’altro  prima  fa cavia, vittima e olocausto, prodotto industriale della propria naturale crudeltà. È vero che l’Iliade è piena di assassinii e che Omero, il nostro non vedente personale come direbbe il bipede standard, tagliatore di teste che addolcisce i termini delle proprie fallàcie, che Omero dunque ne racconta di crudi e di cotti, ma attenzione si tratta di uomo contro uomo, un contro l’altro armato, e di non meno feroce donna nel caso di figlie, spose e sorelle di Troia.
Come si vedrà nel filmato e come del resto si dovrebbe sapere  i nazi hanno fatto scuola. Il metodo è uguale, non simile, uguale; il gusto del far soffrire o l’indifferenza, mascherata di scienza, colpevole nell’infliggere il male più ancora del dolore, è il medesimo. Il divario sta nell’impavida convinzione con cui i nazi, e altri per carità, non diamo loro meriti particolari se non al loro metodo, i nazi si sono accaniti on their own, anzi su conigli prediletti da Dio. I prediletti dalla forca di ieri torturano nell’oggi del resto, dall’alpi alle piramidi dal Manzanarre al Reno** e grazie alla premura dello stesso ciclopico personaggio, uguali metodiche si applicano a chicchessia. Non so dunque come dormano quei macellai che vedrete, che dovete vedere perché la tenerezza di coratella non giustifica lo sguardo volto altrove. Cioè sulle ben intingolate coratelle altrui. Non so come dorma o peggio con che faccia s’imparrocchi, oh ci andrà oh sicuro che ci andrà la signora sonderkommando di sé stessa, che ogni mattino chiappa per le orecchie  poveri morti e li seppellisce nel congelatore; le pelli serviranno per guanti, you bet; si racomanda di surgelare prima della decomposizione. Non lo so ma tutti sappiamo che il cristianesimo è il derivato principale  di un discreto macello finito con inaspettata happy end per il macellato. Non lo so ripeto e voglio credere alla schizofrenia di chi vive nell’inferno che ha creato e poi tutte le feste al tempio (Giuseppe Verdi -Rigoletto- A1). È storia nota quanto la querelle irrisolvibile tra vegetariani e carnivori. Tra cacciatori e cacciagione. Del resto ottimi padri d’industria sono orrendi padri di famiglia e spesso tutt’e due e anche di più. Il piccolo padre con i baffi sorrideva e macellava. Non lo so, non so nulla se non l’orrore. Questo mi è chiaro fin dalla più tenera età, quando noi bimbi privilegiati da Immaginazione si credeva a Babbo Natale, alle renne e all’anima degli orsacchiotti di pezza. Poi il buio di una trincea, fischietto e tutti fuori, rataratatatatrratatta. La vita è un bond, James. Amen

Iliade, libro VI 53-60

… ἀλλ’ Ἀγαμέμνων
ἀντίος ἦλθε θέων, καὶ ὁμοκλήσας ἔπος ηὔδα·
ὦ πέπον ὦ Μενέλαε, τί ἢ δὲ σὺ κήδεαι οὕτως
ἀνδρῶν; ἦ σοὶ ἄριστα πεποίηται κατὰ οἶκον
πρὸς Τρώων; τῶν μή τις ὑπεκφύγοι αἰπὺν ὄλεθρον
χεῖράς θ’ ἡμετέρας, μηδ’ ὅν τινα γαστέρι μήτηρ
κοῦρον ἐόντα φέροι, μηδ’ ὃς φύγοι, ἀλλ’ ἅμα πάντες
Ἰλίου ἐξαπολοίατ’ ἀκήδεστοι καὶ ἄφαντοι.

… Quando Agamennone/sopravvenne correndo e diceva parole gridando:/oh scemo d’un Menelào, che perdi tempo con questi?/belle cose t’han fatto in casa i Troiani!/non uno deve sfuggire alla morte/alle nostre mani nemmeno, se maschio,/quello che ancora in pancia ha sua madre,/sterminiamoli tutti ché d’Ilio/neanche il nome ci resti.

La versione, piuttosto libera, è per gentile concessione del vecchio Toni Comello che me la regalò da vivo, quando di notte traduceva e traduceva e traduceva dal greco su infiniti foglietti di carta…

le monde des grecs, le monde tragique, soucis tous les jours et toutes les nuits.   L.F.Céline-Nord

*Sono sicuro che di quello che succederà ne sa più di quel che dice. Il silenzio animale è Qualcuno.
** questa e la precedente citazione da Alessandro Manzoni, Il cinque maggio.
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The short Penny Pencils

Incoraggiato dal giudizio del mio amico dr. K*, anglo di studi, franco di  laurea e passaporto, palestinese di nascita, libanese per un po’ e amico del mio caro Mohamed vendo-di-tutto l’egiziano, ripubblico con alcune ritocchi questa storiellina per bimbi, scritta a suo tempo per una fondazione culturale di Gaza City che, nei suoi quaderni, la pubblicò. Siamo alle porte del Natale, là dove voi umani avete visto cose che nemmeno immaginarsele noi mutanti. Le storielle tirano, come si dice in tutte le famiglie, sacrificate e non. Chiedo scusa all’anima di Virginia Woolf per le incertezze lessicali e sintattiche, ho imparato l’inglese ma non sono polacco.

Hey, I am a thinking device, to writing devoted. My name in short is Penny, but I am not always too short. Family name, Pencils. I am – or shall I say we are – I am very old, so old that no one of us seem to pay attention to it.  I am a clever, friendly but silent companion. No needs of electronics. No needs to other power except your mind… Or should I say my mind?… I can work very hard here, there and everywhere, whatever you need, whenever you want. When you will sitting down somewhere and having your rest, in your courtyard, in your kitchen, even in your bathroom or in your bed, I will always stay at your command. You never miss my complete cooperation; not to mention the thin blade that I sometimes need, to sharpen the tips of my character. Often, you will find me in restless working with a paper block, or even with a single sheet. Single we are both of us, me and him. I have not yet had the desire to get married to anyone. I come from a large family, spread out in time all over the world, with many nieces, and daughters, aunts, sisters, chiefly sisters. The most of us are stiff girls, deep thinkers, all dressed in black. However, there is a great many who love colours; no matter of which ones: if orange as the golden oranges on their trees; or silver blue like the bluefish under the seas; or green, as in the springtime the tender leaves; or sandy like the sand. Or like the seagulls, white. In general, no one of us should be for you a lesser pen pal than some other one. In my smart black suit, I will be able to suggest you, your best memories, your dreams and hopes, your toughest thoughts, or commonly your shopping list. Simply ask me and write, write down whatever in your mind. My coloured sisters will be happy to offer then the right nuance to your imagination, which is like a precious gift. As a present to yourself, which you will keep forever and ever, don’t forget to remember that every astounding poet, every amazing painter, started their great poems, their large painting, with a short line in some white space.

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Stelle danzanti

Pablo Picasso (1881-1973) dipinse 58 studi sul tema di Velásquez (1599-1660), las Meninas (1656). Teofilo Gautier (1811-1872) alla vista di quell’opera oggi al Prado di Madrid, pare domandasse clara voce dove fosse  il quadro. Lo si vede riflesso infatti il quadro, i due imperatori di allora Filippo IV e la consorte Marianna, nello specchio di sfondo; ma nella rappresentazione dei soggetti alla ribalta, della tela inclusa in questa stessa rappresentazione, si vede il retro da cui sbuca autoritratto Velasquez stesso, con il volto légèrement tourné et la tête  penchée vers l’épaule. Il fixe un point invisible mais que nous les spectateurs pouvons aisément assigner  puisque ce point c’est nous-même, notre corps nos visages, nos yeux. Les spectacles qu’il observe est donc deux fois invisible: puisqu’il n’est pas représenté dans l’espace du tableau, et puisqu’il se situe précisément  en ce point aveugle, en cette cache essentielle où se dérobe pour nous-mêmes notre regard au moment où nous regardons.*(Michel Foucault-Les mots e les choses-Gallimard-pag 20). Picasso dunque dipinse  58 studi, una moltitudine di punti di vista, di ricercari sul tema di Velasquez. Li dipinse nel 1957 a Cannes e si possono osservare al Museu Picasso di Barcellona, città d’arte che varrebbe un viaggio non solo per questo ma per molteplici altri motivi.

La cocciuta pretesa di capire, attenzione al suo  archetipo latino càpere-comprendere ovvero contenere da cui càpulus-fossa, un  significato solitario, nella maggioranza dei più si manifesta per solito in misura inversamente proporzionale alla loro  effettiva possibilità,  capacità di capire. Tanto più si sforzano tanto più restano in una retrovia della comprensione, in un accampamento di simboli marginali e metafore usuali, usate, abusate ma confortanti. Operazione di riduzione ad unum, che blandisce l’ombra della morte che ogni opera d’arte, potremmo parlare delle visioni di Picasso bambino per esempio, porta con sé, allontanandone talvolta per il soggetto l’eventualità scontata. Per contenere occorre svuotarsi o, come si direbbe in francese, disporsi à la belle étoile, all’addiaccio, sulla nuda terra. I misteri di Mitra, dio nato dalla roccia, mi pare di ricordare che avvenissero nel sottosuolo, un càpulus appunto una fossa, nella terra dove non si sa che cosa potesse accadere di là dal simbolo, cioè dalla mancanza che il simbolo reca con sé, oscurando dove va chiarendo. Tanto più si cerca la ratio di un’opera tanto meno la si trova proprio perché  si sovrappone la debole ragion d’essere dell’essere alla ratio totale di un’opera intesa d’arte. I postulanti del che vuol dire, gli inspiegatizi, gli interpreti coûte que coûte vanno dunque a caccia DEL SIGNIFICATO come al mercatino di natale cercherebbero un presentino da acquistare, unico piccolo dio, erroneamente attribuito al desiderio di compiacere quando si tratta sì di compiacere qualcuno, ma il proprio inespresso Narciso. Regalo è invece l’opera d’arte, il regalo torno torno al quale, una volta scartocciato il suo involucro fittizio, si gira e rigira  sciogliendone o credendo di scioglierne, ossia per distrazione di vocale, scegliendone via via alcuni enigmi, le associazioni incerte, gli echi fugaci. Molteplicità. Il punto di vista; difficile da mantenere al punto che occorre continuare a volerlo. È in ogni modo adesivo e personale. Un’analisi, alla fine della quale come in ogni risoluta analisi, si emerga a confronto con un nòcciolo, non particolarmente duro, anzi in cui si affonda nell’inconoscibile assoluto. Qualcuno avrebbe detto un buco nero. Primo benché non unico tra gli artisti non dediti a un mestiere d’arte, lo capì Nietzsche in Ecco homo, ovvero come si diventa ciò che si è, ovvero stella danzante. Freud un altro. L’arte, l’opera d’arte sprofonda nel fondo là dove è insondabile tanto che ogni tentativo di tenercene a distanza di ragionamento, di essa ci fa risalire alla superficie e perdere di vista il fatto che l’arte, quando si manifesta autentica, ha il vantaggio inconfutabile di far coincidere del nòcciolo, l’interno con la sua superficie.  L’artista vàgula, giù giù cala giù afferrato dall’enorme forza gravitazionale di questo nucleo, lasciandosene guardare e governando la discesa con il paracadute del proprio indispensabile lessico, della propria faticata sintassi, del proprio conquistato stile finché tutto il suo pensare venga inghiottito e assimilato al nòcciolo stesso, là dove tutto si concilia, si comprende e comprende. Lo capì bene Flaubert, il signor madame Bovary c’est moi.

C’est pourquoi de plus en plus la littérature apparaît comme ce qui doit être pensé, mais aussi bien et pour la même raison, comme ce qui ne pourra en aucun cas être pensé à partir d’une théorie de la signification…. le langage va croître sans départ, sans terme, sans promesse. C’est le parcours de cet espace vain et fondamental qui trace de jour en jour le texte de la littérature.** (Michel Foucault- ibidem- chiusa pag. 59)

*… di poco discosto e la testa appena inclinata sulla spalla. Egli fissa un punto invisibile, ma che noi gli spettatori, possiamo agilmente attribuirci perché quel punto siamo noi stessi: il nostro corpo, il nostro viso, i nostri occhi. Lo spettacolo che egli osserva è dunque due volte invisibile: perché non è rappresentato nello spazio del dipinto e poiché si situa di preciso in quel punto cieco , sotto quella  maschera o nascondiglio essenziale, là dove il nostro stesso sguardo si sottrae a noi nel momento stesso in cui ci mettiamo ad osservare
** È con ciò che la letteratura emerge sempre di più come ciò che deve essere pensato, ma tanto più e per il medesimo motivo, come ciò che non potrà più essere pensato a partire da una teoria della significazione… e il linguaggio si accresce senza origine né termine, né promessa. È il sentiero, in questo spazio vano ma fondamentale, che traccia giorno dopo giorno il testo della letteratura.
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Fatti, strafatti e fatte

Non so quante erano ier sera a Malanno le giubbe blu impegnate per forse 30.000 euro l’anno a fare la guardia al conclave della corale lirica di quei de trècentmila  éuri in sü l’anno. I metal detectors non hanno suonato  perché  solo Bond James Bond ha fisico e classe bastevoli per indossare la Glock 17 sotto il dinner jacket.*  I metal detectors non hanno squillato perché  di squille ce n’era il soverchio e  avanzava l’orchestra. Annoiati persino i sé dicenti  contestatori. Il resto è il silenzio assordante delle carte di credito.

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