L’isola che c’è ed è di plastica

C’è un’isola in mezzo al pacifico, che resiste a tutte le tempeste pare, è di plastica infatti, grande quanto il texas, texas is a state of mind is an obsession*, una stella solitaria e galleggiante, oh numi possenti km e km di quadrati, sei-cento-novanta-seimila-duecento-quarantuno per essere precisi, un enorme patrimonio, anche a calcolarlo in centesimini di dollaro o di euro o di lire turche, di sacchetti e pezzettini di tutte le plastiche immaginabili, qualcuno persino si può supporre derivato, il pezzettino, la particola, dal grasso petrolio texano per cui, viene fatto di pensare, è come se esso di nuovo affiorasse nella sua epifania definitiva, l’angelo o il cavaliere non previsto da Giovanni l’apocalittico, il sacchetto di plastica. Si sono riuniti, è questo il fatto curioso e non si sa, si fa fatica a immaginare come si siano trovati, quale attrazione fatale si sia esercitata tra loro, come sia stato facile ai sacchetti quanto sarebbe difficile non solo tra uomini, persino tra maschi e femmine che costituiscono la maggioranza relativa della specie, ma anche tra formiche; o c’è da credere che esista una così enorme solidarietà tra le plastiche, la stessa che coalizza le cavallette.

 *La frase, completa di virgole e maiuscole, di John Steinbeck suona, Texas is a state of mind. Texas is an obsession. Above all, Texas is a nation in every sense of the word

Posted in Al-Taqwīm | Leave a comment

Un lavoro qualunque

Una cosa attira l’altra e le due dame passeggiano per comprare e per passeggiare, perché questo è il loro lavoro. Esse passeggiano e si dondolano a tempo con le belle borsine piene dei loro desideri acquisiti, arrancano sotto il peso dei loro importanti deretani, deretani in seduta plenaria, e intanto regolano il mondo come dev’essere da oggi a domani per l’eternità. Non ci arriveranno, lo sanno ma se ne dimenticano e sincronizzano il mondo su una loro idea di senza tempo, parziale e ottuagenaria.
Così risulta che preferisce il sussidio invece di cercarsi un lavoro qualunque, dice la più pesante e più bassa di statura delle due alla compare; chi dovrebbe cercarsi un lavoro qualunque non si sa, ma si intuisce dalla declinazione spregiativa di sussidio, lavoro e qualunque, essere qualcuno che a Madame dovrebbe fare il piacere  di cercarselo quel  lavoro qualunque, un lavoro senza storia dunque e senz’altra motivazione che non sia quella di smetterla di minacciare il paesaggio di Madame il cui lavoro di comprare e passeggiare non dovrebbe essere sciupato da persone che non si cercano un lavoro qualunque, alle quattro del pomeriggio. Se poi spaccasse una vetrina, questo qualcuno e qualunque, madame non ci si potrebbe specchiare più e forse perderebbe il senso dell’orientamento e dell’identità e della sua eternità. Sarebbe un peccato non potersi specchiare a ottant’anni nella stessa vetrina, in carrozzina. Spinta da qualcuno che ha trovato un lavoro qualunque.

Madame promène son cul sur les remparts de Varsovie/Madame promène son coeur sur les ringards de sa folie…Tandis que moi tous les soirs/Je suis vestiaire à l’Alcazar

Jacques Brel_Les remparts de Varsovie_1977

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , , | Leave a comment

Sìsifo

Dieci o dodici mila anni fa, poco più poco meno la datazione è incerta e per dirla tutta improbabile; al tempo, per chi ne avesse sentito parlare, della questione dell’acqua a Corinto, Zeus che già allora era molto vecchio ma non si dava per vinto, con l’astuzia mielosa e quèrula dei vecchi pederasti, per dilettarsene, catturò le attenzioni prima e il resto poi, di una ragazzina, Egìna, figlia di Asòpo dio delle acque. Del fatto fu testimone Sisifo, un uomo infaticabile.

Ovvio che Asòpo avesse dei sospetti, ovvio che sapesse vita, morte e miracoli, si dice così da non si sa quanto tempo, di Sisifo, probabile che avesse adottato dei trucchetti da Serpico per non farsi sospettare, perché Zeus, che dirige, ma sarebbe meglio dire comanda senza tante storie e senza incertezze sulla plausibilità e ragionevolezza dei suoi ordini, una banda di pari malfattori, la cui attività quotidiana tra le tante, inutili e fastidiose e pericolose al genere umano, consiste nello spiarsi e spiare; una sorta di polizia politica che non si fida nemmeno di sé stessa, arriva dappertutto, segue chiunque, anche nei tàlami, come usano dire gli dèi per bocca dei loro aedi, i poeti, dei letti in cui consumano tutto quello che c’è da consumare, la vita ad esempio, predilige e ripaga chi meno se lo aspetta, anzi proprio lui, ma non dimentica mai nessuno, tanto che ognuno sulla terra vive con l’ombra di questa Okhrana, per non parlare del fiato che spesso è vinoso, sul capo. Solo i fortunati sulla terra, ci ballano, per così dire, una sola estate, trafitti da un raggio di sole.

Servivano prove ad Asòpo e contava di avere una buona mercanzia di scambio con Sisifo, sa che gli preme trovare acqua per Corinto e, poiché Asòpo dirige e amministra il groviglio sopra e sotto di acque che costituisce il sistema circolatorio della terra, una buona fonte per il nome del mascalzone che gli ha sciupato la figlia è un prezzo onorevole da pagare. Sisifo, prima tentenna, diffida in genere ma specie di chi promette acqua agli assetati, ma poi parla. Asòpo, contentone, paga il prezzo pattuito per la soffiata, la fonte Pirène, non si sa se perenne. Le cose sembreranno sistemate se Zeus, pro tempore, tutti nell’Olimpo sono abituati a questa manfrìna, rimesso al suo posto, chiederà scusa a Asòpo, a Èra la sua legittima, termine questo, legittima, privo di senso per uno cui tutto sembra legittimo e legittimato, il novero delle sue nefandezze è ad oggi infinito, e poi la farà contenta, pare che Èra sia contenta di Zeus quando ogni tanto le scivola nel letto e fa quel che gli pare. Ebbene no. Zeus è ancora incapricciato della bambina o selvaggiamente ego-riferito e vuole sapere chi ha dato ad Asòpo la dritta su Egìna. È ovvio che per fare i fatti gli ci vuole meno tempo che a fabbricare false prove; salta fuori il nome di Sisifo e Zeus pensa che la cosa migliore è mandargli uno che risolva problemi. Ci manda Tànatos, anche un bel nome per uno che da tempo immemorabile fa il sicario, ma nella maggiore parte delle lingue vive che dicono quel che c’è da dire altrettanto bene di quelle morte, Tànatos sta solo per Morte, quello che risolve problemi agli Dèi ma mai ai mortali. Questi arriva a Corinto; Sisifo però ha preparato una trappola, l’imbriaca, lo sbatte in galera e quest’atto ha il temporaneo vantaggio di sospendere sulla terra di ognuno la sua morte, per esempio in battaglia dove ci si accorge di potersi ammazzare quanto si vuole e subito dopo tornare a fare i propri comodi bell’e pronti come prima, persino di ammazzarsi di nuovo, senza entropìa, si potrebbe dire.

Non lo sopporto questo Sisifo levamelo di torno, strilla Zeus a Marte, un tipo forse più rozzo di Tànatos, ma più spregiudicato e soprattutto toccato dritto al cuore dei suoi interessi di dio della guerra. Infatti libera Tànatos dalle catene, cattura Sisifo e per sicurezza estrema lo sprofonda in un buco nero, il Tartaro*, con pareti lisce invalicabili, buio e così profondo che gli storici, allora si occupavano di queste faccende, assicurano ci volessero nove giorni a un’incudine per arrivare lì in fondo ma, anche arrivata, l’incudine non avrebbe visto un bel nulla, un po’ perché le incudini non hanno occhi che per sé stesse e un po’, perché sul fondo, intorno nient’altro che un nero assoluto, il nero della placenta per intenderci, quello da cui tutti veniamo e che infatti non ci ricordiamo trattandosi di un bel buio uniforme senza vie di uscita apparenti, almeno finché non ce ne tirano fuori a strattoni e spintoni, per il breve periodo che intercorre prima che, nel medesimo modo, nel buio si venga ricacciati. Là sotto nel Tartaro, Sisifo passa ma non consuma le sue giornate, l’espressione è priva di senso in un posto dove la luce non arriva e non si genera in alcun modo, a spingere su per un’érta, un sasso; arrivato in cima, quando pare che il lavoro dia diritto come per tutti i coristi e gli orchestrali, a una pausa di dieci minuti, il sasso da solo rotola giù e per quanto Sisifo sia consapevole di non volerlo fare, nondimeno costretto a non ribellarsi, si butta alla cieca giù per la discesa, riacchiappa il sasso e ricomincia la faticata. Dopotutto ci sono due tipi di uomini, quelli con un sasso per le mani e quelli senza, pensa forse Sisifo, e ci medita. Su cosa, come, non ci è dato saperlo, i buchi neri hanno la caratteristica d’intercettare tutto e tutti e anche la più infima particola di materia che in loro è intrappolata non se la lasciano sfuggire. E per l’eternità. Ma Sisifo questo non lo sa.

* Tartaro da cui  forse Tar, catrame in inglese, tartaro dal greco quindi e non, come immaginano i tipi superficiali, dal francese tartare, riconducibile forse alla leggenda dei tartari appunto, non si sa se incatramati o no, ma cuochi primitivi usi a conzare le carni per i loro pasti tra sella e sudore e peli di cavallo; assaisonner, tritartàre la trita con succo di limone, pomodoro, pepe e sale, senz’ombra i dubbio, fu un grande passo avanti per l’umanità

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , , | Leave a comment

Chiara vieni qui

La mammina è un donnone e siede sulla soglia di una cappella senza caratteristiche, a chi intitolata da chi costruita non c’interessa, siede non perché zingara o questuante generica, siede lì perché avrà male ai piedi o perché sa lei, ma nemmeno questo ci interessa, siede lì da un tot di tempo, inutile speculare da quanto, ha le gambe grosse completamente fuori dal vestito a tubo, probabilmente costoso, non sembra uno straccetto, si vede un orlo di mutande, un orlo non di più, non si possono fare ipotesi sulla marca, colore bianco e anche questo interessa poco. La signora è seduta e la bimba, Chiara, anni 3 massimo 4 statura 70/80 centimetri, caracolla lungo un arco di cerchio di un metro e mezzo o poco più a non più di 40 cm. di distanza dalla madre assunta, all’osservazione, come centro dell’ipotetica circonferenza cui appartiene l’arco che la bimba descrive sul marciapiede. Indossa, la bimba non il marciapiede, un abito, così come è raro che si veda oggi; come tutti i bimbini e i neutrini è indifferente alla rigidità dei corpi e agli ostacoli; alla sua età supposta è così, più tardi i neutrini continueranno a passare dappertutto, Chiara invece incontrerà le difficoltà che tutti conosciamo, le porte non si possono attraversare che aprendole e anche le persone, con il carrello del supermercato per esempio, si possono spingere, urtare, strisciare, attraversare mai. La mammina si guarda riflessa nella carrozzeria chiara di una macchinina parcheggiata lì davanti a lei e continua a ripetere senza rilevanti cambi di intonazione, Chiara vieni qui, Chiara vieni qui, Chiara vieni qui. Dove risieda il Qui e perché è il quisito.

Posted in Al-Taqwīm | Leave a comment

Rivoluzioni indispensabili, indisponibili, indisponenti.

Parto da lontano. Nella prefazione al volume Modernità liquida di Zygmunt Bauman, mi imbatto in alcuni frammenti tematici, la rincorsa alla felicità è solo un episodio e non un balzo in avanti irreversibile e irrevocabile; nell’ambito di una comunità le persone tendono a prendere decisioni che non mirano solo al profitto; nel gergo degli adepti della chiesa della crescita economica orami diffusa su tutto il pianeta migliorare la vita significa consumare di più; più si riempiono gli scaffali dei negozi che attendono di essere svuotati dai cercatori di felicità più si svuota la terra.

Sul giornaliero Repubblica, in un panegirico firmato CdG leggo di una scrittrice, con il difetto di pubblicare senza vergogna presso uno dei tanti editori del padrone unico, che scrive una storia teatrale, un po’ come il romanzo teatrale di Bulgakov, da leggersi volendo, storia nella quale il teatro fa da argomento ed è un teatro povero che si arricchisce e svanisce. Storia di ego, credo.

Infine ricordo Jacques Copeau, il maestro che, in teatro, diceva, un filo di ferro con un po’ di carta colorata in cima è un fiore; en octobre 1924, Copeau et sa troupe de jeunes passionnés s’établissent au Château de Morteuil à Merceuil, village à quelques kilomètres de Beaune. Le metteur en scène souhaite retrouver en province, auprès d’un « public moins frivole, moins distrait, moins surmené de plaisirs, moins énervé par les variations constantes de la mode, moins détraqué dans son goût et moins affolé dans son jugement que le public de Paris », une authenticité de l’art de la scène. Pour Laferté, ce retour à la terre, cet intérêt pour l’art populaire, s’inscrit dans un « discours valorisant une pureté des mondes paysans, des mondes les plus éloignés de l’urbain industrialisé » plus général dans les arts du début du XX siècle. La citazione è da Wikipèdia, in francese, perché delle edizioni italiane non mi fido.

Tra pubblico e privato occorre scegliere il nulla. Il problema si pone per le generazioni di giovani, diseredate prima ancora d’esserci, il cui mondo, più a parte si pone e si conserva, più ha qualche probabilità di salvare sé stesso e il mondo, visto che in dubbio è di esso anche la sopravvivenza o, perlomeno, di crearsi una nicchia di esistenza semplice, la semplicità è l’obbiettivo di una vita ma quant’è difficile, scrisse Jung da qualche parte dove che non ricordo, non compromessa con i miti del nostro tempo, mercato, produzione senza raccolto, pareggio di bilancio totem, quest’ultimo, che rappresenta nell’immaginario capitalista, l’epitome della buona amministrazione. Il pareggio di bilancio non esiste se spendi quanto puoi. Nel momento in cui agisci divertendo le tue abilità e i tuoi motivi, in anticipo su quello che non c’è, improvvisando, allora vivi nella convinzione di dover fare il buon amministratore, cioè uno che vive per rincorrere ciò che gli sfugge via, il denaro ma non solo. Tutti ricordano il paradosso di Achille e della tartaruga.

Teatro; il teatro è pubblico o non è teatro; tra vendere un maglione, uno straccio, un abito di sartoria, una mutanda o uno di quegli spettacoli biodegradabili che gli uomini marketing, onnipresenti, chiamano miusicol, non c’è nessuna differenza, se non etica; vendere mutande è necessario, almeno per chi le indossa, fabbricarle anche, chi vende è un mercante, chi fabbrica un operaio, in mezzo ci sta l’incomodo, l’imprenditore e la schiera dei suoi bravi co’l zuffo, i già citati e le pattuglie degli aedi e laudatores tutti co’l zuffo, se ne vedono molti in giro da tempo. Ora se un uomo è capace di seminare e far nascere cipolle, le venderà e se il prezzo del suo lavoro è stimabile guadagnerà abbastanza, poco di sicuro, per viverci; ma in cambio troverà qualcuno che fabbrica mutande alle stesse condizioni, l’equilibrio dovrebbe essere garantito o perlomeno, raggiungibile. È, a mio modo di vedere, il principio di una società di mutuo affetto, dalla quale il principio di profitto è ridotto al minimo etico, ma non soppresso, è relazione in sé e per sé. Che cosa succede se l’uomo delle cipolle si mette in testa per puro sfizio di produrne di più e non le vende, o d’ingrandirsi e dalle cipolle passare al fast food; ecco, domandarsi questo e guardarsi intorno, esclude, implicandola, la risposta; essa è sotto gli occhi di tutti quanti vogliano vedere. Questo dipende a mio avviso e sono di un avviso intransigente, da un fattore diverso da quello che uno potrebbe immaginarsi per concludere questo paragrafo, il fattore ignoranza. Mettersi in testa di fondare una fabbrica di mutande invece di tricotarle è la perversione; fai quello che sai, se sai fare soldi, cioè niente dovrebbero metterti alla porta di qualsiasi società, non dico giusta, ma in equilibrio. Semplifico, lo so, rischio lo strale ma poco me ne cale, le semplificazioni hanno il difetto di essere accattivanti ma rischio di mio.

Io non credo che il teatro serva ad altro che a fare pedagogia, in ognuno dei modi con cui può manifestarsi e sono tanti. Chi facesse teatro dovrebbe pensare a questo, restando esso un mestiere, un’attività per giovani. L’ho già scritto, mi pare in chiaro. Pubblico, privato, nonsense. Il teatro come le cipolle per chi le semina e coltiva è pubblico quando e se è accessibile a chi vivendo d’altro ne acquista con una metodica molto simile allo scambio senza profitto, baratto. Attenzione perché la gioia che deriva dal denaro non è fondata sulla possibilità che esso determina di acquistare senza meritare e senza avere bisogno; dividendo le persone e trattenendole con la forza di qua dal confine tra chi ha e chi non ha,  esso è potere, greed è la parola, furore e avidità di potere; l’oggetto è escluso da ogni transazione, capitalistica, l’oggetto, se così si può chiamare è unico, potere, target, bersaglio e, come tale, presupposto di una guerra qualsiasi.

Teatro; il teatro o si esclude da tutto questo, o non è tale, una fabbrica di mutande da cui gli operai sono seclusi, chi parla della ferrari parla non dei meccanici ma di un uometto co’l zuffo e che a casa forse non sa girare una vite e non a caso di teatro vogliono impicciarsi ingegneri, affaristi, che mestiere sarà mai l’affarista, e i sempiterni uomini marketing. Ogni umorismo tra questo e il termine marchetta è luogo comune dunque da tenere alla larga.

Teatro; dev’essere piccolo ma non più il Piccolo Teatro, rivoluzione arresa all’istituzione, non più permanente ma immanente, un incubo surgelato nell’attimo stesso in cui avrebbe potuto continuare a levare la propria sua voce per dire e non dice niente; i cui scopi, 1947, furono gli stessi, nacque come teatro di piccola città distrutta dalla guerra, teatro di comunità benché condotto al trionfo da una coppia di Narcisi egocentrici volonterosi e sociali, scopi simili allora, 1947, negli intenti e negli stenti, a quelli del teatro di villaggio, per così dire, di oggi. Come fare perché le cose non si degradino e muoiano sotto il loro stesso peso è la domanda la cui risposta potrebbe essere mangiare poco e bene e con giudizio. Ora se il teatro è ancora possibile, cosa che non credo per le ragioni di Baumann e che credo possibile per le stesse ragioni, mi pare che la sua strada sia ancora quella indicata da Copeau; se i giovani attori volessero fare teatro dovrebbero rinunciare all’ambizione di specchiarsi e trovarsi belli, rinunciare eticamente alla televisione, ombra del potere, scegliere il lavoro, umile no, non è la parola adatta, il lavoro bello e quotidiano, che come tale è attività tipica dell’umano e che per tale andrebbe rispettato e compensato in misura atta a vivere bene, lasciando in pace i gatti che il non lavoro hanno trasformato in attività frenetica e ce lo insegnano; la rivoluzione silenziosa, evangelica senza dèi, è fondare tanti piccoli teatri in ogni piccolo paese d’Italia, non chiedere sovvenzioni comunali, forma divertita di corruzione, vivere da soli, facendo del paese in cui vivono, il teatro delle loro azioni; trasformando in attori il ferramenta, il fornaio, il benzinaio, ma sono tutti arabi dicono i legaioli e i pensionati di lusso con il borsello, bene, meglio dico io, imparando da loro, la lingua per esempio e insegnando quello che loro non sanno. Teatro è scambio, di battute prima di tutto, e luogo di scambio. È una forma di letteratura corale. Epica. Politica. Incontro di boxe senza guanti e senza mani. Oggi non si può più non essere, almeno un po’, comunisti. Comunisti senza questo nome, buoni tra buoni, intransigenti con i cattivi. Resta da vedere come classificare gli uni e gli altri con certezza. Bingo.

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , | Leave a comment

Venti di settembre

Leggere è un atto di responsabilità individuale, luterano. Scrivere è assumerla. Forse, viene fatto di domandarsi, per questo o per altri sordidi motivi, il nostro è un paese di letterati che non scrivono e di lettori analfabeti. Il borghese italiano, se legge, trascuriamo il caso di rumorosa afasia collettiva determinato dai tv-boxes, compra il suo Corriere_Che-Lo_Serve come atto di devozione domestica, direbbe Brecht, in ossequio alla madre vaticana diffusa cioè tutta la società italiana; lo stesso, passerà le sue domeniche a leggere i suoi giornalisti, i suoi magistrati che, fonti autoritarie di scrittura, sono i detentori del potere di scrivere e di venire pubblicati. Da noi Amos Oz o Philip Roth credo si pubblichino solo perché di successo e d’oltrecortina, la cortina d’ignoranza che circonda lo stivale con il tacco a spillo, quindi non coinvolgenti poco credibili in fondo, de kelli paìsi, cosa loro; la letteratura qui da noi è cosa nostra, per questo non la si vede, è latitante. Nel migliore dei casi la spacciano come critica, ossequiosa al potere consolidato, anzi pubblicata dallo stesso, benché in apparenza enatiodròmica. Nel peggiore, ma non è materia qui di trattazione, appartiene al campo dei rosellina rosellina perché t’alzi la mattina, perché mi preparo alla terza ristampa in poche settimane, rispose la bambina mai cresciuta al suo quinto successo editoriale della sua consueta saga, da leggersi come variabile masturbatoria ma familiare. L’unica cosa che sa, da noi lo scrittore nasce e vive e muore dentro un presepe di successo, il padre dentista suggeriva spazzolini ed edulcoranti in televisione, la madre preparava biscotti dal nome ritmato, Stringhetti, Briccoli, Ciocchini, l’unica cosa che sa è l’autorità fatta carne del sistema. E sorridono, sorridono tutti; come il loro caro leader; o parlano e mettono il broncio, idem, mai osservato essi, mai visto forse, il volto di Teresa d’Avila nello spettacolo del Bernini. D’altro canto la letteratura è samizdat. Impossibile prenderne in esame il valore o il perché presso la specie umana, questioni larghe per esaminare le quali occorre un vasto intuito e un fulminante studio. Da un esame l’Italia sarebbe esclusa, lo è, abbiamo un paio di romanzieri, molti ragazzini/e in crisi di crescenza e di pecorino e molti poeti, la poesia è mimetica, sfugge alla censura e si attesta su buone posizioni perché è facile dire oh che bella che bella la frisèlla di mia sorella; piacevano, un tempo lontano, alle professoresse di ginnasio gli autori, por si a caso fossero stati, in privato, anche dei mangia_professoresse. Atei persino, l’Italia è l’unico paese al mondo dove anche gli atei sono credenti accaniti. Del resto, non potrebbe essere altrimenti, sostituito da questi l’Ente, con il Nonente né Volente. La storia da noi pare sia stata promulgata prima che fosse vissuta. Anzi per evitare che potesse esserlo. Così mi pare che, dopo il rivoluzionario e abortito gesto di sbrecciare una porta per quanto Pia nel 1870, dal 2011 utile sarebbe che ciascuno si aprisse una breccia nella mente senza richiuderla più; se si preferisce una dizione più gentile, lasciare che le anime respirino. In pace.

Posted in Al-Taqwīm | Leave a comment

Din dino Scampana

Quando si dice, non so se mi spiego, succede che non ci si sta spiegando per niente o è appena successo che non ci si sia spiegati del tutto.

C’è una sorta di saggezza nel tocco di campana della torre a Brugnano, non so se mi spiego;  non mi spiego e lo so, finirei nel bozzettismo toscano e non è questo, non averne è il mio scopo. Sono qui a ritirare la biancheria secca e a stendere quella bagnata, quando rintocca la mezz’ora. Mi pare che farlo suonare sia un modo, il più pratico di segnare e segnalare il tempo lineare perché è la manifestazione stessa del tempo, fenomeno indipendente dal modo con cui si conviene che sia segnato.  Non c’è nessuna garanzia che sia così e l’espressione manifestazione stessa del tempo, come certe belle affermazioni di corrente gironalismo, non è un lapsus avete letto bene, o di letteratura sentimentale, schiere di dame incapaci di ipèrbati, si scambiano ipèrboli à propos di ogni terza ristampa in tre mesi del mondo, è da vedere se corrisponda a un fatto corrente o se lo faccia sussistere nel momento in cui ne crea l’espressione o, se è la frase stessa in sé medesima che, esistendo, è fatto, un fatto nuovo. La tentazione del letterato è poetica, fabbricativa se pensa, il suo lavoro è di rendere il pensiero il più corrispondente possibile a quello che è, la scrittura è l’abito del pensiero; ma il pensiero, come molti abiti, abiti mentali, mi pare che viva in equilibrio tra luogo comune, cattivo gusto e rapace intuito, quello che ogni letterato immagina di possedere o spera di non perdere nella convinzione di averlo, il pensiero aquila che veleggia e carpisce. Veleggia sul vuoto e carpisce un topolino. Meglio un pensiero scoiattolo che sale in alto sul tronco, cattura una grossa ghianda e si siede a mangiarla. Questa, nello stesso tempo, è un’affermazione dubitativa e una cauta domanda. Metafora a parte.

Però è vero che quel suono di campana all’improvviso distende i miei gesti domestici che, mi pare e sottolineo il mi pare prudente, prendano il tempo giusto, né lento né veloce, il tempo giusto; non so se mi spiego che io non so spiegare perché, e se, sia giusto. Qui si confondono Sense and Sensibility ma insomma il Sense conta pure qualcosa e la Sensibility talvolta è fuori luogo. Qui, al sole e al vento di fornace di sud ovest che soffia dalla Libia, immaginando che quella sia la sua provenienza approssimativa dato che i termometri si ostinano a segnare + 36°, mi sembra che la questione si ponga in termini di Sense. Per contrasto, ambito Sensibility, penso a Parigi o New York o Londra o Berlino, alla pressione delle grandi città; io amo Parigi che potrei maneggiare con una certa abilità, credo che mi troverei bene a Londra, meglio a Berlino, e sono portato a credere che potrei volere essere in uno di questi posti, infernali se non si ha un bancomat ben fornito con tutta la banca che c’è dietro, una bella casa, se non si abita in un quartiere appetitoso e non si svolge un’attività appagante e redditizia, anche per caso, anche per un breve periodo. Conosco un po’ di New York, il turista dice bella New York e non pensa che ne sarebbe della sua vita se a New York non facesse il turista ma il cameriere o il macellaio, il poliziotto o il barbiere, o il benzinaio lungo una della grandi strade fuori della città. Torna beato il turista alla sua periferia nostrale e ad accumulare altro denaro per il prossimo viaggio nelle sue, incapaci di deluderlo, convinzioni. Ecco steso il bucato, vado a prepararne un altro. La lavatrice mi ama. Tra poco la campana batterà di nuovo.

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , | Leave a comment

Inno a Montelupo

002 Montelupo - Villa Medicea

Image via Wikipedia

A Montelupo fiorentino, città della ceramica, c’è un grande escoriale, una Villa Medicea che con gli annessi da fortezza, costituiscono, ok adesso i giornalisti hanno scoperto la parola compound, ovvero il complesso del manicomio criminale dello Stato. Non ricordo la metafora con cui si maschera la crudezza dell’uso. Un alto muro orrendo, torri di guardia e una facies da Filippo II che fa slittare subito la mente alla Colonia Penale, rendono penoso avvicinarmi a quel luogo che, non riesco a dimenticarlo, è solo di dolore e violenza. Ci passo di domenica, una domenica greve di pioggia, ma per arrivare dove voglio arrivare sono obbligato di lì a passare. Perché a Montelupo il comune e una cooperativa locale, così ho capito io ma potrei aver capito male, hanno costituito fuori di quel muro di paura, un’isola amena, un parco che tocca l’Arno da vicino, con al centro un piccolo, Montelupo è piccola Montelupo mi piace, museo archeologico di grande bellezza; un po’ per la sede che è un accrocco di tre chiese in rovina, una costruita sulle ceneri dell’altra ed edificate in epoche diverse e distanti tra loro, dal primo medioevo al pieno seicento; un po’ e non importa essere né archeologi provetti né esteti scapigliati per capirlo, per la cura affettuosa con cui il museo è stato allestito; un po’, ovvio ma non banale, per la bellezza dei reperti custoditi. Reperti che rendono omaggio, il modismo è un po’ abusato ma ne faccio abuso lo stesso, alla vita della Toscana centrale dalla preistoria a oggi senza, in senso lato, soluzione di continuità. La Toscana dovrebbe essere l’Italia e viceversa ma non se ne vedono i segni. Qui si vedono invece i segni, lo stile naturale delle forme, l’eleganza trovata, è chiaro che gran parte dei resti esposti ceramiche e terracotte, che sono sorti e transitati nel tempo per la Toscana, intatti fino al secolo 21, senza mai smettere di essere quello che sono, pensieri per oggetti d’uso. Mi salta in mente una bella parola tedesca, bekömmlich; alla lettera si potrebbe anche tradurre, che esaudisce.

Ma qui tanti e tanti anni fa è arrivato il potere, costituito in stato e incline a identificarsi con sé stesso e non con la collettività, di cui dovrebbe essere la sintesi razionale, come se esso non fosse Cittadino ma divino e tanto che sui luoghi, tramite le sue opere e suoi rappresentanti astratti o metaforici, esso ha steso qui in particolare e in altri luoghi in generale, i segni del suo disprezzo su una villa medicea trasformata in penitenziario, da penitenza atto che non pertiene al campo della civiltà; e tanto che su una comunità intera ha spalmato la sua prepotenza penitenziale obbligando essa alla vista quotidiana e di più al pensiero incombente di muri che gridano vendetta al cospetto degli dei, i quali, come si dovrebbe sapere, sono una razza di sordomuti. Sbarre dov’erano finestre, vetri oscurati, e un odore di carzaro anche dove non c’è odore e il silenzio disumanato dei regolamenti. Non credo che gli uomini siano buoni in astratto, nemmeno io che ne scrivo, non credo che la collettività non si debba difendere in qualche modo, non credo che la collettività si debba vendicare, non credo che la parola penitenza rimi in qualche modo con civiltà. Un società, fondata sulla penitenza mi pare una società immobile e marcia, quale la nostra, a ben guardare, sembra diventare sempre di più, dietro l’ossessione, favorita anzi istigata dallo stesso potere penitenziale per il moderno, cui si sono abborracciate in passato schiere di geometri in bigodini cui fu data licenza di devastare la sobrietà distintiva dell’abitazione toscana con le sue persiane verdi da spalancare, gli usci di massello lucido, gli sproni di acciaio, la pietra serena, la sobrietà icastica di un canapo o di un ferro infisso nel muro per tutto corrimano, i mattoni rossi e la pietra con cui sempre hanno costruito gli etruschi e dopo di loro i romani e dopo di loro e dopo di loro, con il calcestruzzo grigio, gli avvolgibili costruiti in brianza, non è un lapsus, tutto ciò che è piccolo trova in una minuscola il suo condensato grafico, i ferri saldati in ghirigori inutili a chiudere altrettanto inutili balconi. In definitiva, quando quello stato di cose bussa alla porta del quotidiano con la sciatteria solida, colpevole e impenitente, delle sue muraglie, dei suoi divieti espressi su cartelli che ciondolano pesanti e non per voto al triste vento, di vetri offuscati da un sudicio istituzionale. Provo a immaginare l’orrore degli interni e degli internati. Ma chi sono gli internati, mi chiedo non senza un certa retorica, se la giovane donna sorridente e cortese che un’ora fa mi ha staccato il biglietto del museo racconta che solo turisti e scolaresche lo visitano.

Con questi pensierini in itinere e un souvenir di cotto in tasca per mio figlio, a trenta all’ora come il mio coetaneo Montalbano, guido verso casa su e giù per stradette minoritarie fino a rimanere accalappiato dall’odore di legna e pane di un forno minuscolo e disadorno. È domenica, l’ho detto, le nuvole sono meravigliose e una ragazza fa volare da un cesto senza toccarle, brucianti schiacciate di uva e all’olio. La località si chiama Inno.

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , , | Leave a comment

Uomo e superuomo e i Fratelli Marx

Il suo punto di partenza, come si sa, fu un libriccino, La nascita della tragedia; Friedrich Nietzsche intravide un Iper-Uomo, non super, iper oltre l’uomo attuale; del resto Neanderthal prima di sparire, convisse in camere separate con nuovi tipi di ometti più svegli, di cui noi siamo i nipoti; Freud, evito la lezioncina, è noto o almeno si fa come se fosse noto per che cosa è noto e, la sua leggenda, gira intorno e dentro il mito, teatrale, di Edipo. Potrei chiudere un quadrumvirato mentale tanto con Marx che con i teatrali fratelli Marx.

A furia di transitare senza frequentarlo nel mondo del teatro, dello spettacolo con maggiore precisione, ne ho tratto la certezza che non si tratta di un paese per vecchi. Salvo che per quei vecchi che, come molti vecchi, hanno per scopo nella vita di mangiarsi i figli e i figli dei figli. Roba da giovani, sono stato accanito anch’io. Quello del teatro è un ambiente, àmbito, pianeta, continente, non so come meglio definirlo, in cui davvero la crudeltà del mondo di fuori, oh cher Artaud,  ribaltata da una lente, si sdoppia per il piacere sadico del terz’attore, il pubblico, la cui presenza, alla rappresentazione, è consacrata all’esercizio del discrimine tra questo o quel gladiatore; gli attori sono Gladiattori, ora divini, ora carne della loro carne, da macellare; possono sostenere entrambi i ruoli, non muoiono del tutto e sono armati solo delle parole altrui di cui fanno l’uso che possono o che vogliono. Con diverse motivazioni, in un suo Tamerlano, suo in quanto Marlowe escluso dal gioco, a Venezia, secoli fa, Carmelo Bene eliminò il pubblico a titolo sperimentale, forse la strada è quella. Dentro il teatro il dramma di repertorio che si rappresenta a ogni prova è quello del ridicolo oggettivo che diventa tragedia personale, del conflitto inevitabile, dell’ostilità permanente, dell’amore senza oggetto come regola di relazione, evito di seguitare per non sembrare invidioso. Non lo invidio, sarebbe come invidiare lo stile di un ufficio marketing o di qualunque altro luogo di lavoro, chi legge potrebbe appartenervi e confermare, dove l’unico vero lavoro è far fuori non si sa chi, con esattezza e non si sa bene perché, l’importante è farlo; nel mondo di fuori il pubblico è attore e l’attore è il pubblico e la vittima, ruoli confusi che nel chiuso teatrale si delineano. Posso dirlo perché in teatro ci sono stato a lungo senza goderne, o solo a rari tratti e senza beneficiarne, tranne che di qualche niente e in rare sporadiche occasioni che, nel complesso mi hanno dato l’illusione di avere percorso, come si dice, una carriera lì dentro quando dentro non è per niente il modo di scriverne plausibile. Ho urlato, sbraitato, odiato per poco, amato per meno, ho adorato patetiche sciocchezze, provato frissons, chiamale se vuoi, ma se vuoi proprio, emozioni e niente più, tutto sotto la superficie sottile e craquelé della mia immagine peri-narcisitica; sono stato anch’io il Gladiattore, un gladiattorino di province africane, roba da circhetti ambulanti in Mauritania, niente trionfi imperiali, fino all’istante del pollice verso.

La considerazione inattuale finale lontana dal dogmatismo di carovane di teorici teatrali che, lo so, farebbero a pezzi me e queste poche righe, se solo leggessero altri che sé stessi anche quando leggono gli altri, è che il teatro è antropologia, entra ed esce dall’antropologia per quanto essa pertiene alla patologia della mente; in questo senso aiuta a capire come male siamo fatti se non ci affrettiamo a ricostruirci al meglio o, per lo meno un po’ meglio. Da ciò, si può concludere che, va bene, il teatro fatelo da giovani, utilizzandolo come luogo di pedagogia o di ricerca psicopatologia, il gruppo facilita l’apprendimento, poi, smettere di fare teatro è un bel segno interiore di evoluzione. Per un osservatore esterno esistono forse eccezioni che contraddicono quanto detto, sì, le conosco, forse le stimo in mancanza di dati per valutazioni oggettive. Il nodo e la domanda sono, come può essere diverso un teatro diverso quando per ogni dove, è fatto di esseri umani vagamente corrispondenti al ritratto abbozzato e perentoriamente uguali a sé stessi, questa è la domanda. Non esclude una risposta parziale e positiva. Ma non la cito. Prelude un quesito ulteriore sui modelli o esempi di mondi che l’essere umano continua a proporre senza variazioni di orizzonte. Qui mi fermo e invito a dare una scorsa alle informazioni che arrivano dal mondo di fuori. Abusi. A ciascuno le sue valutazioni.

 Amen e arrivederci. Friedrich Nietzsche. In Aurora, se non ricordo male.

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , , , , , | Leave a comment

Fickelundfackel

Karl Kraus, viennese, di professione Cassandra, per anni scrisse da solo e pubblicò una rivista dalla copertina fiammante, polemica va sans dire e dal titolo augusto, die, la, Fackel, fiaccola. Le sue opinioni lontane, si parla di un uomo morto nel 1936, sono a volte anche le mie. Und in inglese è and. Fickel completa ed estende il giochetto di parole applicando forse un inapplicabile suffisso diminutivo al tema, sempre tedesco, fick che ha il suo corrispettivo nel noto inglese fuck, fottuttina, che si riconosce nel crudo lessico urbano inglese, fickel appunto, violenticchiare. Vedete un po’ voi.

Non leggo più i giornali perché mi nuocciono alla salute, tendo all’ipertensione e ho un brutto carattere, ma sono convinto, forse sbaglio, che sia la stampa a creare le notizie, è vero, ma non i fatti che appartengono ad altro campo. In termini forse meno forse più kafkiani ma poi perché no, perché semplificare una materia, il mondo, la cui complessità è nota e solo nella sua stessa complessità e per successive approssimazioni ed errori può essere indagato, ho la sensazione che sia  la stampa a sorreggere l’illusione, democratica dicono, che certe cose, qualunque cosa nei fatti, avvengano davvero, ossia che continuino, si amplino e via di seguito. Se prendiamo a misura il fenomeno che ha determinato in tutti questi anni la presenza al governo di un paese assai poco nazione, di un solo uomo e di una sua banda di poco di buono, forse manovrati tutti da un cupolone di uomini davvero in gamba, nella loro specialità, e intesi a trasformare quella stessa scarsa nazione, perché limitarsi a una regione e a un togato staterello feudale quando c’è tutto uno stivale da calzare, in loro dépendance, pied-à-terre in qualche caso, garage per carrozzoni blindati in molti altri, viene fatto di pensare, a me per lo meno, che non avesse insistito, anzi si fosse determinata la stampa a non parlarne mai, nemmeno per sbaglio, nemmeno per azzardo, con metodo, forse quello stesso uomo, privato di ciò che gli è più caro al mondo, lo specchio delle sue brame, sarebbe ridotto, con un Lysle d’inglese in mano, a gironzolare per Trinidad & Tobago a guardare i bikini sulle spiagge e ad a essere quello che è, un vecchietto ignorante e anorgàsmico, malato di mente, tanto stupido da non capire di esserlo. Non so se il mio è un sogno retroattivo che, come tutti i sogni è una burla della mente per tenersi su di morale. Avevo giurato a me stesso di non parlare mai qui di quella che, per errore, si chiama politica, la politica è altro, anche nel male, persino Hitler ne ebbe una; il mondo è, nel mio giudizio, dominato da triadi che della politica hanno un concetto bizzarro ma evidente di grimaldello per scassinatori, non di attività volta all’orchestrazione armonica di una società. Non pare che qualcuno ne abbia la chiara percezione, tranne alcune Cassandre, inascoltate ope legis, ma mi pare evidente che viviamo schiavi del mondo di Robin Hood e penso che nessuno di buon senso, nemmeno un giornalista, potrebbe dire che lo sceriffo di Nottigham e il suo mandante abbiano mai avuto o si esercitassero in qualche misura in una politica. Come Peppino de Filippo in Totò Peppino e la Malafemmena, Ho detto tutto.

Il giornalista è uno che, dopo, sapeva tutto prima. Karl Kraus

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , | 3 Comments