Peccato morire senza vedere Napoli

Orbene, segnalo dal suo blog le belle considerazioni che pubblica l’amico Biuso nel suo ultimo post I morti https://www.biuso.eu/2018/01/25/i-morti/, considerazioni che mi trovano d’accordo ma non  convinto dalla materia che le ha originate. Per non ingolfare il suo, pubblico qui nel mio la mia divertita replica. La forma è epistolare. Il tono, scanzonato, da spettatore annoiato che, da autore, ben sa che tutti rischiamo e non poche sferzan-ti staffilate,  Napoli velata. Ferzan Özpetek.

Oh no Alberto, capisco benissimo che tu da Socrate par tuo trovi occasioni per fare letture oltre il reale qui intorno, fisico o immaginario che sia; quindi ognuna è buona per una riflessione che va, ora molto ora poco, dall’altra parte dell’oggetto, sia o non sia d’arte. In questo caso, parlando di Napoli velata, Alberto, non discuto le tue conclusioni, che condivido senz’altro ripeto, ma il film è un brutto film e l’arte, come da proverbio, è stata messa da parte. Péniblement scritto, sciatto, noioso, trascurati i luoghi, locations, da sopralluoghi frettolosi convertiti in cartoline da vedi napoli e poi muori. Un cinepanettone senza uvetta. Fellini sapeva far recitare la nebbia, una fontana, persino un cassettone d’abete svedese come la Ekberg, Özpetek pare di no. Mal interpretato, se non dal misurato anziano Beppe Barra che si disegna addosso et pour cause il ritratto di un tal Pasquale che nel film cerca di riportare ogni volta il film stesso a qualche ragione d’interesse e non ci riesce; Barra potrebbe recitare la parte del freno in un film di treni ma qui è relegato in un ruolo di carattere quando avrebbe dovuto essere il deuteragonista della protagonista, l’assente, se non in termini di pose e di secondi spesi davanti alla camera da presa e dentro la camera da letto, la signora Mezzogiorno, io son colei che mi si crede; creatura incantevole ai dì, mi parve impacciata e mal portata in giro dai suoi approssimativi quarantanni; nella futile sequenza di letto, hmm di muro prima poi di materasso, si sa che le sfumature di grigio delle mutande sono numerose e absit il tavolo di cucina, dove la simulazione diventa grottesca senza volerlo, ell’è sciolta quanto un’adolescente che giochi alle porcate nelle cabine dei bagni 69 -sìc- a Rimini avendo persa di un’impubere Lolita la freschezza porca e rozza; immagino, non ho mai frequentato Rimini, i bagni 69, le cabine e le Lolite; sicché risulta, perchè avvilirsi così è da chiedere, risulta comica; più di una volta la povera non sa che strada prendere tra un inguine e un gluteo, par che pensi come la vecchia contessa seduta su un paracarro, Questo decisamente non c’entra; e simula smanie toccata dal più piccolo dildìllo; ha studiato poco i porno e si capisce, costretta a sembrare, boh non saprei, erotica, forsennata, malìne o schizofrenica stagionale. Con molte meno esposizioni la Winslet e Gandolfini in Romance and Cigarette, film di Turturro con la Morte, nei suoi meno noti travestimenti, così ben interpretata da  Susan Sarandon e da tutti da potersi rititolare Eros e Tanatos, erano degli imperatori di erotismo mortale e gioioso. In questa Napoli, tutti sono fuori parte anche per un funerale, tranne il citato Barra e i belloni che fanno i belloni ma annoiano perché il bello o possiede carisma, l’autorevolezza dei belli veri del cimena d’un tempo, che so Vittorio Gassman, o si vede che sembra prestato da un set di Dócidóci & Gabbati; si vede che gli attori tutti non san che cosa fare, forse chissà distratti da acrobatci concettismi di un distratto Özpetek che chissà voleva fare filosofia dello spirito, ma ha perso il Dal Pra, casca nello spiritismo e non si accorge che le signore a una certa età hanno le mani gonfie. Impietoso e sciatto poi nel vestirle, tutte e la povera dottora sobre todo; improbabile ambientarla in una casa da signorina grandi firme della medicina, salvo non sia illegale, al posto, come usasi sostituire a Lecco l’avverbio invece, di legale; c’è una famiglia dietro la dottora, pare di grandi mezzi per non dire enormi è vero, con due vecchie galline, la povera signora Sastri e l’altra poverella da corte di assise, la signora Ferrari, a far  lesbicate che alla loro età, ehnnò via ben non istà, benché in illo tempore la signora Sastri fosse la più probabile riproduzione di una statua greca. Lui il türcö napöletanö che in altre occasioni e soprattuto con bei ragazzi davanti all’obbiettivo ha impacchettato filmi graziosi, li ho visti tutti a partire da Hamam opera prima con scarse seconde appresso e un bellissimo Alessandro Gassman per fa’ balà l’oeucc, qui ha l’oeucc da pesce bollito del vecchio pederasta, ma annoiato e senza lo sguardo di Visconti, per dirne uno, che trasformava qualunque cammarera in duchessa e che le attore le scelse e trattò sempre benissimo pur dimostrando che le uniche vere donne non di rado sono uomini. Peraltro il signor conte riuscì a far recitare quell’inutile muso di tinca di Helmut Berger, la forza dell’amore può far molto. Özpetek lontano dai suoi bozzetti umani di patetici caratteri naturali ciondola come un vitellone e fa ciondolare persino la sua staedicam: il piano sequenza con flash back incluso che non va back da nessuna parte di un immenso salotto, irresoluto tra la soggettiva o l’ebbrezza alcolica cosa sia lì a fare cosa non sa; modesto anche come vezzo tecnico, sul piano narrativo marónna peccarità. È vero dunque ciò che il Biuso dice non essere il film, a che genere appartenere; infatti non ha colto l’occasione per essere un film tout court. E poteva esserlo. Ed ora, un po’ per celia un po’ per non morir… di Arbasino – Carpi, Seguendo la flotta. Signore e Signori canta Paolo Poli: https://www.youtube.com/watch?v=69zt64YPbps

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La Gloria di Vladìmir Nabòkov

In quest’epoca che coll’uso indiscriminato dell’iperbole ha fatto di ogni pollo deceduto nel suo brodo un cuoco g-astronomico, finisce che nemmeno del bello e del buono dovuto alla maestria dell’ingegno e della passione artistica autentica vien voglia di dirne geniale nella desolata constatazione che di quell’aggettivo è andata perduta l’ascendenza a favore di una discendenza di cretini che abbiano stipulato un patto di compiacenza col social in luogo d’olimpo e se ne sentano cantóri. Cioè creativi, termine che alle spicce assimila Federico Fellini al cugino vlogger… Che simpatico, direbbe di nuovo Paolo Stoppa se tornasse dalle profondità di Siamo uomini e caporali*.  Compiuto questo saccente quanto antipatico preambolo, l’antipatia è gusto per la forma che si afferma e conferma, La gloria.

Fa parte di una sorta di collezione, i cosiddetti romanzi russi, di Vladìmir Nabòkov, russi perché scritti all’origine in russo, prima che il Nabòkov acquisisse la cittadinanza americana e il diritto degli autori in lingua inglese. Ora dire del suo Lužin, del Pnin, che ho solo sfogliato come farebbe l’amante all’osservare senza toccare l’amata, di questo o quell’altro lavoro, di Lolita, raffrontarli, no, non mi pare il caso né sarei capace, mancandomi com’è noto qualsiasi verve critica; anche se di Lolita, che è un monumento, mi pare si possa dire che non a caso è una cittadina sulla statale 616 del Texas e a sud del lago Texana (Estados Unidos), una metafora del nulla in ciabatte, smalto rosa e brachette corte che l’America stessa è, grande seduttrice, rozza, aggressiva e brutale con bambini o intellettuali maturi ma non abbastanza da non perdersi nella trappola per sènex di quell’aeterna puella. Mi pare che i recenti recuperi di verginità sconciate e postume di una nazione di femminielle in frégola, stia nel quadro di un paese nato nel ’41 ma non ancora cresciuto che stigmatizza e non sa -l’uso del bidet per esempio- ma che s’impone proprio grazie a questo. E piace. Cielo se piace.

Gloria, cedo alla forza dell’iperbole, è un capolavoro che segna il tempo al punto di volersene smarrire. Gloria, bene è leggere a proposito del titolo la prefazione del Nabòkov stesso, non ha storia, come diceva Céline, né trama, ogni trama è un’inganno per polli, ma racconta il procedere di uno, Martin, verso la conclusione o un’esclusione dalla storia. Per non essercene una possibile. In un certo senso è il racconto tragico per se ipso dell’esilio in quanto nocciolo di un carattere, condizione imperturbabile dell’anima, ma così sorridente e olimpico che non ridere, come un santo zeus al vedere cedere i troiani all’impeto dei greci, è impossibile. La catastrofe è comica. E la memoria di quel riso è tremenda. Un basso continuo cui, per chi ama la letteratura in quanto Proust, è necessario intonarsi…

Se indicassi i punti deboli del romanzo, faciliterei troppo le cose a un certo tipo di recensori (in modo particolare a quegli sprovveduti insulari sui quali le mie opere hanno un effetto talmente strano da far pensare che io li ipnotizzi da dietro le quinte inducendoli a gesti sconvenienti.) Basti dire che il romanzo, evitando soprattutto di scadere nel falso esotismo o nella commedia banale si innalza a livelli di purezza e malinconia quali ho raggiunto solo molti anni dopo con Ada.

V. Nabòkov – Gloria-Prefazione – Adelphi pag. 13

* Totò e Paolo Stoppa in https://www.youtube.com/watch?v=fYBXo4UgN2Q

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Kaputt e accessori

Bronzino-Firenze,-Uffizi_Lucrezia-Panciatichi

Il Bronzino – Ritratto di Lucrezia Panciatichi

L’opera d’arte nulla può mutare e nulla rimediare; una volta che esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata – come una fontana – dunque, se così la si vuol chiamare, impartecipe.
Rainer Maria Rilke – Lettera a una giovane signora – Soglio-Grigioni, 2 agosto 1919 –

Ancora ce ne fosse bisogno preciso che non ho attitudine né voluttà di critico, se non nella misura in cui sono convinto, e mi spiace se mai apparire immodesto quando sono solo lucido osservatore, che un’opera intesa d’arte per i motivi ben pesati qui da Rainer Maria Rilke, è in sé critica dell’arte di cui si serve, creandone; giocando con levità alle parole mi pare che tra arte e opera è l’opera ad essere d’arte, o non è opera, né arte, né letteratura, né né né; questo perché assume uno stile, una natura, crea un mondo, è in sé un mondo creato, un reale non meno reale e sensibile, benché spesso vada ben oltre l’immediato sensibile, di quello che molti intendono per realtà, tutta la realtà, ossia supermercati, filobus, troìai e rifiuti, riunioni di condominio, regìe innovative, avanguardie figurative, fuffa e infine cronaca o giornalismo o, peggio e altrimenti, la Realtà maiuscola, pretesa vera, monòcola e opposta all’immaginario, al mancante, al simbolo.

Ecco, dacché un ottimo editore, Adelphi, lo sta resuscitando, senza scopo diverso dall’interrogarmi da me come spesso accade quando ci si incaponisce su qualcosa che non ci riguarda e che lasceremo cadere nel vuoto e alé, meditavo da qualche tempo tuttavia di chiacchierare qui d’un autore trapassato ma del quale ho sempre sniffato il sentore di poco chiaro, di omesso o irrisolto su un tronco di fascismo sommario. Sia chiaro che si può essere fascista e scrittore e filosofo, artista e quel che vi pare; quando dico fascista non intendo l’adesione tecnica agita dal particulare, Pirandello che chiede la tessera del partito, intendo una modalità profonda del soggetto, il nocciolino duro che determina un esserci e lo distingue da un farciª. Dunque Curzio Malaparte. Mi piacque in altri tempi il suo Maledetti toscani, racconto aneddotico, sapido e aguzzo come in genere i fiorentini, ma niente di più né di meno. Non mi piacque al contrario La pelle a motivo del troppo, delle iterazioni, delle ridondanze, dell’iperbolica non governata da una sintassi interiore non indulgente, da uno disciplina severa che è lo stile, arte. Quindi ho letto Tecnica del colpo di stato che presenta gli stessi inganni di là da un netta esposizione giornalistica e che valse al Malaparte qualche fastidio ben medicato con Mussolini, e infine Kaputt che con questi inganni vuole fare letteratura e non lo è. Scrittura certo, è indubbio, liber scriptus proferetur, di un uomo intelligente cui, se già non è successo, uno psicoanalista da rotocalco imbastirebbe addosso una diagnosi accademica nemmeno troppo complessa; di lui, del Bonaparte Malaparte, Indro Montanelli disse o scrisse per altri versi che si trattava di un colossale Narciso, grande quanto sgradevole; da bimbetto scopersi una immagine di lui, del Malaparte non di Narciso per quanto si possano confondere l’uno con l’altro, in posa sul terrazzo della sua villona di Capri, immagine da avanti-ardito in pantofoline, sedotto dall’idea di una grecità alla von Glöden. Qualcuno potrebbe azzardare che Kaputt ricorda Nord, il trittico di Céline; bah, mi parrebbe come dire che Guerra e Pace ricorda Centomila gavette di ghiaccio perché si parla di guerra e di Russie e di ritirate. Ora per Céline per l’appunto lo stile, che è tutto, era modo che si fa contenuto, mia l’interpretazione; con sue parole infatti, le traduco dal francese a memoria, in un intervista affermò che, Di storie sono pieni i carceri, i dispensari dermosifilopàtici, le sale d’aspetto ma la letteratura è lo stile; e ritmo. In Céline, voltalo di qua voltalo di là, è lo stile che sovrabbonda, forse sovrabbonda Céline stesso in quanto stile umano atterrito dell’abisso, ma non la storia che precipita invece giù per limiti tendenti a zero. Nord procede piano, scorre via in tre piccoli volumi, c’è poco, può persino sembrare noioso. Ma non c’è eccesso, clemenze, rumore inteso semantico d’aggettivi, di metafore. Dunque all’immaginario osservatore che di Nord trovasse paralleli o meridiani con Kaputt mi pare di poter dire che no, in Kaputt gli stessi, non voglio chiamare difetti ciò che in altri desterebbero meraviglia e godimento, gli stessi τόποι o ricorsi retorici di la Pelle, le stesse frasi, mi vien da dire svergognate, finte cioè perché volte all’artàto, chissà da una lunga pratica di cronachista, indotte al sensazionale, all’effettato, a quegli eccessi da medico legale che si compiaccia di misurare  la profondità di una ferita verminosa ficcandoci un dito, ma solo dopo averlo intinto in un litro di Chanel. Prima di proseguire ricordo l’orrore di Se questo è un uomo, di Nelle tempeste d’acciaio, de l’Istruttoriaᵇ,  semplici esempi di letteratura. I deliri di Schreber sono solo anamnesi, espressione, il Reparto numero 6  di Čechov no, opera d’arte. La domanda pertanto sorgerebbe circa il motivo editoriale che ha indotto l’Adelphi a pubblicare questo autore, dunque questo Kaputt da cui, all’esatto contrario che in Nord e prima nell’opera perfetta di Céline, Viaggio al termine della notte, manca del tutto, la constatazione del dolore irredimibile, lo sdegno senza perdonanze, la vergogna, l’orrore, il Nihil, la pietà infine, una pietà desolata e un sarcasmo omicida, infine un po’ di fascismo, trasfigurati però nell’opera d’arte. Non saprei, forse il fatto che avendo Malaparte visto e sentito e partecipato a molti eventi della seconda tra le guerre dette mondiali, ebbene, per quanto attendibile sì, attendibile no, egli dal suo punto di vista fornisce notizie di primissima mano su questo e su quello, di fronti, offensive, Bessarabie, Moldovie ed Ucraine, di dittatori, cortigiane ed omminicchi, di conti, principi su cui, forse per non essere nata lui duchessa, egli sbavava riproducendone tic linguistici quanto generica pochezza, tutto senza distanza prospettica. Il lavoro di uno storico sui generis con il gusto del tutto personale di interpretare la parte del blasé ma sensibile e con il fare tuttavia di un monsieur Je suis partoutᵈ. Non mi lagno di averlo letto, in ritardo capisco, questo Kaputt; una lettura utile per chi ama la storia e ha voglia di tollerare la propria incredulità circa i fatti e la dismisura dell’autore per circostanziare il colore di una lago estivo aggettivo su aggettivo, come-se dentro come-se, metafora dopo metafora.

In un mondo di segno opposto, Rainer Maria Rilke, di cui parlare è superfluo ma così bello leggerne i balzi, gli scatti dell’intelligenza amorosa, quasi ad ogni riga di semplici eppur difficili lettere da amico, quelle che, sempre Adelphi, ha raccolto in un volumetto esile dal titolo denso, Lettere a un giovane poeta. Altro non è cosa dire di chi poco prima di morire, scrisse per sé quest’epitaffio, poche parole per molto.

Rose, o reiner Widerspruch, Lust,

Niemandes Schlaf zu sein,

Unter so viel Lidern.

Rosa, contraddizione pura, Gusto,
D’essere  di nessuno il Sonno,
Sotto così tante palpebre.

Francis Bacon (1909-1992) Edipo e la Sfinge

ªMa che ce sei o ce fai. Non ricordo casi molto rilevanti, Gentile a parte, di adesione e partecipazione al partito fascista, che può essere diverso da essere fascisti, o avere lavorato in periodo fascista, fatto quest’ultimo che toccò a molti, a De Sica e Luchino Visconti per esempio, Moravia, Malipiero, Pirandello, Ungaretti senza che abbiano prodotto un’arte fascista. Nel cinema per essermene occupato, l’arma più potente secondo Mussolini, tranne per La saga di Giarabub, mi parrebbe ingeneroso affermare che La nave bianca di Rossellini o Signorine grandi firme, siano opere fasciste, cioè di dichiarata o velata propaganda; nemmeno Condottieri di Trenk, peraltro non meno bello e intriso di epica salvifica e dittatoriale dell’epico Nevskij o Acciaio, mi sono sembrati fascisti. Avevano invero queste opere, d’arte o meno, il valore e la funzione di finzione (dis)educativa, come la pubblicità, la stampa e la televisione, la scuola politicamente corrette d’oggi, la cui arte credo nulla rispetto a I bambini ci guardano (1943 -Vittorio de Sica). Per la propaganda vera, diretta c’erano i film Luce a bastare ed avanzare e a far danni. Pirandello chiese non richiesto la tessera del partito, ma aderirono in tanti per non dire tutti, -rimandarsi pertanto a ciò che più volte scrisse Pasolini sul fascistismo italico- poi dimenticati perché nullità. Eccone un elenchino minimo, Padre Reginaldo Giuliani, Giuseppe Bottai, Sem Benelli, Mario Appelius, Achille Starace, Auro D’Alba, Luciano Folgore, Ugo Ojetti etc. e, naturalmente quel cóltissimo maccherone che fu F.T.Marinetti, le cui Poesie a Béni, in francese, sono forse leziose ma deliziose.
ᵇ Primo Levi – Se questo è un uomo – Einaudi. Peter Weiss – L’istruttoria – Einaudi. Ernst Jünger – Nelle tempeste d’acciaio – Guanda
ᵈ Forse poco noto a chi non si occupa di queste bagatelle da massacro JSP fu assai letto giornale parigino più-che-fascista apparso nel 1930 e liquidato nel 1944, cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Je_suis_partout. Nel bellissimo film di François Truffaut L’ultimo métro, uno dei caratteri principali è appunto di quel giornale il critico teatrale, Daxiat nella finzione, ovvero Alain Laubreaux nella realtà. ( E interessante osservare come per essere veri nell’altra realtà i nomi di luoghi e di persone, siano da cambiare; ne fa fede massima Proust ) Nella realtà del film Daxiat viene fucilato l’indomani della Liberazione, nella realtà fattuale invece Alain Laubreaux la fece franca da Franco in Spagna, benché condannato a morte in contumacia in Francia. Si veda dunque il film in http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4bd38fe1-cd10-4c61-acd8-e3b69e0d36a3.html 

 

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PLII 2017 – Assedio ed Esilio

 

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 Vilhelm Hammershøi (1864-1916) – Interno con donna di spalle – Randers Kunstmuseum

Stante che è raro accada ed è evento differente dall’ascolto che mi presto da me nel tentativo di non dire scempiaggini quando faccio lezione, vedermi ed ascoltarmi altrimenti mi dà sempre la curiosa e salutare sensazione di essere altro da me medesimo o più sul vago di essere un anziano bizzarro, imbarazzato da sé, alle prese con cose più grandi di lui o perdute. Ecco dunque il link a un’ardua intervista, ardua per i quesiti posti, che la direzione del Premio Letterario Internazionale Indipendente ha imbastito a seguito del massimo riconoscimento attribuito nella primavera scorsa al mio inedito, e che tale resterà e lungo io credo, Assedio ed Esilio. L’intervista ha l’intenzione di essere utile a rintracciare editori disponibili ma a cose fatte mi è sembrata abbastanza gradevole da essere proposta all’ascolto qui dei miei duecentoquarantatre seguaci. È stata realizzata secondo me molto bene dal punto di vista tecnico e in italiano, ma degne di nota sono le traduzioni sottopancia in francese e in spagnolo che non solo mi traducono bene – impressione insolita quella di essere tradotto che mi ha ricordato quella provata nella tradotta militare che in dì lontani assai mi portò dal campo di addestramento al mio reparto di destinazione a Udine – ma che sono pure interpretazioni così pertinenti del mio italiano da sembrarmi persino più belle. Ecco qui i link a tutte le versioni, la francese e la spagnola e l’originale italiana. Il video dura 11 minuti circa e, altra cosa che mi sembra assai apprezzabile, i tempi delle didascalie sono stati calcolati per lettori calmi e meditativi. Buon anno compaesani.

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La pratica idiota del sorriso uccide la risata

De Unamuno

Miguel de Unamuno, filosofo e poeta (1864-1936)

Non faccio dell’anti-sociologia se dico che mi occupo poco di guardare le figure che tappezzano la realtà ma, al comparirmi oggi l’ennesima foto di un scritoreª che se la suona e se la firma, di poetessa al femminile accavallata alle gambe del marketing, di questo o di quello/a in posa da dispensatori di consolazione, ho preso atto che non v’è alcuna o sono molto rare le immaginette sacre al culto di se stessi che, con effetti inquinanti sul paesaggio, specie in quella trappola rivelata che è la rete sociale, per non citare la pubblicità desiderio, che non siano dunque afflitte dall’ostensione costante, meno che puerile, peregrina, di quella stortura sotto il naso dell’esserci che è il sorriso. Giorni addietro un’idiota mi ha colto all’uscita del pissoir istituzionale con un sonoro, estatico e inteso fuor d’ogni dubbio salvifico, Salve, salve, lo vedi io sorrido, ti sorrido; Ah bene, io no, replicai con totale mancanza di bontà cardinalizia, gentilizia e convenevoleDomani scattasse la festa dell’attentato, al video dei morti – queste immagini potrebbero turbare la vostra sensibilità – prologo implacabile dei quotidiani in linea, e i quotidiani sono sempre in linea con una linea, per dieci, quindici o trenta secondi  prima, specie di questi tempi luminosissimi, ecco tutto un avvento odontoiatrico o filibiscottiero, di modelle in genere, cui un bidet sembra aver restituito il sorriso appunto, dopo un’improvvida pipì.

C’è da pensare che avere una faccia seria, almeno assumerne il tono muscolare per imitazione, sia esclusivo diritto e dovere di malviventi generici, mafiosi, camorristi, madame della ‘ndrangheta e di qualche residuale nazista; non che ne manchino di quei tipi, sì che la genuflessione labiale al culto del buon pensiero pastore, sembra non giovare né alla marzialità né alla ferocia dei compiti delinquenziali. Gente autentica insomma. Come, se non quanto i filosofi, benché  questi ultimi con i pochi artisti e i poeti che ancora non sono morti si affaccendino su rive opposte di differenti fiumi. In sintesi provate invece a trovare foto d’autore, attore, borgataro o puttana rifatti qual siano siano, che nella sua foto di faccia, non faccia la smorfiosetta, specie quelle parodie del femminile che sono i maschi, forse a significare il bis-pensiero, Ve l’ho fatta, il sorriso denunzia un’assenza, un buco, ma lo so che non lo so e vivo come se fossi vivo.

Mi consola osservare invece che il signor Putin pare determinato a non sorridere mai e non finge; ho l’impressione che il suo codice genetico non abbia le informazioni necessarie a simulare il sorrisetto in falsetto. C’è da fidarsi allora. Altro discorso riguarderebbe invece l’immagine di un qualunque altro dirigente politico, e non, italico, e non; lì ci troviamo di fronte ad una tale assenza di faccia ché, per tipi di questo rango, antistile e mestiere, perderla è impossibile. Solo il comico Crozza per esempio sa applicargliela, al punto che si ha il sospetto che certi figuri da parlamento esistano solo in grazia della sua parodia. Da qui la risata.

Paolo Poli, attore di sé ( 1929-2016)

 https://www.youtube.com/watch?v=EadziciYlHk&index=3&list=PLKOuKTFf7fXs6tG7vrM1Cz4LSY9–E-tY

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ª cfr. Natalino Balasso https://www.youtube.com/watch?v=R3S9Jl6W3MQ

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Auto teatral

Vista ieri sera al cinema Palladium di Lecco la diretta televisiva dell’inaugurazione scaligera. Opera Andrea Chéniér di Umberto Giordano, meridionale di gran talento.

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Il teatro lirico sempre teatro è, per molti aspetti è un super teatro, erede com’è a mio del tutto immodesto parere del mito, che si potrebbe ritenere l’inconscio dell’inconscio ovvero della tragedia greca. Nacque con questo intento la rappresentazione lirica e poco importa che si trattasse di una svista di grammatici fiorentini l’attribuzione del canto alla tragedia ovvero al mito. L’intento è in ogni modo sacro, non religioso ché la religione sta al sacro come il totocalcio al destino. L’epoca corrente che corre a schifìo è molto religiosa, gesuitica, farisaica adora la superstizione, la sicurezza, i geometrismi, i fogli excel, le inchieste e le statistiche, tutti i trabiccoli tecnici che i greci ignoravano. Morivano è vero perché la morte era una seccatura naturale non meccanizzata, e apposta non disdegnavano la battaglia e l’eroismo dissennato; meglio una daga nella gola, dieci secondi a dir tanto e sei morto, piuttosto di una lenta idropisia o di un orribile colera. Il richiamo della morte era il richiamo a farla finita o, all’infinito, che, privato però di qualsiasi romanticismo borghese e cattolicesimi attaccaticci, risuona  nel finale di preciso tragico, cioè catartico di Andrea Chéniér. Che si pronuncia Scénié, con le é chiuse, guardare l’accento, e non Cinaiar o Cènii, poeta rivoluzionario francese, ghigliottinato sul serio e per effetto del terrore ovvero della necessità sopravvenuta alla Rivoluzione, nel 1793. Amen. Si legga forse a proposito o forse a sproposito di Alberto Giovanni Biuso, Il sole e il millenni in https://www.biuso.eu/2017/12/06/il-sole-i-millenni/

Dunque ieri sera alla Scala si è visto il mito all’opera e il rito alla prova. Unico neo i risibili fantocci del pubblico contemporaneo che di sicuro Carmelo Bene in uno dei suoi più alti e volatili eccessi avrebbe tolto di mezzo, lasciando che l’auto teatral si compisse nel silenzio e nel vuoto. Ma insomma non tutto era bene ciò che incominciava Bene per il marketing ma almeno l’ottimo Chailly ha preteso e ottenuto che il pubblico stesse zitto e bono e che la claque non sbraitasse golosa di protagonismo. Dunque nel silenzio almeno sono stati messi in atto i primi e i secondi due quadri di questa opera, userò un banalìsmo, bellissima, tanto che il successo che le risultò nel 1896 la dice forse molto lunga sulla capacità di ascolto dei nostri antenati e sulla sordizie sistemica di oggi. Opera difficile infatti, pensata come ognun sa per andare avanti senza soluzione di continuità, tanto valeva eseguirla di fila ma poi il bar del teatro e le mises delle signore senza signorilità tranne Carla Fracci, come avrebbero fatto; opera ardua per il cantore, anzi estrema; difficile per una regia che, attentissima, con qualche mia perplessità circa un paio di soluzioni che non cito per non disturbare, qui fa ottimo uso del palcoscenico girevole, scene azzeccate e costumi d’impatto a parte. Eppure allora, nel 1896 e sempre e a dispetto della difficoltà, piacque. Piaciuta è, a dire il vero, anche ieri sera. Del resto si capisce. Non sono chissà quale esperto di voci né ho qualche attitudine da melòmane, amo e rispetto il rito, che più di una volta ho io stesso officiato, sicché ho trovato raro e strepitoso l’impasto della compagnia. Commovente. Incredibile il triangolo baritono, soprano tenore. Inscì avèghen, così averne -di più- avrebbe detto qualche milanese. E ciò detto questo è bene sottolineare che il napoletano Martone, erede di qualche grecità e vero teatrante, si è occupato dell’ufficio rituale alla perfezione oltre che della dizione impeccabile dei cantanti, dei pesi e della misure in scena. Questo è il sostanziale ufficio del regista. Niente mitragliatrici, cappottoni, astronavi dunque e tutta la chincaglieria del così detto regie-teather che sta al teatro come la pornografia all’innamoramento o, detto fuori dai denti, come l’imbecillità all’intelletto. Siccome non sono però  un critico ma solo uno che ha appreso bene e in antiquo ab antiquo fatto mestiere dell’opera e del teatro in genere, qui mi fermo. Sottolineo però che ho pianto più di una volta. Effetto dovuto. Qualche vecchino come me canticchiava in sordina a me accanto. L’opera è questo, catarsi da qualcosa che s’è perduto e non si sa. Tutto rimane uguale ma cambia. Una lode alla regia televisiva per la puntuale e solo frontale ripresa. Punto.

I momenti più tesi dello spettacolo:

  1. La gavotta ( peccato prima la pastorelleria  con i passi ottocenteschi)
  2. Finale primo quadro
  3. Duetto Maddalena-Chénier e duello.
  4. Nemico della patria. Il processo
  5. La prigione

 

E infine ecco qua degli alessandrini di André Marie Chénier (Costantinopoli 1762-Parigi 1793)

da La jeune Tarentine, Bucoliques, vv.26-30

Hélas! chez ton amant tu n’est point ramenée./ Tu n’as point revêtu ta robe d’hyménée./ L’or autour de tes bras n’a point serré de nœuds./Les doux parfums n’ont point coulé sur tes cheveux.

Oh cieli, da colui che t’ama non tornasti./E riprese non hai d’imeneo le vesti./Di nodi d’oro le tue braccia non hai strette./Né le tue chiome dolci di profumi hai fatte.

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Casco rosa

 

mostri

L’uomo pallido da Il Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro

Almeno tale da apparirmi logica adesso, c’è solo una motivazione che riesco a intravedere nel gesto della presente e soi disante amministrazione americana, ed è quella di voler scatenare la giusta reazione palestinese nella speranza che sia il più violenta possibile in modo da giustificare, già che siamo lì in Siria, l’intervento americano, anche sotto traccia; per far fuori tutti i palestinesi possibili, operazione non andata a buon segno a Sabra e Chatila nel settembra 1982; o almeno spaventarli a morte e che se ne stiano di là da un muro che è la tendenza immobiliare di questi anni neri. Qualunque altra interpretazione mi pare porti a un diagnosi di imbecillità di cui l’arroganza costituisce il nocciolo antico. Naturalmente non ho né la competenza né la storia di esperti e mi scuso con loro per volermi impicciare di cose più grandi di me; sono un monello infatti che guarda ciò che vede, delle signore che si spogliano, dal misero osservatorio di un buco nel tramezzo della cabina ai bagni Sirena; si intravedono dettagli limitati ma piccanti e sostanziali.

Divergo un poco. Poco tempo fa e a motivo del mio lavoro mi è capitato di essere presentato a una giovane artista israeliana. Ci scambiano due parole, con cautela perché temo il folle nazionalismo di molti israeliani, il loro credere in ciò che credono, la loro acefalia baciabibbie quanto quella del loro mandante alla Casa Bianca, ma conversando apprendo che la signora è emigrata in Italia, emigrata sì,  stabilita, in pratica convertita a questo pasticcio in forma di stivale, con bambine che vanno in un asilo italiano, ah questa poi niente scuola de propaganda fide, e marito, prossimo all’abilitazione italiana in medicina. Mi stupisco un poco ma allo stupore subentra, per voce della signora, la certezza che la famigliola israeliana è venuta via da Israele, Perché vivere lì è impossibile. Mi freno di nuovo, il nazionalismo ha mille facce e temo che il termine impossibile nasconda la consueta avemaria di tutti i piccoli borghesi sulla sicurezza; perché ci bombardano, perché nemmeno l’esercito di dio e il dio degli eserciti dà garanzie e nemmeno i muri, i pestaggi, la tortura sempre di dio, gli incarceramenti preventivi e senza accusa. E invece no, A voi sembrerà molto strano ma Israele è un paese bigotto e impossibile, tale che qualsiasi altro è meglio, terribile e con dirigenti tanto terribili – non traduco la signora parla italiano come me, chissà non sia di origine – che persino i vostri che vi fanno orrore sono  meglio. Dovunque ma non in Israele è la conclusione del discorso, Viviamo a ***, in provincia stiamo bene. No comment.

Questo epìlogo più che apòlogo mi pare riveli un sintomo imponente ma isolato, non so se e non credo un malessere collettivo come quello che porta molti italiani giovani o meno ad andarsene da qui, e fanno bene, dall’Italia verso un Europa che peraltro resta la signorinella pallida dolce dirimpettaia del quinto piano, l’ultimo che le concedono i piani quinquennali dello stato più canaglia di tutti tanto che dovrebbe espellersi da solo da se stesso, l’unione americana. Arroccata com’è in una comunità codarda e cerchiobottìsta, che riconosce tutti a parole ma se ne impipa di tutto, dei fatti e dei misfatti ignorante come l’ottantenne in carrozzina del Gattopardo, quest’Evrupa frigida ha le sue caramelle di legno da succhiare è vero, ma non intende, lo volesse, lo capisse, che avrebbe tutto da guadagnare a guarirsi la propria voluttà di suddita isterica.

Sicché il grande terrorista, detto dal suo poco abile parrucchiere casco rosaª, disonore di quanti sono crepati nella seconda guerra mondiale per trarci dagli impicci delle nostre dittature, od orco transgender cui augurare di passare da Dallas e restarci per tutti week-end futuri  è pochino, rispetto alle sue colpe in essere e in fieri, insomma il soggetto in oggetto giocando giocando con le bombe a mano di babbo natale ne ha gettata una in piazza a Gerusalemme e non è ancora scoppiata; come gli ordigni neri dei cartoni animati è lì che frizza e fumiga. Attendere.

ª parodia del più celebre titolo Casque d’or di  Jacques Becker con Simone Signoret – https://www.youtube.com/watch?v=L4B613YiWGs

Carlo Buti –  https://www.youtube.com/watch?v=Bn-yTtV8GHA

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Marasciuttati e blade runner

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Resti di chiesa romanica e tombe a Garlate – Lecco

Dal breve e impeccabile appunto dell’amico Biuso nel suo blog https://www.biuso.eu/2017/10/14/marasciuttati/, traggo l’occasione per qualche osservazione più impertinente che pertinente ma, del suo carattere, deciderà chi leggerà. Esiste un cupo dramma di Heinrich Böll, Ein Schluck Erdeª, sentire o figurararsi come risuona tragico il tedesco più dell’italiano, un sorso di terra, ma qui lo dico e lo dimentico. Ebbene. Mescolato a diciassette ombre in una sala per trecento ho visto un film di cui tutti sapranno tanto che  è inutile un sunto, Blade runner 2049. Al farsi buia la platea arrivano ciabando e siedono, ovvero si sdraiano poco distanti da me, piedi sulle balaustra, cinque lavori in pelle femmina, cinque volte chewing di gomme e risatine, zittite subito al principio da chi scrive per far intendere loro di non essersi materializzate dal pub al divano di casa, fronte alla casualità del  televisore bensì, per disavventura loro, in un  pubblico convegno, con l’intenzionalità sottaciuta ma nota del silenzio e delle contemplazione. Zittite sono state, non credo per educata consapevolezza né perché catturate dallo scorrere di suoni e immagini giù dallo schermo cinematografico quanto piuttosto dal richiamo oracolare dei loro cinque giovani telefoni, al chiarore dei quali i cinque visi hanno continuato ad apparire sparire dall’ombra durante tutta la proiezione. Ho preso il fatto per fato e per segno del film e di questo pianeta ove sempre di più si blatera di identità per una componente umana che pare replica di un originale smarrito. E l’opera di oggi, di desolante bellezza, è a sua volta replica, replicante della sua antenata. In luogo ma al pari degli umani osservati  dal professor Biuso nel suo blog, in questo Blade runnerci sono replicanti a muoversi, lavorare, abitare, cucinare, accoppiarsi, accopparsi, fottersi in tutti i sensi, amarsi  persino sacrificarsi in un mondo di contiguità ossessiva, brulicante di un miseria indifferenziata e sordida, eccezion fatta per il potere, una multinazionale cosmica, nascosto  da un apparato olimpico e in abiti divini, tagliati di preciso nello stile assoluto che veste il potere oggi e che, per l’appunto, dimora in vastità egiziache, cave e disabitate come tombe, monumenti funebri ciechi per ciechi, alla lettera. Insistente una domanda,  anche in merito a un cane, Sei/È vero o falso, corre per tutta l’opera cui gli autori, a partire dal canadese Villeneuve, senza fare il pianto greco, può darsi inconsapevoli e sarebbe meglio, sembrano avere trapiantato un cuore greco. La macchina da presa vola su immagini che non possono non rimandare a scavi, a rovine, da Troia a Pompei, da Berlino 1945 su fino ai monconi insabbiati di una qualche Mosul, all’Eur plastica di Fellini, e alle discariche del Cairo. Rovina, rovine ciclopiche di cancellerie,  autostrade,  bunker, giganteschi smarrimenti e monumenti alla dismisura, all’ὕβϱις, hybris, del mito. La tragedia greca a guardarla in un certo modo, fu un continuo replicare, interrogandolo, il mito. E di ordine mitico, nel discorso del film, m’è parso appunto il rincorrere il ricordo di una catastrofe iniziale, dal buio della quale appare emergere la titanica esumazione, ma da un mare nero e agitato, della Los Angeles del 2049, Ein Schluck Erde, e la memoria perduta del tempo; memoria e costruzione della memoria, fusione e confusione tra fatto, fittizio e artefatto, fattizio, per parafarasare un termine ricorrente in Proust. Del resto  l’umano parrebbe sempre di più non un organismo ma un’organizzazione funzionale, schizofrenica e proiettata in una simultaneità temporale senza coerenza. Volta all’ottenimento del godimento di un oggi trattenuto all’infinito, dice in altri modi il Biuso. Con parola corrente, senz’anima, tanto che, Anche senza non sei male, dice Madame, il capo della polizia al suo fidato replicante blade runner all’inizio del film. Oh come sa di arbeit-macht-frei tutto ciò. Una pellicola intelligente che con grande sapienza ha adottato la strada non delle fedeltà ma della replica appunto di un originale, non perduto in questo caso anzi ritrovato, un greco ripeto, magari ci si riconoscerebbe, su sfondi scenografici di precisione certosina e tragicamente spaesati,  grandissimi, alienati, tali che mi hanno ricordato per molti versi le visioni improvvise e folgoranti appunto di Federico Fellini; dallo smisurato fantasma di Anita Ekberg in Le tentazioni del dottor Antonio, alla suburra del Satyricon, agli organi sovrumani per corali troppo umani del Casanova. Un involucro, un bozzolo di suoni di disumanata epica infatti, musica non saprei fino a, o di là da quale punto, racchiude questo Blade 2049 e vi si sprigiona apparecchiata da Hans Zimmer per debordare, saturare, sommergere, infastidire e non eslcudo spaventare la sala. Curioso che il solo tema  riconoscibile per tale, e richiamo sentimentale del primo Blade runner, suoni soltanto all’ultima scena, qui sotto una neve che sa di chimico e non più sotto una pioggia insistente; il tema della morte goccia dopo goccia, Like tears in rain. Potrei dire di più ma ora stesso in questo istante smetto di credere che quanto vado scrivendo abbia qualche importanza e taccio. I cinque lavori in gomma si sono levate dalla poltrona per aggiustarsi pantacalze e spalline, senza mollare un istante i loro telefoni. Che cosa sembravano non saprei.

ª ain sc’luk  érde. Einaudi

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Pìcole patrie, patriottimìsmi, res ferenda e nenerèttili

Francisco Goya – Il sonno della ragione genera mostri

En este mundo traidor / nada es verdad ni mentira / todo es según el color / del cristal con que se mira.– Ramón de Campoamor, (1817-1901) .*

Capisco bene che la questione è controvertibile, perversa e al solito economica; e che i governi non riescano a fare a meno di essere stupidi oltre che miopi, come tutti coloro che osservano le cose, più che attraverso una lente, senza lenti alcune e alla distanza massima di lor méntula o minchia, non sempre in erezione. Fu stupido Francesco Giuseppe, tuttavia uno scalmanato senz’arte, come senz’arte fu il caro Adolf più tardi, gli aveva assassinato un arciduca. Sicché guerra. Fu stupido e  scotòmico e stupido il suo parlamento con tutti i c(i)echi e serbi-rancore e trentatré trentini e po’-lacchi e un po’ lócchi. A tal sproposito ricordo molto bene che nel ’18 a Trieste le ragazze scioglievan lor trecce per le piume e tutto il resto dei bersaglieri al seguito del nane-Rettile savoiardo. Lo ricordo perché mia nonna fu al molto Audace molo tra quelle sconsiderate che, nonostante parlassero poco e male l’italiano da loro scambiato per il dialetto triestino, avevano una passione per l’Italia di lor cuore. L’Italia appagò il cuore della mia e di tutte le nonne della molteplice monarchia che fu, togliendo loro il nome che il deprecato Absburgo  riconosceva, l’identità ah ah, e mutandoglielo da Bergomaš in Bergamasco; gli esempi sono tanti. Mio cugino Sedmak divenne Sommacco – specie arborea ma non credo che gl’italianizzatori forzosi lo sapessero. I parenti Ivancic, Giovannini, gli Schneider, Snàdeiro, sì quelli delle cucine. Molto tempo dopo e con eguale protervia, mia madre che non capiva l’italiano, con cui aveva conti aperti di suo, nel 1952, si vide negato dalla repubblichissima repubblica italiana, il diritto a chiamare chi scrive Robèrt o Edgàrd, lei francese, perché nella repubblichissima non passava lo straniero. Ricordo molto bene quanto è costata e tuttora costa la dementia de gli-stati-siamo-me cui le grandi patrie non danno quell’ascolto minimo che si darebbe tuttavia, con uno sberlone o un, Citu, ai bambini quando con strilli e corse e bizze tra i tavoli in trattoria o al supermercato  chiedono e chiedono senza riguardi l’attenzione e il balocco che non gli spetta in quel momento e in quel luogo e senza i dovuti modi; ossia con la più banale delle buone educazioni. Dunque morti, 600.000 solo nel regno savoiardo, e 2,000,000 di mutilati. Una vittoria, mutilata senza dubbio. Non dico che il diritto di essere piccoli e soli non sia da rispettare, osservare due volte cioè. La Svizzera ne fa fede. Non dico che piccolo sia brutto. Anzi è spesso meglio. Si affoga o ci si salva meglio in due, anzi da solo a solo, che in tremila; la statistica è spesso esponenziale nei risultati. Ma tra questo e dire che 43 persone su cento rappresentano la volontà dei catalani, vuol dire far dei meno i più o meno, e viceversa, chacun à son goût.

Le res ferenda sovvertono, nella mia logica, il tanto squadernato concetto di democrazia diretta, riproponendo il conflitto menscevico/bolscevico o, in termini più banali l’usato antagonismo noi/voi/essi. E, sovvertendolo fan capire i padroni del vapore quanto tengano a rimenare la polentazza dei sentimenti tra i più deteriori e sciocchi dell’umano. Quello dell’io sso’ io e io e tu non sei un cazzo, detto con pompa identità culturale. Una democrazia diretta dovrebbe essere diretta a riconoscere il diritto dov’è, nel giudizio meditato e ragionevole, non sotto l’asticella  mobile sotto la quale piazzarlo secondo un ghiribizzo aritmetico e idealistico, e vada pur di sangue e patria. S’è schierato a sproposito il termine franchista, però, se mai un po’ franchista è il modo con cui i padroni del vapore catalano maneggiano con noncuranza concetti che preferiscono tenere oscuri o disfunzionali. E a me ricorda tanto ma tanto ma tanto lo stile del Movimento studentesco. Punto e da quel punto agl’Isisnazi il passo è a distanza di Rubiconi. Sicché prima di dire franchista dello stupidissimo governo spagnolo, che di maestrini montessoriani tardivi sta facendo martiri, occorrerebbe chiedersi che fare degli altri 57 sui cento, trasformarli ipso jure in minoranza di ranocchi o forse mandarli in esilio perché si sono dati qualche risposta di buon senso su questa fantasia delirante delle piccole patrie, dei popoli, delle identità senza specchi, specchi di loro brame di originalità in cui riflettersi. Gorbaciov, in illo tempore, ebbe ad osservare che il mondo gli pareva un camion senza freni scagliato  a tavoletta da un guidatore ubriaco verso un burrone. La del camion è una metafora superata. È l’otto volante il modello agognato; e non segue neppure le rotaie, perché ha perso le ruote, le rotaie e le rotelle.

El Infierno del Dante era un mal aprendiz en comparación con los retorcidos inventos de castigos infernales que me metían los clérigos enseñantes en mi tierna y sensible cabecita infantil. Todo el curso de mis primeros años ha sido un sueño tenebroso, del cual creo que todavía no he acabado de despertar.**

Ramón de Campoamor

*In questo mondo ingannatore, nulla è vero o traditore; tutto infatti è del colore, del cristal con cui s’abbia a guardare.
**L’Inferno dantesco era un cattivo apprendistato in confronto alle  perverse invenzioni di castighi infernali che preti  maestri cacciavano nella mia tenera e sensibile testolina infantile. Tutto il corso dei miei primi anni fu un sogno tenebroso, dal quale credo di non essermi ancora destato.
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Le villeggiature dell’Elzemìro

Desideria Guicciardini – Senza titolo – ©2017 coll. privata
Idillio fiorentino
  a L.M.                                                                                                                                                                  
 Un nonnulla. Due ragazzini, spilungoni per la loro età, un maggiore robusto, la mirata sorniona d’inveterato fiorentino, magnifici capelli adatti al vento, minore il secondo, rasato a zero, un filìno con l’àndo di chi sia timorato ma non di dio, bensì di una sorta d’incertezza nell’attribuirsi una patria e degli uomini, che in guardia scruta con occhio di spia. Scendono insieme giù dall’erta di Settignano, cicale, sole, ulivi e cicale, fino alla piazza; incrociandone il passo lento ma deciso di chi abituato a entrare in scena ne sa uscire, salutano Odoardo Spadaro, artista di vecchia rivista, panama sghimbescio da diseur, giacchetta e cravattino. Poi saltando sul 10 filovia dell’atac, Associazione trabiccoli arrugginiti firenze, dice fiero di questa rivelazione il maggiore dei due hidalghetti fioriti al minore, entrambi sul predellino a farsi forare il biglietto, avanti che qualcuno tragga da un vocabolario alienato la demenza del verbo obliterare. Sicché il trabiccolo numero dieci chiude le porte e parte con un che di incerto, di malingamba, e scivola frenato seguendo i suoi fili aerei giù per le ampie curve che portano in città, a Firenze; sfiora la villa del di cui si dice, si dice e si racconta dei suoi cavalli, dell’amata Duse, capponcina lei, falce di luna calante, porziùncola lui il Gabriele poeta D’Annunzio. Spunta perciò un’ala dorata** al pensiero del filovia che corre, passa l’Affrico torrente di stoppie, fino al Ponte del Pino dove un pino c’è, ombrello grande a consolare dal sole, stesi in tranci sugosi sul banchetto di zinco tra enormi stecche di ghiaccio, i cocomeri al gelo che, con la città, dividono il colore della polpa, rossa questa e quella dei muri avvampanti di splendore nell’appassir del giorno. Vuota di suoni borghesi dietro le antiche persiane verdi, dietro le tapparelle verdi, la città è bellissima, non visto vi transita un Pan mentre tutti sono al mare a mostrar le chiappe chiare, ovvero il sordido orrore dei corpi a sé disavvezzi. I due ragazzini vanno e vengono in quel paradiso abbandonato da baci e frizioni che ignorano ancora per loro fortuna, tale che tutto a loro d’intorno sembra costruito per far il niente e inseguire bomboloni selvaggi e ruvide dolcezze fiorentine. Spariscono alla vista in un cinema i due. Ne usciranno quanto dopo chi sa. Mutati da quel minimo tempo che ad altro li sta addomesticando. Un nonnulla.
 Mister Pet
L’educazione di certi ragazzi del nostro mondo dovrebbe spaventarci, tanto più quando se ne osservano i risultati, lo sfacelo che essa produce nella psiche di questi ragazzi, così accuratamente rovinati dai loro genitori.                    Lev Tolstoj – Il primo gradino – cap.V
Pet, pet, pet, fa la trompetta dell’automobilina, pet pet. Non è più stupido degli altri esemplari della sua specie il bambinetto seduto al volante nell’auto che lo zio ha lasciata nel giardinetto condominiale, pet. In inverno la sua sconfinata infanzia è invogliata dalla scuola a un tentativo di darsi un senso riconoscibile per un tempo dato e assodato; correre al piede di una palla, saltare perché fa salti la sua natura, fantasticare infiniti mondi di lussuria dietro una parola e soprattutto fare rumore; rumore è esserci, Lärm ist Dasein direbbe un gran tedesco; appena non sussista il vincolo dei divieti spaziali e temporali delle maestre, per quanto poco prescrittivi sembrino i loro No bambini, per quanto lieve, camuffata e politica sia la loro formulazione, quasi che quei no o altri monosillabi corretti e assi poco corrigendi, siano già un’eco di loro esili e trascurati desideri; passati questi passata quella. Ebbene ora d’estate, là nel paesone di mezza altezza dove mister Pet vive la vacanza dal sé stesso che senza deroga alcuna ogni mattina si sveglia alle sei e trenta, ed ora che per ventura lo zio è arrivato da qualche trascurabile contrada a passare qualche tempo da loro, estranei quei loro a questo teatrino e che quindi non mettiamo in scena; ora, che nella quieta sonnolenza dei loro condomìnii e delle loro villette intorno, l’estate rallenta il sonno degli operosi caldaìsti e muratori ed elettricisti quasi che il rocchetto del tempo si regoli di sua volontà su ritmi un po’ cubani, ancheggianti, più fatalisti e un po’ meno vòlli fortissimamente volli* ; ora dunque, brachétte a strisce con una goretta di urina davanti, straziante blu della canottiera, ora a quell’ora Mister Pet si scaglia dal suo lettino all’auto e comincia a guidare, si badi che non sa ancora accendere il motore né peraltro arriverebbe con i piedi ai pedali, ma lui guida guida sull’ali dell’avvenire, e ogni tanto ritiene opportuno segnalare la propria presenza al mondo con un pet del clacson, ripetuto spesso, pet. Segno che il mondo sopramondo di lui non si dà conto, non rileva il suo esserci. Ma dopo un po’, la geografia dei condomìnii risvegliati sì. Tacendo subisce e acconsente.
 Le foglie 
Tra le storie che si narrano del maestro Z… c’è questa, che un bel giorno del decimo mese alla porta di scena del teatro K…, truccato e vestito a puntino, bello nel suo abito giallo e corrucciato arrivò un attorello, che infranse il silenzio dovuto per dire, Maestro, che debbo fare se il mio cuore è tormentato e non riesco a recitare senza ricordare tutto il male messo in atto su formiche e lucertole, il maltratto che ho avuto, con questo e con quello, con mia madre ad esempio, le offese e i torti fino al giorno della sua morte e solo perché come di ognuno che spenga le luci e chiuda bottega e magazzino, mi irritavano le sue parole querule, circa me stesso. Io non so dire mai che quel che è fatto è fatto, che l’acqua come s’usa dirne passa sotto i ponti, eppur l’infradicia, non riesco a sopire la memoria con l’oppio della necessità; e il sonno non mi giova.
Ah ah, prese a ridere il maestro da dentro il suo sontuoso costume e continuò, Fai bene e fai male; la colpa resta colpa, abituati ad osservarla, è tua quanto l’occhio con cui la guardi; si uccide senza parole, si maltratta a parole e con ciò si uccide di nuovo, la madre è solo un esempio; e chissà quanti con abili metafore avresti fatto e vuoi far fuori oggi; è ovvio che questo ti spaventi ma è indifferente al cielo, guarda su se ti par che si muova e commuova; le nuvole, ah, è il vento che le spinge, non ci sono allegorie su per aria. Tu agisci benché agitato, ti piaccia o no, anzi benché ti dispiaccia. Ascolta i lamenti di questo tuo cuore scosso e cerca di trarne qualche sugo ché lì sta la differenza; non c’è perdono che ti spetti, nessuno che ti aspetti con un telo asciutto fuori dall’acqua gelida del lago, nessuno tranne te stesso se accetti la proprietà di ciò che a te è proprio. Siamo mestatori di metafore noi e mescitori di oblio*, ma poi. Ma poi il maestro tacque ed entrò in scena irritato per le chiacchiere cui s’era sottomesso e, suo malgrado, per il fondo di finzione che aveva sentito affiorare dalla propria maestrìa. Un soffio di vento improvviso agitò i lumi e sparse da un albero, sul pubblico in attesa, uno sciame di foglie… farfallette amorose agonizzanti**… Sembrava avessero ragionato esse e il vento.
 L’algoritmo dell’anguilla
Algoritmo. Termine matematico derivato da al-Khuwārizmī – Corasmia, Khwārizm ndr. – soprannome del matematico arabo Muḥammad ibn Mūsà , 8° secolo. Tale termine fu usato nel Medioevo specialmente per indicare i procedimenti di calcolo numerico basati sopra l’uso delle cifre arabe, e attualmente si usa per qualunque schema di calcolo. Quando si parla, ad esempio, dell’algoritmo della divisione o della moltiplicazione, s’intende la nota disposizione delle cifre che si usa per effettuare tali operazioni.
 in Enciclopedia Italiana, 1929 
Nell’età delle sciocche certezze giovanili, per un anguilla s’intende, tra stagni e valli d’acqua mezza salata e mezza no, né ti né mi, appunto un’anguilla sguazzava senza troppe difficoltà, paure, apprensioni e affini, quando s’imbatté in un girino che alla sua vista gettò un grido soffocato; gli strilli dei girini sono a misura delle loro dimensioni e della loro boccuccia da fiorelllini e poi, sotto il pelo dell’acqua gridare non è comune quanto in un deserto. All’avvistare la scucchia negra e il lungo corpo di serpe mancata dell’anguilla, incarogniti gli occhi di lei a sembrare stupidi e proprio perciò minacciosi, il girino ne fu spaventato e si dice non a caso a morte, si sentì divorato ma ebbe il guizzo di guizzare all’indietro; Oh cielo un drago, farfugliò il girino fuggendo come poteva a coda levata e ripetendo drago drago. L’anguilla fu tanto stupita da quel chiamarla drago che non si peritò di inseguire a papparsi il girino, anzi si fermò a specchiarsi nella propria fantasia e si vide e si ammirò immensa e minacciosa, un drago per l’appunto, un drago con una spina dorsale corazzata come solo i cinesi sanno immaginarne. Continuò a pensare di sé questa bizzarria, incurante dei pericoli che anche un quieto padule o una larga laguna possono offrire più che nascondere. Sicché fu pescata l’anguilla da bipedi lenti e lónfi, e si stupì, quasi s’indignò pel fatto che qualcuno avesse in petto l’ardimento per pescare un drago. Aggrovigliata tra altre anguille in una vasca affollata, non si dette conto che le sue dimensioni appartenevano anche alle sue sorelle, non draghi, non mostri; sargassi viventi. Su un tavolaccio di legno, quando fu inchiodata viva per la mandibola, con tutto quel che seguì, sventramento, salatura, pepatura e cottura au plaisir des dieux, a quel punto l’anguilla aveva smesso di fantasticarsi. Da ogni pezzo di sé.

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata
Immagine guida e compagna di viLLEGGIATURA dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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