Le fablier des animaux

All’età non saprei dire se di otto o nove anni, età in cui meglio si sta facendo o già ben si è fatta strada la capacità di distinguere il proprio dall’altrui pensare, mio padre credette potesse interessarmi una gara di corsa equestre. Il perché non so dal momento che né s’intendeva di cavalli, né amava le gare in genere tanto che me ne tenne metodicamente lontano finché non interiorizzai per benino la diffidenza per il competere, né aveva i soldi da gettare in scommesse; ma mio padre era convinto di dovermi educare in tutti i modi e in qualche modo gli rendo onore al merito che si è conquistato là dove con ogni probabilità egli si convinse di avere fallito nell’opera. Ebbene andammo all’ippodromo. Galoppo. Non ricordo nulla di più preciso che la caduta rovinosa di uno dei cavalli, in curva. Il fantino, sbalzato di sella si rialzò subito zoppicando, ma in buone condizioni, la fortuna lo aveva già tirato per il cappello sottraendolo al peso del cavallo. La gara che si sfalda, arruffio di fanti e fantini, gli altri cavalli frenati, il medico per il cavaliere, zolfanello dal copricapo acceso più che uomo intero, il veterinario per il cavallo, lo sparo del revolver pietoso. Di questo dettaglio sonoro non sono certo, nella misura in cui il ricordo sgradevole si fa immaginazione simbolica. Ricordo benissimo invece il mio sentimento disperato  per il quadrupede. La morte si sconta vivendo* è vero ma perché un cavallo. Questo sentimento, che grazie a Tolstoj, si rinnovò in risentimento e con grave intensità leggendo anni più tardi Anna Karenina, allora lo misi in parole amare, e alate credo, in uno dei miei componimenti letterari, quei temi liberi costituenti tutto il mio gusto per una scuola che, un tempo, allo scrivere ci faceva esercitare con metodica cadenza, ed era abbastanza buona e sana da non richiedere l’accanimento terapeutico né di Pinocchio né di petulanti fate per farla fuori. Fu scandalo preoccupato tanto della maestra S. quanto e di più della direttrice M., la strega buona con la borsa nera piena di fruttini siciliani, che giù a spiegarmi come equualmente accanto alle parole spese per la sorte dell’equus, avrei dovuto accorgermi e compiangere il danno, per quanto minore, subìto dal sapiens. Comprensibile l’intento pedagogico cui non seguì alcun fatto se non l’avviso ai genitori acciocché in casa rincarassero la dose di ammonizioni e virtuosi penso. Ricordo i visi afflitti, più che corrucciati, ansiati dal sopettare me piccolo hitleriano covato in seno. Memento dunque: i post-neanderthaliani vanno considerati animali a tutti gli effetti anche di compassione. Di fatto, io con le dovute modifiche sono rimasto a lungo fermo nella mia convinzione, non contraria, diversa. Poi si sa l’età e l’esperienza, se non paralizzano, stimolano a rivedere l’affettività a senso unico; i sentimenti si formano, guizzano or qua or là come primule rosse, si fanno accoglienti per tutti, ma specie per i piccoli e gli indifesi ed è un bene. Per molti ma non per tutti, non per il divino legiferatore, colui che non solo ha il buon viso di farsi chiamare padre ma che santo si aggettiva da sé solo, intervenuto per distinguere su un tema caro all’unigenita causa sui, ossia in merito alla specialità gerarchica di quel bipede, primo persino innanzi allo struzzo e al canguro, che da sé non solo ha il buon viso di farsi chiamare homo ma che sapiens non si è mai pentito di aggettivarsi. Unicità, specialità che dai tempi di Adamo, Smith non escluso, lo obbligherebbe a una sorta di curatela elettiva verso i propri simili; animali e piante sono da quel dì, oggetti buoni per tassonomici e taxidermici riguardi, ma poi, visto che siamo stati nati per soffrire, noialtri, a causa della sventurata che rispose all’epìtome del pitone per un boccon di mela, liberi di cupidigia predatoria e di malcelato macello, tra dissimili per diritto, tra simili per sport. In sostanza si tratterebbe di dar retta ai lai della vicina di casa, solo perché bipedale, laddove e anche se ella sia la sesquipedale Ninètta di Ivan della Mea**

A l’han trovàa distes in mezz a i orti
i oeucc a eren ross e un poo sversàa
me piasaria savè chi l’è quel ostia
che al me gatt la panscia al g’ha sbusàa.
L’era insci bell, insci simpatich
negher e bianch, propri on belée
se ciapi quel che l’ha copàa
mi a pesciàa ghe s’ceppi ‘l dedrée.
I amis m’han dit «L’è stada la Ninetta
quella cont la gambetta sifolina
l’emm vista in mezz a i orti ier matina
che la lumava ‘l gatt cont on cortel».
L’è malmostosa, de bruta cera,
e l’ha g’ha on nas svisser e gross
vedella in gir fa propi péna
e tucc i fioeu ghe dann adoss.
Incoeu a l’hoo spetada in via Savona
dopo mezzdì, quand lee la torna a cà
ghe sont rivàa adrée a la barbona
e su la gamba giusta giò legnàa.
Hoo sentù on crach de ossa rott
l’è ‘ndada in terra come on fagott
lee la vosava «oi mamma mia»
me sont stremì, sont scapàa via
Stasera voo a dormì al riformatóri
in quel di Filangieri al numer duu
m’han dàa del teddy-boy, del brutt demoni
mi sont convint istess d’avegh reson.
Se g’hoo de divv, o brava gent
de la Ninetta me frega niént
l’è la giustissia che me fa tort
Ninetta è viva, ma el gatt l’è mort,
l’è la giustissia che me fa tort
Ninetta è viva, ma el gatt l’è mort.***

Per quanto possa essere proiezione di un desiderio del soggetto umano, qui umano ci sta, nego che l’affetto per e soprattuto quello di un animale, inutile dimostrarlo, anche le galline hanno un cuore eppure si lasciano ammazzare appese a testa in giù per i piedi, la testa abilmente traforata da bastevole forbice, nego dunque che tale simpatia o affetto reciproco tra reciproci possa considerarsi in qualche modo minore e di minor conto di quello che gli umani, gli adami ed evi del momento, tra loro affermano, millantano e, non dico di no, qualche volta provano davvero, sotto forma per solito di tremotìo indistinto , che in qualche caso si fa prurito o grattacuore e tale da rendere imprescindibile l’accoppiamento; una definizione dell’affetto, ammesso sia essa possibile senza essere solo passabile, esula dalla mie capacità e dallo scopo di questo veemente peana animalista. Ho l’opinione, non destituita di valore, che dell’amore si possa parlare come una delle forme con cui l’intelletto, l’intellègere, si manifesta alla coscienza del soggetto più accorto. Ma da qui appunto occorrerebbe sceverare ciò che di rumore si crea nel sentire, nel sentimento quale sentimentalismo, di voluttà e cupidigia e infine di godimento, dall’affezione che, negli animali, pare manifestarsi con la forma non rara di un’intimità fedele a se stessa  fino all’abnegazione, fino alla morte o, non necessari questi limiti, questi oltre, con una corrispondenza di amorosi sensi, con un quantum non raro, che del gatto bianch e nègher fa il compagno minuto e muto per lungo tratto nella vita di un ognuno. Sia chiaro che non faccio distinzioni se non fenomenologiche e di qualità dell’affetto tra animale e animale. La gallina di mia zia aspettava mio padre nei pomeriggi d’agosto in campagna per il suo pisolino en plein air; gli si accomodava accanto e sgnaccava un sonnellino anche lei; al risveglio ognuno per sé. Gli animali hanno vivo il sentimento della solitudine e lo rispettano come ineluttabile. Fu mangiata, quella gallina, un certo giorno. Lei si accocontentava dei frutti della terra. La differenza sta nel fatto che gli animali non odiano, hanno paura dei bipedi spesso, li ucciderebbero nel caso, ma non sono determinati a nuocere, né godono nel farlo. Perlomeno non è dimostrato. Gli animali al contrario sono capaci di passioni immacolate quali il bipede, struzzi e canguri non so ma forse proprio per il carattere del loro deambulare sì, soltanto alla fine di un cammino saltellante e in virtù di una notevole capacità di sublimazione, la stessa che porta all’arte, di distacco non solo dall’altro, dall’oggetto, ma e soprattuto da se stessi. Ovvero dal compiacersi di se stessi.

Ricordo anche il dì della morte procurata del gatto di casa. Il suo sguardo stanco, consenziente ma vigile sul lettino del veterinario che gli tastava per l’ultima volta le dimensioni del tumore ai reni. Nonostante il valium, la sua zampa, del gatto non del veterinario, si allungò nel palmo della mia mano e con molta ponderazione gli occhi  al piccolo socrate si addormentarono, non saprei dire se in un gesto di riconoscenza o no. Volli immaginare che significassero, Sei qui con me, con me. Infine lo scivolare di medusa dall’esserci all’essere per la morte. Il pensiero mi scuce ancora una lacrima sul viso. Ma non è dolore. O non solo. Compassione. Sentimenti che provai un poco dopo per mio padre. E molto dopo, per mia madre. In entrambi i casi all’interrogativo senza risorse dei medici risposi con un cenno di assenso e consenso e bastò. Qualunque significato possa assumere la frase la morte si sconta vivendo, il sapiens però tende a farla scontare ai viventi e al pianeta stesso, ovvero ai suoi abitanti naturali, per questo vezzo che alimenta in sé, di considerarsi non naturale, naturato e soprannaturale. Il papuccio in babucce ha scatenato la belva. Se, se ne renda conto non saprei, ma le vicine di casa possono stare più tranquille. Amen e rallegratevi

https://www.youtube.com/watch?v=KdBW4ZETtfA&index=16&list=PL0EEDA30EBEBD5098

*Giuseppe Ungaretti – Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916
**Ivan della Mea (1940-2009) cantautore e attivista politico. cfr. http://www.iedm.it/istituto/ivan-della-mea/
***L’han visto steso in mezzo agli orti/gli occhi eran rossi e mezzi aperti/vorrei sapere tanto chi l’è stato/ l’ostia che al mio gatto la pancia gli ha sbuzzato/ Tanto era bello tanto simpatico/ lui mezzo bianco e mezzo nero / un bambolotto ma se lo trovo chi lo ha ammazzato/ lo sfondo a calci nel didietro/ Gli amici han detto è stata la Ninètta, quella di gamba sifolìna/ l’han vista agli orti ieri mattina/a far la corte al gatto col coltello/È malmostosa, di brutta cera/ da svizzerina ha il naso grosso/a dire il vero fa un poco pena/quando i ragazzi le danno addosso/Io l’ho aspettata quatto in via Savona/ ché torna a casa circa a mezzogiorno /poi l’ho inseguita alla barbona/e giù legnate ma sulla gamba sana/Ho sentito un chrach di osso rotto/è andata in terra come un fagotto/e giù a strillare ohi mamma mia/io mi spavento e scappo via/Stasera dormo  giù al riformatorio/ numero due via Filangiero/ mi han detto teddy boy, porco demonio/ma c’ho ragione convinto sono/ Giusto per dire cari signori/ della Ninétta mi frega niente/ è la giustizia che mi fa torto/ Ninètta è viva il gatto è morto.
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Tempestad

Temporale; non fosse che dura e dura e dura e sfida così la temporalità. Ha piovuto per tutto un giorno e il giorno prima e nella notte precedente e nella notte dopo, persiste adesso. Intride il paesaggio che tale non è se non nello sguardo di chi ne apprenda la configurazione e le variabili indipendenti e, come è evidente all’esperienza attuale, dense di fumi, di nubi, di ombre pallide. In assenza di qualcuno che lo contempli, o che lo incorpori a propria difesa, il paesaggio c’è e non lo sa. Una foresta.

Non un traliccio dell’alta o della bassa tensione; non una torre a guardia di antichità remote anzi per la verità, una sola, solitaria, diroccata di sicuro, alta, in cima a una guglia di roccia, per certo inaccessibile al passo che non sia ardito come sono ardite le capre, faticosa all’occhio che di essa soltanto la sommità distingue, confusa tra le piante che coprono golose, e per intero e così bene la guglia stessa che dire, C’è roccia là sotto, è un’invenzione più che la certezza o l’ipotesi di una fantasia conquistata dall’esperienza deduttiva.
Radure sparse, che illuminano qua e là di un verde molto più chiaro, brillante si direbbe, la scala dei toni gravi che denotano la densità della foresta. Il cielo è intonato alla sua terra. I serpenti, ci sono per quanto sia difficile rilevarne la traccia, di sicuro pregano il sole che torni a scaldare il loro sangue; se non sono affogati per imprevidenza nella tana, il topo, la lepre, il tasso, forse il gatto selvaggio, attendono rabbrividendo pazienti la remissione del diluvio. Il fango si sa che si rapprende, si ritira, che a volte rivela del cibo gradito ai più piccoli e che, per i più piccoli, può persino costituire la pania, utile però ai più grandi, acciò che dei primi possano fare il proprio estemporaneo pasto. Fruscii dal folto indicano che capre o caprioli o forse cervi ruminano, una foglia, uno stelo dopo l’altro, l’indubbia freschezza del verde. Sono bagnati  fradici.

A sera l’allontanarsi delle nubi scoprirà un cielo al tramonto, già scolorito o quasi, notturno ad est. Il paesaggio ha, se ce l’ha, una bellezza interna, particolare, ma quanto sia difficile a dirsi per altri, abituati come sono a percepire e giudicare  il mondo per rapporto, anzi in quanto contiguità di adami, gentili o carogne, belli o brutti, così fan tutti. Ufficio affari umani. Gli umani comprendono davvero e male solo se stessi per vittime o compagni. Ragione e sentimento per cui l’assolutezza, il non avere bisogno se non della propria necessità che è dei frassini, delle quercie e persino dei funghi, lo stare in relazione sì ma senza cercarla, da sù dai castagni fin giù fino alle più umili, nel senso di prossime allo humus e all’imo tra le piante, agli umani non suona né per sì né per no. È loro del pari oscura, la solitudine solida tanto dell’elleboro quanto del cucù, dei tanti che vivono d’acqua, insetti, vermi, luce e che altro non desiderano; ovvero che il poco presente posseduto non comprano né comparano a niente che per loro sia irraggiungibile o non pertinente. Gli animali vivono, eppure sanno della morte o non scapperebbero agli occhi dell’umano. L’uomo è la larvata falce. L’uomo è la morte. Una morte estranea al mondo.

Un capriolo o un dio o entrambi sono fermi in osservazione tra i rami sgrondanti. E con gran pena, dei loro occhi si potrebbe intravedere il lume tondo.

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Delirio e Delrio

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Francisco Goya- Ascesa e caduta


Del Río o Delrío, Martín Antonio
. – Erudito e teologo (Anversa 1551 – Lovanio 1608). Allievo di Giusto Lipsio, pubblicò commenti a Solino, a Claudiano e a Seneca. Dottore in diritto a Salamanca (1574), nel 1580 entrò nella Compagnia di Gesù. Autore di commenti ad alcuni libri dell’Antico Testamento, è noto soprattutto per i
Disquisitionum magicarum libri VI (1599), che servirono a lungo a giureconsulti e inquisitori come manuale nei processi di stregoneria. (cfr.  Enciclopedia Treccani)

Delirio. Idea o insieme di idee che, pur non avendo nessuna corrispondenza con i dati della realtà, non cedono né agli argomenti della discussione, né alle smentite dell’esperienza. Delirio, di compensazione di una situazione spiacevole. Deliro erotico, di chi è persuaso di essere amato in segreto da una persona importante. Delirio fantastico, che si alimenta di personali teorie filosofiche, religiose o scientifiche che risolvono problemi finora irrisolti. Delirio di interpretazione, che ubbidisce al bisogno di spiegare tutto in conformità a un sistema di significati privati. Delirio di negazione, di chi si fa convinto che il proprio corpo sia vuoto di visceri. Delirio di persecuzione, di chi è persuaso di un complotto ai suoi danni. Delirio querulomane, che da un torto subito o immaginato innesca condotte che si esprimono in manifesti, citazioni in giudizio, domande scritte. Delirio di riferimento, del soggetto che ha l’impressione che tutti si riferiscano a lui con sguardi e gesti e allusioni. (cfr. Umberto Galimberti  Dizionario di Psicologia Utet 1994. pag 261 e sgg.)

Dunque, delirio possiamo inferire sia un formularsi del pensare che, a partire o meno da un assunto del fare, del sapere, o del credere, salta a conclusioni del tutto immaginarie o fantasmatiche ma non in campo letterario o artistico in genere. Dunque, poiché Roma fu la capitale dell’impero, allora lo è ancora o bisogna che lo sia e, poiché di impero non ce n’è, dàghela avanti un passo con i colli fatali e i figli della lupa. Che la realtà sia un’altra non importa. Né a chi lo pensa né a chi more propagando si convince delle convinzioni altrui. Fino alla morte. In questo quadro c’è da pensare se i ragazzi di  San Frediano, ossia il branco e banco dei bulli e grulli di governo, non sia un pericolo nuovo ma vecchio. Dalla vecchiaia l’impomatato di Collegno è stato silurato ma non affondato grazie ai progressi della medicina. Il branco lievita invece adesso nella pasta della propria  adolescenza a-termine a spese civili, economiche e metaforiche della nazione. E l’esempio, lo stile italico, è solo il peggiore, nel mondo del capitalismo reale. È a tutti evidente che essi, a partire dall’assunto che occorre cambiare il paese doc, dato percettivo in qualche modo non inesatto, saltano a un Noi dobbiamo ritagliarci, a nostro uso e consumo, la figurina dell’itaglia nostra, l’itaglia è fatta e ora bisogna inventarla a nostra immagine e somiglianza, cioè del mio Io. Io sono il salvagente. Da lì a salvatore il passo è ad un passo dalle acque calpestabili di Tiberiade. Si consideri il non difficile legame metaforico tra il Buce in trattore, la battaglia del grano, e il Truce in giulietta, la battaglia della grana. Imperialité, Colonialité, Illiberalité. Il delirio è il salto in un tronco più cavo e fondo di quello di Alice. Tipico dei profeti inventarsi una realtà relata. Pare che, incluse e non escluse le brame di denaro, quindi della valutazione di una potenza virale, epidemica in soldoni, essi costruiscono e hanno costruito la propria mitologia mutuandola da quella di un satrapo; per tanto più eterna e pericolosa. Il saturare di sé l’immaginario popolare è implicito; a ciò, padroni dei pronubi mezzi di paralisi di massa. Saltare a piè pari, l’aver valicato e travalicato la legge, il limite, incarnandolo, così che il limite stesso, alienato alla misura e al giusto, si possa spostare a piacere, come l’asticella del salto in alto, atto dovuto a se stessi ad ai proprii interessi. Con la differenza che il saltatore parte ogni volta da zero e tenta; essi, nel tenere ferma l’astìna, spostano il terreno di partenza verso l’alto, invertendo, cioè annullando origine e termini dello sforzo. Sicché il salto è sempre più comodo in un comodo di là, dato da un contesto di immagini. Se ne vedranno infatti delle belle.

Theodor Herzl (1860-1904) divisò una questione ebraica, non senza avere a disposizione qualche appiglio fattuale, ma a partire da un assunto reale passato, la diàspora. Atto voluto, si noti, non dovuto. Saltando oltre l’assunto, nel fantastico, ecco che Boccodivino Herzl fantasticò, a due millenni di distanza, la promessa necessaria di una terra promessa. Mosè. Perché no, del resto, dal momento che ogni plaga del mondo, dotata di qualche manna, era perlopiù considerata terra di conquista per l’Adamo occidentale, poco importa se repubblicana o imperiale. Occorreva come sempre ricorrere a un mito, in quel caso del popolo, del popolo eletto da sé. Complice una bibbia.

Una semplice osservazione dovrebbe rammemorare che presso romani o ateniesi, per lo ius antico, lo statuto di civis era a prescindere dall’appartenenza a questo o quel gruppo etnico e non solo, a prescindere dal genere, maschile o femminile, a vantaggio di una civiltà. Non di una cultura, autenticata da una fede acefala o falsata dall’idrocefalia. Herzl fu né più né meno razzista di un pizzicagnolo di Batignolles nel giorno del Velòdromo d’inverno (07.16.1942). La civiltà consiste nell’aggregarsi ad altri di Altri nell’ambito simbolico del cittadino. E un’impresa immane. Chi obbietta che l’antichità tollerava e faceva uso di schiavi rifletta sulla schiavitù contemporanea, fatta di libertà al rovescio. Tutti usi a ubbidir tacendo, chi di più chi di meno chi, cioè i pestìferi, per niente affatto.

Nel fondo buio delle persone si agita l’anguilla che si crede e si sente popolo. Si mesta nel torbido ad agitare le acque all’anguilla, e dunque si fa Potere. Spezzeremo le reni alla Palestina ma grazie alla giustificazione di trasformarla in giardino*, Dank einer Verneinung bis die Verleugnung, negazione in virtù di un diniego*. Poco importa che alla Palestina importasse meno ancora, forse niente la prospettata ristrutturazione in virtù di una restaurazione. Il rimando al califfo di Baghad, Iside e Osiride, è implicito.

Del resto il laicismo, nella sua configurazione corrotta, propone un mito fritto, scellerato ma appetitoso, quello dell’eterna giovinezza, fonte di appagamento di ogni desiderare assoluto, sciolto cioè da legami civili ed etici; del godimento quale stato civile; but not for you, schiavo. Nessuna idea, in senso proprio. Illusionismo in luogo di illuminismo.

Scrive il filosofo Biuso: La predilezione moderna per il classico (superata a vantaggio di quella per l’americano, il tecnologico, il datemi le istruzioni e vi solleverò il mondo, e adelante Pedro con i corsi di scrittura creativa ndr.) si fonda in gran parte su una idealizzazione tesa a nascondere la dimensione agonale, spesso finanche cruenta, dell’esistenza greca. (…) Nietzsche si domanda se sia possibile trovare umani gli antichi, quando la civiltà greca si fonda sul dominio indiscusso di un ceto di liberi opposto a una classe molto più ampia di schiavi.(…) La psiche ellenica è dominata nel profondo dai figli della notte: la contesa, il desiderio sessuale, l’inganno, la morte. (…) Per Nietzsche Greco e Filantropico sono termini antitetici: l’elemento umano dell’antichità non deve essere scambiato con l’elemento umanistico. Nietzsche, di contro, esclude del tutto non solo l’idea che l’antichità  sia da giustificare con i criteri del moderno, ma anche che sia da scagionare in qualche modo. Bisogna invece comprendere tutti i limiti della visione moderna dell’umano e da qui guardare all’indietro verso i Greci. La loro differenza risulterà confermata ed essi non potranno più  rappresentare un modello se non a costo di una radicale critica dell’umanitarismo contemporaneo. Nietzsche sa bene infatti, che l’oggetto uomo è per i Greci qualcosa di spregevole e miserabile, la più terribile tra le cose terribili  che ha il mondo (Sofocle), il sogno di un’ombra che si crede signore delle cose (Pìndaro). (…) Dietro la retorica dei grandi valori – solidarietà, egualitarismo, giustizia – la nostra società nasconde una pratica quotidiana tanto cinica, quanto volgare. Nessun tempo è stato (ed è ancora ndr.) tanto distruttivo dell’umano quanto il liberal-socialista XX (e adelante Pedro sin juicio ndr.) secolo. E ciò sia nell’eccesso dell’individualismo occidentale che ha prodotto (e produce ndr.) intere generazioni  vissute ( e viventi ndr.) nella pretesa che tutto e subito sia loro dovuto, quanto in quello del totalitarismo social-fascista accomunato – tanto in Germania come a Mosca – da un odio furibondo verso la differenza antropologica: di cultura come di classe, di etnia come di merito personale. (…) Di fronte al grande macello che è la storia del XX secolo molte delle immoralità antiche mostrano un carattere terapeutico, sembrano costituire un necessario strumento di salvaguardia dell’umano. Come Platone, Nietzsche sa che il potere è qualcosa di terribile, che l’utilizzazione arbitraria e casuale del dominio non può che condurre alla violenza sfrenata e alla rovina della città. (…)  Difendere gli uomini dal malvagio che è in loro stessi (…) Tale la funzione del Guardiano platonico e dello Übermensch (l’Oltreuomo ndr.) nietzscheano. Si legga in, Nomadismo e benedizione, ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche, di Alberto Giovanni Biuso – DG editore, Tp. 2006. Pgg. 52-56

D’altro canto, e se non ricordo male la parabola taoista, tanto era celebrato da tutti il giudizio del saggio Zhuāngzǐ, che l’imperatore volle non gli mancassero, di quell’uomo i tesori del suo pensiero. A questo scopo mandò degli emissari a cercare il vecchio dove egli viveva, lontano, presso uno stagno. Passa un giorno passa l’altro, alla fine gli emissari lo trovarono, sulla riva appunto del suo padule, intento a contemplare placido i cerchi che faceva nell’acqua con un bastoncino. Smetti di trastullarti come una tartaruga fa con la sua coda vecchio, hai un’occasione d’oro, e presero  a difendere la volontà dell’imperatore e con toni vividi e accesi dipingevano le meraviglie della reggia e dei suoi agi e del lusso promesso. Al termine delle loro chiacchiere il saggio replicò. Immaginate di sottrarre alla sua acqua una tartaruga, di portarla nel più bello dei giardini in una vasca di giada preziosa per essere ammirata da questo e da quello, vezzeggiata da questa e da quella, nutrita di ogni bontà divina, e domandatevi che cosa preferirebbe invece la tartaruga. Dimenare la propria coda nel suo stagno, fu la risposta, sconsolata forse, degli emissari.

* la rengaine bellicista d’un tempo era che Israele aveva fatto della petrosa Palestina un orto fiorente, indubitabile invero e tanto da averne conquistato il diritto al possesso. Un diritto di uso capione estesa insomma, tale che se oggi io volessi, dovrei colonizzare il terrazzo delle mie vicine in virtù dei miei fiorellini. Mi basterebbe dire che esse non sono capaci di coltivare, che sono indolenti, pigre. E che mi odiano.
** I termini freudiani, diniego e negazione, in U. Galimberti op.cit
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La signora Narcisa e gli occhi del pittore

Profondo, concamerato fondaco sotterraneo, in attesa. Penombre.
L’uomo di supposto sapere, il riflessivo
La signora Narcisa, l’opaca
Una giovane voce, la brillante

Ha strappato la pelle allo zinco il pittore e ne è scaturito un urlo. Le parole dell’uomo di supposto sapere si dettano… Scaturiscono occhi che non vedono ma attingono e illuminano… insiste l’uomo con la signora Narcisa appresso… Affiorano da dove per dove vorrebbero guadagnare consistenza.  E l’uomo tace.

Ma la signora Narcisa è alla ricerca di immagini per decorare i propri desideri familiari, non ha tempo per attendere altro che l’atteso. Così allunga le sue vocali preferite… Occhiiii, ah sìii. E siccome l’è lombardesca drento e italica de fœura, non si sa se interroghi e chi; di sicuro nuddu che le stia nel cuore e che urli. E passa oltre, madame, seguita dagli occhi specchi del pittore che peraltro, altro hanno da fare. Sono essi stessi il loro cheffari. L’altro. Di loro stessi i soggetti… continua per sé l’uomo di supposto sapere… Come in quel gioco di rimandi ma come si chiama… si interroga l’uomo. E in basso a destra, dall’immagine che segue,  idda  divisa in quattro settori… Ah perfetto si chiama filetto o tavola mulino… egli decifra una scrittura in una lingua antica ma non morta. Cu è chiddu.

C’è del Bacon qui… sussurra fuori campo una voce giovane… E non è maiale. Essere intelligenti aiuta. Cut.

Salvatore Anversa -Personale- Galleria Tolomeo – via Ampère, 27, 20129 Milano dal 12 maggio 

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I venticinque racconti della signorina Conti

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Biuso e Céline

In http://www.biuso.eu/2016/04/17/al-termine-della-notte/ di cui suggerisco la lettura, l’amico dr. Alberto Biuso ricorda due capolavori del ‘900, Cèline e la sua opera. E si veda per cusiosità, pure Voyage au bout de Cèline https://www.youtube.com/watch?v=Dz2QmHzkjYc&list=PLKOuKTFf7fXvDZAXDW4GVGvh0MbuA9f-d&index=5

Lessi il Viaggio, non ricordo più quando, da giovane mi pare, ammesso che il termine sia stato mai compatibile con me medesimo. In italiano. Più di recente in francese. E incontrare la passione del Biuso nel riferirne, appiccica una gran voglia d’en revenir au  Voyage ou du Voyage, secondo i punti di vista. Sapere che qualcuno che apprezzi, apprezza qualcosa che apprezzi fa sentire meglio. Per il resto Céline; non so, non ricordo se l’ho pensato io o qualcuno che mi pensa scrisse che Céline si immerse volontario nell’orrore. Senza essere né riconoscendo un cristo, in un divampante anelito alla redenzione per eccesso di visione, egli abbracciò senza assolverli i poveri cristi. Fino alla feccia dell’identificazione. Materia di clinica, volendo. Cassandra in fondo alla certezza della propria e altrui rovina si lascia violentare da Aiace invece di darsela a gambe, come qualsiasi ragazza in gamba avrebbe fatto, tale la morosa americana di Louis-Ferdinand. Tra i suoi detrattori, forse nessuno o pochi con cognizione di causa capirono, che se egli davvero avesse aderito, da carogna come altri mediocri fecero meritando il diritto di essere cancellati dalla lista dei viventi *, avesse aderito alle perversioni del XX secolo ( e a quel punto una-per-tutte-di-tutte-una, scelse con ogni probabilità la peggiore, le più peggiore, ovvero la più esteticamente ed antit-eticamente perfezionata e tale da essere la più abbracciabile ma per farne il proprio cammino penitenziale) avrebbe potuto giovarsene, se ne sarebbe giovato per esercitare per un po’ il diritto a fare la carogna. Exploité entre expoliteurs exploités. Lui no, si immolò sull’altare della visione devastata del mondo dalla quale non volle astenersi, per dirla con lui come una comune fighetta piangìna, un qualsiasi cunnìculo lugènte, e ben prima della guerra, ben prima di tutto. Cèline è l’antipaolo, o forse la sua epìtome; alla stregua di colui, colpito da una rivelazione dalla quale però, il nostro restò tanto fulminato da farla sua. L’altro appunto preferì prima la via di Damasco e poi della carogna, dell’exploitueur. Insomma della propria sedia elettrica Céline fece l’altare e la croce sopra la quale far risuonare la propria pelle di tamburo. Il suo canto. In ligno enim caro extenditur ut tympanum fiat: et ex cruce discunt suavem sonum gratiae confiteri.** Avvenne che l’autore coincidesse e si trasfigurasse con la prorpria opera. Con il proprio timpano. Evento raro. Parafrasando Totò*** potremmo dire che per un ateo morire da icona fu una grande soddisfazione.

* ma nessuno osò toccarlo, tranne che ne portafoglio e nel diritto, tutto sommato; nessuno avrebbe davvero mai avuto il fegato di toccare Caino, specie un Caino volontario, eroico, santo. E scrittore. Divino.
** Agostino di Ippona Sermo CCCLXIII, 37,  su un legno viene stesa la carne perchè timpano diventi; e dalla croce imparano a far risuonare il dolce suono della grazia
***I due Marescialli, Veda maresciallo per un ladro morire da carabbiniere è una grande soddisfazione
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Referendum trivelle, Renzi e Napolitano denunciati a Lecce

Chi volesse compiacersene, il sugo è qui di seguito servito. Ho poco da aggiungere. Fosse la denuncia il segno di una rivolta, fosse la rivolta pronta a dilagare, fosse questo tracimare il segno di una rivoluzione, sarei felice. Ma non credo. Come Musolino, il Napolitaner nocerà anche da morto e gli italiani non di rado nòcciono a se medesimi. I quarantenni noceranno fino ai novanta. La predizione di Montanelli in illo tempore è realtà palese. Una legge elettorale finale come la nota soluzione, dovrebbe affrontare questa emergenza generazionale e  prevedere che in Italia si adisse la carriera politica solo dopo gli ottanta. Ottantacinque stanti i progressi della medicina. Allora, tutti i giorni un sonderkommando di ergastolani, dovrebbe aggirarsi su e giù per i gironi parlamentari a separare i morti reali, dai vivi metaforici, provvedere alle bave dei  sopravviventi e, nel caso, far somministrare la grazia ad acabadòre sarde volanti su pattini d’argento.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/18/referendum-trivelle-renzi-e-napolitano-denunciati-a-lecce-hanno-esortato-a-non-votare-abusando-della-loro-posizione/2649070/

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Lo Zanni, la bistecca e il parrucchino.

Non mi interessa averla e non ho idea se sia scontata o improbabile la sua vittoria ma, dopo le recenti ostentazioni, il signor Trump, ossia Zanni Donaldo mi costringe soavemente alla tastiera, assicuro per la prima e ultima volta. Zanni, ma dalla comicità ferina, come spesso i servi cui qualcuno abbia abbia fatto scoprire l’uso di forchetta e coltello*, è fuori di dubbio che egli sia destinato a passare alla storia, non saprei dire se come il peggiore degli sbruffoni entrati e rimasti in Casa Bianchi o come il peggiore tra i  delinquenti che non di rado la affollano. Apoplettico potenziale il bipede in oggetto, sicuro consumatore di lorstrane Tbone steaks, potrebbe oltre che alla presidenza essere un possibile candidato alla gótta, al diabète e infine all’ictus; del quale alle conseguenze esiziali, stormi di praticoni della marina militare lo sottrarrebbero così bene che pochi, potrebbero rilevare una differenza tra le sbavature di oggi e lo sbavare del domani; differenti solo i bavaglioli.

Per altro il bipede piace, recita al meglio, ovvero è proprio nella parte cui ambiscono con scarso successo tutti gli Zanni nostrali, e tutti i loro non radi sostenitori, dal più infimo sguattero dell’invettiva su su su fino ai più potenti tra i maestri blasé, quelli che polli non sembrano ma solo in virtù delle cravatte a ruota di pavone e della disinvoltura da borgomastri kantiani con cui indossano il loden. Per il resto nessuna speranza di esito fatale nelle padùli qua giù; mangiano meglio i locali e defecano di conseguenza, anche se qualche volta con modeste ma redimibili difficoltà.

On the other hand solo i gazzettieri eurotropàici, i corrieri della repubblica serva, potranno sospirare di sollievo dopo la poco o molto probabile vittoria della signora Clinton, così opaca da risultare invisibile anche alle proprie radiografie. Ella firmerebbe le stesse scellerate provvidenze del suo imparruccato avversario e forse anche del suo parrucchiere, con una differenza; non nasconderebbe, anzi, con orgogliosa sicurezza ostenterebbe le unghie brillanti di rosso. Smalto? Non per certo.

* in occasione della sua morte mi approprio di una definizione dell’amico Paolo Poli.

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1923-25.02.2016

Dante è morto. Dante non aveva bisogno di cognome. Era familiare a se stesso. I suoi fagiolini, le zucchine e i pomodori, la vite lo riconoscevano per le gambe torte, lo sguardo lungo da Odisseo. Dante non navigò mai per mare. Era una nave da terra. A un funerale noto, abbracciando chi sceglieva, Dante disse, È così; gli occhi aveva smaglianti e fu tutto. Dante tracciava segni, li lasciava perdere poi, du weißt wohin*. Dante era un ulivo greco, dei tempi in cui gli dèi abitavano orti e prati. Abbastanza greco da dover morire, senza storie, nel sonnacchiare nascosto dei campi a febbraio. È così.

*Cfr. Gottfried Benn (1886-1956). Statische Gedichte-Poesia Statica

Dalla mia finestra/- il saggio dice-/ecco la valle/dove si raccolgono ombre/due cipressi  segnalano una via /per dove-sai

Statische Gedichte
Entwicklungsfremdheit
ist die Tiefe des Weisen,
Kinder und Kindeskinder
beunruhigen ihn nicht,
dringen nicht in ihn ein.
Richtungen vertreten,
Handeln,
Zu- und Abreisen
ist das Zeichen einer Welt,
die nicht klar sieht.
Vor meinem Fenster
– sagt der Weise-
liegt ein Tal,
darin sammeln sich die Schatten,
zwei Pappeln säumen einen Weg,
du weißt – wohin.
Perspektivismus
ist ein anderes Wort für seine Statik:
Linien anlegen,
sie weiterführen,
nach Rankengesetz –
Ranken sprühen -,
auch Schwärme, Krähen,
auswerfen in Winterrot von Frühhimmeln,
dann sinken lassen –
du weißt – für wen.
 Staticità,/profondità del saggio,/figli e figli dei figli /non lo toccano,/non lo distraggono/Scopi da perseguire,/trattare,/partire e tornare/sono i sintomi/del mondo che/in chiaro non sa/Dalla mia finestra/-dice il saggio-/ecco la valle dove si raccolgono ombre,/due cipressi segnalano una via/per dove-sai/Prospettivismo/ecco un’altro termine/per la sua statica:/tirare linee/allungarle/ordinarle in tralci-/tralciare-/e stormi e corvi gettare/nel rosso prematuro di un invernale cielo/lasciare poi tutto affondare-/tu sai- per chi
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El mundo traidor

«La televisione è la forma nascosta e suadente ma implacabile del totalitarismo, oggi. Dove i vecchi totalitarismi si mostravano in tutta la fisica violenza della costrizione e della repressione, la loro versione consumistica invade le coscienze che neppure si accorgono di quanto accada, convinte come sono di essere libere nelle scelte, di essere chiamate a una sempre migliore qualità della vita. Attraverso il potere invasivo della televisione viene cancellata ogni differenza. Nessun totalitarismo, in effetti, era arrivato a tanto: produrre negli uomini asserviti la gioiosa illusione della libertà. La violenza dilagante in televisione è il grande eccitante in grado di tenere legati gli spettatori fino al prossimo spot. Nell’assoluto pragmatismo del mezzo televisivo, il qualunquismo – e cioè l’indifferenza a ogni riflessione critica sulla realtà – non trova più ostacoli poiché ha rimosso l’intelligenza». 

Un fantasma falsario si aggira per l’Europa, e nei paesi, come l’Italia, limitrofi al niente. È il fantasma, si può ben dire, di Umberto Eco. Il mio amico Biuso, che non diventerà autore di successo perché non esporrà e finora non ha esposto le proprie mutande nei meati del giornalismo e della televisione, parla in più occasioni della cosiddetta società dello spettacolo in quanto totalitarismo. (cfr. in particolare Alberto Giovanni Biuso –Contro il ’68- pgg. 100-101. Villaggio Maori ed. 2012). Della società costituita in totalitarismo incipiente. Essa intrattiene per trattenere in un dormiveglia, in una ipnosi che non permetta di discriminare. Ora che è di recente morto, il professor Eco, riderebbe forse che sì forse che no, dell’avere compiuto alla perfezione la propria opera al nero, la nigredo degli alchimisti sui quali egli avrebbe discettato con competenza se Marguerite Yourcenar* non lo avesse battuto di molte misure e con molta maggiore dottrina e filosofia; pas mal, da professore di una materia immateriale ad icona di questa stessa società di segni senza senso, un’eco. Nemmeno con molto talento equilibristico, un saltimbanco da funerale ha bene riassunto il processo e alle vivissime esequie** in 16:9 ha parlato delle barzellette, esagerando di certo  sulla quantità di ore passate e a contarsele, lui e la sua eco; nessuno passerebbe notti a farlo. Il punto non è questo, parlare di barzellette anche se ebraiche, è utile a un funerale; il punto è la rappresentazione di se stesso messa in atto dal saltimbanco nel ruolo di amico del defunto illustre. E dei comuni, così dicono i gazzettieri delle comparse nella rappresentazione, come condolenti. A fà cus’è? Si sono rappresentati tutti con lo stile che il totalitarismo prescrive, copricapo d’ordinanza e occhio volto alla telecamere, digito ergo sum; si è rappresentato il giullare in barba e baffi e papalina finti anche se veri. Il defunto illustre tale non sarebbe stato se non avesse costruito il proprio mito a propria volta e con sagacia mercantile di soubrette di classe, producendo opere, pur godibili (chi scrive le ha lette tutte) ma non più di quelle di Ken Follet e molto inferiori a un modesto Maigret; opere quelle del grande italiano però, di fortuna editoriale e fortissimo impatto emotivo sull’immaginario di chi colto non è ma che, en el mundo traidor (donde) nada hay verdad ni mentira; (y) todo es según el color del cristal con que se mira***, si riconosce come quell’altro nel proprio specchio dei desideri, quietandoli con la gibigiana di un Io prepotente quanto confuso  e tale che per il leggere di cose dotte e ridotte si illude di poterle assorbire e averle di poi assorbite per osmosi. Carmelo Bene ebbe a dire che, https://www.youtube.com/watch?v=KbNb0pEec8Y, che regista e direttore artistico del teatro italiano si figurava Giulio Andreotti. Parrebbe boutade se non fosse vero che la descrizione del personaggio del pupàro occulto occupa alla perfezione il piccolo schermo su cui proietta se stessa la società della reductio ad unum spectaculum di ogni cosa. Per sua fortuna Deleuze suicidò prima di assistere all’evento.

*Marguerite Yourcenar (1903-1987)- L’Œuvre au noir- Gallimard 1968(sic)

** Totò-Il medico dei pazzi-Mario Mattoli 1954

***Ramón de Campoamor (1817-1901)- Las dos linternas-

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