Eco déco

Sentirsi lodare così bene e da così tanti tra pezzenti e gazzettieri di tanto poca o solo semi ottica, insospettirebbe anche l’articulo mortis. E insospettisce il vivo in permesso, sentire bavardare di epopea che se ne va, di amici miei, di romanzeria excelsa come una pasticceria milanese. Ognuno ha un motivo per farsi fotografare accanto al morto così da dire almeno, io Cero.

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Né di Venere né di Marte non si sposa né si parte.

Non voglio che si sudi al mio funerale. Morirò in inverno, è deciso. Ad Albosaggia c’è una bella ciminiera di acciaio che spunta tra un cimitero cattolico romano, così simile a un condominio a riscatto, e i bei boschi pagani,  che salgono salgono oltre i limiti dei comuni, intesi come abitati, mortali. Niente sole dunque a tormentare i piedini dei bambini e nemmeno un giochino per tenerli fermi, asfalto mollastro, sandaletti nuovissimi e irrequieti nel sentirsi sottratti ai godimenti estivi, varici penitenti dentro calze contenitive. Sarà benedetta la neve ma non la pioggia ché qualche smorfioso c’è sempre, forzato al funerale, a lamentarsi, a salutare, Sai oggi siamo qui cosa vuoi dire. Gli pioverebbe nelle scarpe al tipo, che si ostina  a non comprarle impermeabili e a sperare in una sua perenne California. Di me, in particolato, la parte più grossolana, intrappolata nei filtri fino alla prossima manutenzione programmata del camino. Il resto via via sciolta candela in fumo verso il cielo dove non c’è più niente da vedere, oh Alighiero, nemmeno una stellina, tutte esplose a milioni, or sono eoni. Dopo la fiammata, secondo l’ora che si avvicina o s’allontana, tutti a pranzo all’osteria cima undici, o a cena giù tra l’Adda e il Bernina.

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Candido

Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius. Uccideteli tutti, il signore riconoscerà i suoi. Rispose così prima del massacro di Béziers, 21 luglio 1209, Arnaud Amaury abate di Cîteaux a chi gli chiedeva come scremare i cattolici dai càtari. Rispose appunto che era il caso di cremarli tutti. E così si diede inizio ai fuochi di gioia.

Dato e assodato che il Candide di Voltaire rimane il testo guida per capire come gira il motore del mondo fuori da quel poco di garanzie per i vivi che oggi, nel grande cimitero d’Europa, hanno in qualche periclitante modo contribuito ad affermare grosso modo 500 anni di inquisizioni, 1000 di guerre, tutte sommate intendo, qualche rivolta, e un paio di rivoluzioni, leggo con grande interesse i resoconti delle malefatte quotidiane nelle plaghe  che non conosciamo e constato che, a fronte del piccolo artigianato della crudeltà, scomposto ancorché diffuso e credo proprio ininfluente sul bilancio nascite/morti, un contributo essenziale al tentativo di far quadrare questo bilancio a favore delle perdite con profitto è da attribuire ai governi, al potere insomma, comunque si manifesti, là con ghiglia lombrosiana, altrove con il doppiopetto da Eichmann, qui con sorrisi da pinocchie e piangìne gagliardette e inorgoglite.

Negli Stati Uniti non sono sistematici; anarchici individualisti e rozzi per natura si sparano gli amerindi in allegro disordine in patria, anche se la polizia mi pare prevalga per iniziative, deboli di fantasia ma sempre sull’attenti; il diritto di strage lo esercitano, amerendevoli essi, sornioni i russi, misteriosi i cinesi, quasi in esclusiva come contoterzisti ma in proprio e  inzigano tutti, anche l’ex stivaleria savoia a prender l’armi contro un mare di peni esteri. Leggi dovunque. Non cito Israele per i cui misfatti occorrerà istituire una speciale giornata della memoria. Ma non me ne preoccupo certo. Scoppia scoppia, io dico che scoppia si dicono Eduardo e Totò nell’incipit di Napoli Milionaria e come Totò spingo il mio scovolo lungo le rotaie, https://www.youtube.com/watch?v=v7LvoPFHes4. Ciò che rapisce la mia immaginazione è l’uso sistematico, esclusivo, oso l’ossimoro per moto contrario, violento della violenza da parte dei potenti, siano presidenti eletti o usurpatori, sergenti, agenti della pia cia, assassini generici o tiranni dichiarati. Si esercita questo diritto fattuale non metaforico quasi in esclusiva oggi nel grande mattatoio del medio oriente e d’africa. I fatti ci confortano però a constatare il brutale dilettantismo, benché sistemico nei metodi di isis ed osisis, dei feroci assadini, di questo parvenu sissi calzelunghe. Tutti, tuttavia tuttavai, non possano competere con il talento dei grandi loro maggiori, il piccolo padre e lo zietto pittore, entrambi con i baffi; not to mention il grande diabolus dell’antichità, la chiesa di roma. Alle dimentiche e stordite anime afflitte da candida conviene si ricordino le cifre: forse  3.000.000 forse i catari assassinati nei modi più vari e senza l’ausilio dei gas. I forni erano all’aperto e pubblici. Unico neo l’approssimazione che non tenne conto esatto dei morti e il tempo, 1209-1229. * Si ricordi così a caso che alla prima assoluta della battaglia  sulla Marna (5-12 settembre 1914) la somma delle casualties fu di 152.700, alla replica (25 luglio-5 agosto 1918= 10 giorni) la mattanza ordinata da gentili generali di cordata ne produsse 262.750. Totale 415.450. Il punto è che non capisco per quale ragione si continua a condannare la piccola delinquenza domestica, la piccola strage, i bricoleurs, la privativa dell’omicidio, quando mi sembra non sia pericoloso laisser passer. Conviene riascolatarsi Chaplin in Monsieur Verdoux  https://www.youtube.com/watch?v=bpwye2H9tBQ. Soprattuto non mi riesce di capire perché  si insiste a gingillarsi con il non uccidere e dall’altra si autorizzino alla pratica contraria, da sé o con la partecipazione attiva di masse plaudenti di elettori assatanati, degli happy few con niente talenti in campi diversi da quelli di sterminio e della sopraffazione. Non lo so proprio. Soprattutto non riesce a entrarmi in testa che un qualsiasi fannullone in fanfafelùca, entrato in parlamento, in tribunale e assisosi in scagno pistola in pugno, sia considerato e ammirato ipso iure l’unico custode e principe dell’arma fatale. Perché insomma, domani gli capitasse, una coppia di renzi & lucie potrebbe passare dai twitter per twits ai fatti, e farmi ammazzare per aumentare la propria percentuale di consenso al sicuro di sicuro mentre io, che pure sono felino di carattere, cioè sostanzialmente domestico, riservato nei comportamenti, vegetariano e sonnacchioso, mi venisse voglia di sparargli a quelli, ah no, non si può. Attentare è considerato dalla stampa e dalla tivì, più che dalla bibbia manuale di stragismo tra i migliori, un insano gesto se appena appena l’autore è uno sfigato senza ambizioni di potere. Sic stantibus rebus mi domando se il mondo andrebbe meglio o no, quando l’equilibrio tra le volontà di potenza fosse sostenuto con vigore dal diritto alla mitragliatrice e non da supposte bàlanomegalìe. Il terrore come conquista, ma di tutti. E senza piagnistei. È pericoloso naturalmente e scomodo. Si consideri per esempio che se morissimo tutti falcidiati con qualche metodo, noi 67 o quanti milioni di stivaliani siamo, il problema sarebbe lo smaltimento dei cadaveri. L’olimpo storcerebbe il naso per il fetore. Gea è generosa ma quante fosse occorrerebbero e chi le scaverebbe, gli svizzeri forse, non saprei dire; o quante pire contribuirebbero a un’impennata di CO2  se accese, sono  domande cui rispondere non è facile. Credo. https://www.youtube.com/watch?v=uYlDv5hJZWE

Per le cifre e  dettagli sugosi suggerisco alla breve qui:

http://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/vittime_della_fede_cristiana/

* cfr. Michel Roquebert- L’épopée cathare – Perrin, 2001.

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Macbeth

Ascoltate; io vado al cinema perché sono infantile ed è per me la lanterna, il cimena, della mia povera ma magica infanzia, tra babbi e mamme fanatici di lanterne con volatili alucciole; cinema di quartiere per serata fredde, il Prealpi e poi l’Alce, sotto casa.  Categoria C, forse D. Quando Malanno si annebbiava, ci pioveva e nevicava.

Ho conquistato il vantaggio di essere inattuale. Ora che dalla città con vezzi di metropoli mi sono liberato, ho ritrovato il gusto del cinema di quartiere, amplificato dal fatto che ci vado fin su a Bellano, a Mandello, infino a Dervio e Colico volendo, e qui a Lecco; lo spettacolo, nella mia dilatata percezione inizia con la corsa in auto per la statale 36 dello Stelvio e finisce con il ritorno nella perfetta eleganza di notturne curve illuminate dai fari miei e altrui. ‘Na billizza.

Ebbene sono stato a osservare Macbeth. Non funziona. Non porta niente a Shakespeare che, vabbè; non porta niente al cinema. È il corrispettivo di tutti i fatti, disfatti e malfatti dei 40enni in politica. La classe zoologica è ampia e non voglio citare i 40enni italici che sono ripugnanti e istituzionalmente fuori tema. Rispetto alle moltissime affliggenti  amletiche, anche teatrali peraltro, di versioni cine di Macbeth ne esistono poche. Non mi pare che quella di Orson Welles sia la più riuscita. Riuscita invece e da resucitare quella di Kurosawa Akira(1910-1998), Trono di sangue (1957); ma era un’altra cosa, una leggenda, un’epica. Riuscirono nel cimento Giuseppe Verdi (1813-1901) a Francesco Maria Piave (1810-1876) con il loro Macbeth (1847).

Il motivo del mancato funzionamento di questa recente impresa, credo stia nell’estrema condensazioni di parole, nel peso atomico, nella massa di voce, direbbe φωνή Carmelo Bene, di questa opera in particolare. Di sfolgorante bellezza, Macbeth mi pare assai difficile da ridurre a spettacolo, perversione del teatro, persino più difficile di The Tempest; le parole saturano tutto sicché vedere una mutanda, osservare l’avantindré simulato ma casto, sotto mentite spoglie costumistiche, di Macbeth nella matrice simulata della sua Lady cinemica fa ridere e infastidisce; il marketing impone che a pag 38 si trombi, almeno un po’, si sa. Ma si ricordi che in Shakespeare l’azione è di regola evocata dalla narrazione, non più di una didascalia, di qualche nome di contorno, guardia o Macduff che siano . Si scordi il nome personaggio, la personificazione fittizia del soggetto con il niente, ché il personaggio è ombra, walking shadow, fantasma, brief candle. In ogni modo ci hanno riprovato; forti del bagaglio culturale del bell’esemplare maschio di sapiens, Fassbender; si intenda di che bagaglio si tratti. Di sicuro sarà o è già mito nel desiderio di quei molti dai 13 in poi che l’adolescenza non abbandona. Forse mai.

Il film dunque non è brutto da vedersi. È inutile. Il testo, découpé per esigenze di spettacolo, va bene per carità, è lasciato a un’integrità spaesata tra la Royal Shakespeare Company e NCIS. La distribuzione italica avrebbe potuto mantenerlo almeno in inglese. Ci avrebbe guadagnato, un poco Willie, e molto gli spettatori che ne avrebbero potuto almeno immaginare la potenza delle immagini sonore; ma visto che agli attori, spaesati anch’essi si lascia che traducano battute come but I shame to wear a heart so white (a2/s2 mi vergogno di indossare un cuore così bianco) nello stile di un qualsiasi io, non ho le chiavi, aprimi, finisce che il peso delle parole viene distribuito su tanti di quei sospirati citofoni, di quei mormorii, di tanto understatement di maniera, che si vorrebbe ascoltare, e con qualche buona ragione, l’opera appunto di Giuseppe Verdi che, non a caso Carmelo Bene (1937-2002) aveva nel cuore.

Eppure il film ha un asso, rilevato dal mio sodale prof. Biuso, nel ritmo da tragedia e nell’impianto statico alla greca. È bella la scena  del banchetto per esempio con tutti i cortigiani immobili come un coro a tutto stàsimo. Nemmeno un rutto per far medioevo, pregevole. E bello, nel superfluo inizio per far la storia come di un sergente Mc Beth alle Falkland, il quasi fermo immagine di Macbeth immobile nel cuore della battaglia a ralenti, dominata dalle tre Parche/streghe. Anzi 4  perché c’è una bambina di bellissima bruttezza, la figlia di Cloto ho immaginato io, Ecàte per Shakespeare. Episodi non sfruttati credo per ragioni marketing, a ridànghete, o non si escluda, perché chi ha fatto il film non ha capito affatto che razza di minestra bolliva nella sua caldera ed è andato in caccia di IO e di psicologia come una qualsiasi collezionista di Io-donna. Allora, alita la domanda omessa dalle collezioniste del dannato IO, tu come lo avresti fatto, eccola; rispondo che grazie al cielo non faccio il regista da anni ma mi avessero affidato Macbeth, uno non avrei dormito la notte, due avrei tolto alla parola la faccia degli attori, per restituirla a un difficile declamato da ascoltare e basta, cartelli come insegnava Brecht per le parti di raccordo, poca musica, magari di Verdi non il kling klong scozzese di questa versione cincischiante. Immagini non saprei, certo teatro necessita il buio, ma forse una Guernica in movimento.

In Macbeth non c’è niente da spiegarsi e occorre piegarsi invece, come Shakespeare, all’essere scritti e detti. Non c’è nessuna storia, mai, e se c’è è marginale. Otello, il mercante, Amleto sono tutte le incarnazioni della bestialità ominide. Di questo si tratta non di gelosie, poteri, guerre e fantasie, ma di orrore, l’unico.  We are such stuff /As dreams are made on, and our little life/Is rounded with a sleep. Si tratta di capire nel sonno di chi siamo il sogno. Aiuti l’Iliade. Ipse dixit, lo so. *

Qui di seguito Carmelo Bene e l’Io; l’integrale di Horror suite(1996) non bellissimo rispetto al Macbeth teatrale precedente (1983), un mozzicone di Trono di sangue e infine Shirley Verrett  (1931-20109 in Macbeth (Abbado/Strehler-Scala-1975). Quivi si noti il décor rarefatto da Strehler.

http://www.dailymotion.com/video/x2qjxll_carmelo-bene-il-macbeth-o-della-iattanza-dell-io_lifestyle

https://www.youtube.com/watch?v=i7fj9AMVQD4

https://www.youtube.com/watch?v=KWd0mTx5DWs.

https://www.youtube.com/watch?v=EsO6cihxCWE

  • The tempest. a4/s1-Prospero… siamo della stessa pasta di cui son fatti i sogni e la nostra vitarella è racchiusa nel sonno. Altre poche citazioni da Macbeth stesso.
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Le revenant

La prima estetica di Lacan è un’estetica del vuoto. (1)

Non desidero allinearmi all’amico Biuso esercitando un diritto alla critica che lui ha, e che io, per legittima suspicione non mi prendo di buona voglia.

Lo stesso accennerò a un film appena visto e di cui si sentirà parlare e tutto il resto. Dunque candidato all’oscar millenario il film è revenant, bella parola francese per larva, spettro, fantasma. Il perturbante che torna e, appunto ma così così, il redivivo. La traduzione sottomessa, coincide con il contraddirsi della distribuzione italiana che nega le versioni originali ma il titolo no, il titolo piace estero, così se ne può dire in treno con dotta ignoranza, come del voucher dell’overbooking e dei ticket-e-tà. Le campagne briantesi, gli aspromonti,  sono noti per la loro esterolalia in pigiama.

Dunque il film può essere visto perchè è meglio di un documentario della National Geographic. Ma, chissà se in memoria di Ombre rosse (1939) di John Ford 1894-1973), di cui blah blah a sfare, il revenant autentico è il paesaggio. Protagonista reale, intatto, ostile e violentato, divino, parlante, in perpetuo ritorno con la regina delle nevi che tutto ghiaccia. Tutto trattato da una fotografia non tanto lontana dal migliore Turner. Stante che tutti gli umani vi grugniscono e stronfiano, Di Caprio per primo castrato dell’unghiate ursine al gargarozzo, deuteragonista è invece la musica di Ryuichi Sakamoto, che si fa immagine, operazione rara, parte non facile da sostenere. Il resto lo lascerei al silenzio. Il film non è un western, nemmeno atipico, non arriva al sublime di Dead man (2) . È un film che non è; non è, ma dir che cos’è, facile non è. Ha dei pregi, è lento lento; come il paesaggio implacabile servito da movimenti della mdp. simili alle pennellate di un pittore cui interessi il dipingere, non la rappresentazione, con dentro niente di plot e una dilatazione dello stesso episodio oltre i limiti dell’episodio stesso. Le ragazze e i ragazzi saranno delusi dal  vedere il bell’attore abburattato come il peggiore dei revenants, laido e schifoso, troglodita, contro il peccato. Non ci si aspetti niente, sicché si guardi e si ragioni, si associ. Sullo sfondo infatti, trasparente alle immagini, si intravede l’ombra delle trivelle devastatrici, degli addensamenti abissali del disumano troppo umano. Annunciare questo, in sintesi la fine del mondo, non credo però fosse negli intenti delle foxes alla 20th century che di trivelle campano, né dell’autore che la compagnia stessa ha lusingato con tutti i giocattoli e i tempi di lavorazione che un autore può immaginare. Ma si ragioni lo stesso, ripeto, si vada a fondo nell’orrore della mala genìa bipede, di quella Cosa bianca rossa e nera, franca, angla o pawnee che sia, che si è impadronita di un talamo non suo. What’s done can’t be undone (3). Non c’è scampo. Tutti, farabutti, tutti schifosi, tutti assassini, disse già Céline, senza scampo; on est tous des sauvages, recita un cartello appeso al collo di un indigeno appeso a un ramo, morto come lo stesso pendu. Che la vendetta è nella mani di dio, l’ultima delle poche frasi sottotradotte da una qualche lingua indiana, appare dunque un’ipotesi, non una tesi. Un revenant archetipico. I preti invece, interpretativi e accademici del sacro cuore, ci andranno a nozze come di fronte a un ma la c’è la provvidenza. Geniale sarebbe stato, ma non è così, far morire Di Caprio e tutti gli altri nella prima mezz’ora della pellicola. E finalmente il vuoto.

(1) Massimo Recalcati – On line journal for LACAN.COM

2)1995 -Jim Jarmush, 1953

(3) W.Shakespeare (1564-1616) –Macbeth a5/s1

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Haddock

Chi era costui in https://fr.wikipedia.org/wiki/Vocabulaire_du_capitaine_Haddock.

Senza tentar l’oltre per non affliggersi al pensiero della loro contiguità di vicinato insospettabile in strade e condominii, spiazzi e palazzi, ai familàninterdeisti che oggiday si applaudiscono da sé per maleodorante fede in loro braghe onte, nello stile voluttuoso del capitan Haddok sia questo breve vocabolario estimativo un pensiero dedicato, e una guida per riconoscerli alla vista onde tenersene lontano lo màs que sea posible:

aerofagìti

aguglièi

smèllofazip

automonofìlici regionali

archilochìmici

capitomboli

cascarabàttole

ciribiciàccole

coccodèe spiumate

cocoricòtti

testiconìgli

concombri

cròstoli

ferraguastani in salsa rosa

frènulolinguìsti perifràstici

guanti anafràstici

paralipompòmeni

patriolìstici

periòsmici periscòpici

peripartìcole

pessari curdistani

petrolchimiche borborìgmiche

piripinpìnpinpì

pirolofìti

pissipissicotiche

pizzicannòli

psichelle (Lennon-McCartney)

rosmunde rosolate in pantafréscole

mòritatdeicrosti

sbrodaiòle

sburdegóne

sanpanrazzisti

santomasi bevi e tocca tocca e bevi

scìoniste sedensaliche

scìonisti sodomasì

sedimentati dentari

sfiorentine insanguate

sordogastrici,

stipsinvasivi

strùccoli

tristilobàti

uricìmici

usterosedentari

velopendagli

verzanàli peripatetici

zafforanti cacòsmici

E sena commenti http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/01/29/giordano-picchiato-perche-gay-sono-finito-in-ospedale-22-volte-in-un-anno/472609/

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Were I laid on Greenland’s Coast *

C’è una linea di pensieri, varcata la quale uno diventa appieno il soldatino di Adorno(1). Da lì in avanti solitario; perduto; in una terra di nessuno di cui  l’orizzonte è chiaro, ma non il tempo che occorre per raggiungerlo; né dove stia l’inciampo tra l’alfa e l’omega. Incorporare il ruolo del soldato e non desiderare di fare il generale è la leggerezza di certi spiriti aerei e nuvolosi.

La mia maestra di spagnolo, Carmen, principiò la sua carriera fuori dalla trincea familiare come allieva di canto lirico. Nella stessa classe, stesso talento o quasi, e con la stessa maestra di Montserrat Caballé (Soprano-Barcellona 1933). Il giorno della foto di gruppo dei nuovi  diplomati al Liceu di Barcellona (1956?), in una frazione di secondo prima dello scatto, Montserrat che si trovava alle spalle di Carmen scivolò ratta davanti a quest’ultima. Nell’istante dell’istantanea Carmen fu così cancellata. Perduta. For ever.

*  John Gay(1685-1732) The beggar’s opera (1728)Aria XVI-Solitario in Groenlandia

  1. T. W. Adorno (1903-1969). Wagner Mahler- Due studi. Einaudi 1975.
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Fenomenologìa del faxismo

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/23/unioni-civili-la-famiglia-con-due-mamme-e-due-gemelli-il-paese-e-piu-avanti-della-politica-la-nostra-storia-lo-dimostra/2398711/.

Contravvengo, ma alla breve, alla promessa che feci a me stesso di non parlare o quasi dell’inspressività geografica del paese in cui vivo nonostante me ne indigni. Capita agli anziani irredimibili. Oggi mobilitazione per i diritti. In attesa di contromanifestazione controriformista.

Nel merito dei diritti non entro perché o un diritto è tale o non è diritto. Dunque non si discute come quello dei negri negli Stati, in illo tempore, o quello dei palestinesi. Negandolo o volendo normarne non le ricadute pratiche ma i contenuti, si nega la sostanza di un diritto e si fa del fascismo; che oggi, con l’elettricità e i doppi peti e i cachmere e le prefiche del capitalismo, s’è mutato in faxismo. Esso, da quantum, assume il carattere di una norma da discutere, stravolgere sub specie iuris civilis, abbassandolo sullo stesso piano di una circostanza, di un permesso di circolazione per euro da 1 a 10, di quelle tabelle senza fine che la burocrazia apposta con lo scotch per ogni dove, con lo scopo di confondere la visione al buon senso, che pure esiste. Questione di logica. Non oltre entro nel merito ho detto, anche perché della materia mi interesso poco; sono vecchio, odio quel termine da baldracche carabbibbitane che è gay, e sono oltre il tempo massimo anche per essere un omosessuale militante; né ho beni da trasmettere a nessuno, se si trascura il mio, approssimativo per me, valore umano. Il diritto però è diritto. Il diritto di visitare un malato, per amore non dovere, di trasmettere un’eredità, di affetti soprattutto ed agli affetti educare; di partecipare a un funerale per compassione, di costruire le proprie parentele non per sanguinamenti ma per affinità elettiva. Sono diritti e non c’è dio che li abbia stabiliti. Sono il dio diritto. Il diritto che gli arcobaleni e le arcobalene reclamano scenda in terra a miracol mostrare; il cui avatàr è quello dunque di esistere come persone e di dare a sé e ai propri nati il valore che hanno in quanto nati, per quale pertuso di chi o di che cosa, e per piacere di chi altro siano nati, sia chiaro o non chiaro; alla riproduzione di noi medesimi siamo programmati, sia o non sia congiunta da istanze narcisistiche. Di preciso come gli orfani di calcutta per cui tanto si sciolgono in trecce le marie maddalene e le vedove di gesù, tutti  i delfini senza passaporti, anche fossero tanti piccoli hitler, fino  a prova contraria hanno invece diritto all’accoglienza di quella grande convivenza, libera e condivisa che dovrebbe essere uno stato. E che non è, qui. È una mezzazaluna al gorgonzola che puzza di calzini.

Ora questa mezza caciotta statale, sta rivelando tutta la forza del suo essere faxista per tramite del peggio della sua rappresentanza bipedale, capibastone rivoltanti in testa, rispetto ai quali goebbels risulterebbe un piacevole ospite per un tè. Un faxismo  incorporato, virale e virulento e per altro poco virile; gira a gambe larghe per far supporre grandeurs inusitate ma con sotto sotto la tonaca il nulla, un penìno piccino piccino invidioso ma della vagina; eiaculatore precoce, buono per l’attività che predilige ossia lo stupro del diritto. Il diritto non piace. Non piace per niente ai paesani faxisti. La loro levata di scudi denuncia ciò che sono i tutori della famiglia, faxisti. E  faxista si svela, tanto per cambiare, l’anima della chiesa barocca; per bocca del suo uomo in bianco,  rivendica paternità e maternità, oh come è paterna, della colonia faxista su cui tanto tempo ha governato con il suo coltello di toledo in pugno di velluto, colonia che ritorna a manifestarsi per quello che è sempre stata. Non diversa nella sostanza da un khomeinato. Anche gli ayatollah scìano a san moritz. Alla caciotta manca solo la polizia adeguata e i suoi conniventi filistei. Si capisce, si capisca che dare lezioni di diritto civile a quelli che vengono definiti popoli medievali lo può fare qualche svedese, qualche nomade làppone, qualche simpatico scozzese; per il resto ci vuole dignità, determinazione e molto coraggio: quello dei turchi, degli egiziani e oggi dei tunisini che scendono in piazza per il lavoro, è solo un esempio, e fanno sul serio. Punto. Mi perdóno per gli errori e le  omissioni ma non per il dolore che provo ad uscire di casa. Ostentare le croci è ostentare il patibolo. Altro che.

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In-hoc-signo-rino

È impossibile, è un‘illusione, non si può pensare approdando a, partendo da, usando un sistema di riferimento chiuso, uno schema dialettico finché si vuole, e aderendovi.
Cristianesimo, con i suoi antecedenti e conseguenti, o uno qualsiasi dei sistemi filosofici laici in sostanza non differiscono. Il soggetto, vi incespica, non ragiona si confonde si riduce ad impazzar come in una fucina di Rossini. Se il soggetto non è per scelta o per natura accorto, non coltiva con faticosa determinazione il coraggio del con mis soledades voy/de mis soledades vengo/ porque para andar conmigo/ me bastan mis pensamientos (1), si confonde si riduce ad adottare qualunque preconcetto o pregiudizio, qualunque doxa, pur di mettersi in pace e gioia gioia e pace e ordine tra le tensioni del pensare. Si scinde in corpo e mente. Meglio schizofrenici, finisce per ammettere, che soli senza una bibbia qual sia sia. Finisce invischiato in concettismi per far collimare ciò che penserebbe, se osasse, con ciò che il sistema prevede si pensi. Per non andare distanti il bibbiede in questione si comporta come quei tizi che, in pittura, hanno adottato Raffaello come sistema di riferimento estetico, e almeno non gli è stato imposto, e cercano di trovare Raffaello in Bacon, o non gli piace ma gli piace e lo temono; così Bacon finisce per diventare Raffaello ai loro occhietti; lo chiamano tolleranza ed ecumenismo. C’è gente che trova Mozart in tutto, anche in David Bowie o non riescono, non devono tollerare quest’ultimo, e come sono contenti quando sguazzano e non san più cosa son cosa faccio. Così si trova il cristianesimo in Tolstoj e alla stessa maniera in Cioran o persino in Freud o Nietzsche, il tolemaico nel copernicano. I migliori aspirano a qualche sorso di indipendenza e da prigionieri anelano all’ora d’aria, fingendosi à l’aise a cena con Monsieur de Charlus ma sono dei bas bleus e sotto il pantalone si vede. Il tempo massimo che riescono a sopportare di iperventilazione è un’ora. Dopo è coattivo il richiamo dei loro sette passi per lungo e tre per largo, branda esclusa. Tornano alla cellula delle loro devozioni, possono pregare anche San Friedrich se riescono a trafiggerlo di sufficienti frecce per farlo frollare tanto da digerirlo. Au contraire, come un Maigret che scorra con lo sguardo sulla scena di un crimine e se la dimentichi, ciò che Fritz Nietszch ha illustrato per bene è a lasciarsi scorrere su molteplici oggetti, afferrarli, lasciarli, riprenderli forse, frase dopo frase, frammento per frammento. Nel dopo cristo pochi altri prima di lui, Leopardi per esempio, uscirono più di lui ripuliti dalla placenta non solo religiosa che è il massimo della vinctio e del convicium(2), poi molti. Da ciò per lui l’illuminazione dell’impossibilità di un sistema, o sarebbe caduto anch’egli in un terribile monoteismo, e allora altro che nazismo, tutti gli ismi sono cisti fantasiose sullo stesso ovario. Nietzsche segna la fine dei sistemi e la rinascita del pensare con tutte le conseguenze anche nefaste che comporta; un ritorno alla Grecia antica. All’aria fresca, lucida e parfois dolente del paganesimo. Ha prodotto pensieri Fritz e figli mai uguali a se stessi, nemmeno al fiume di Eraclito. Paradossali disen ‘i alter philister, conflittuali, e alura… Πόλεμος μὲν… Anche l’acqua calda è in conflitto con l’acqua fredda. La monoculòsi invece, come l’herpes, è tanto endemica dans ce monde péniblement idiot et vilain, à sa sale mort dévoué, par ses désirs dévoré, petit bourgeois comme un suicidé galant (3) che la vita quotidiana, che dovrebbe essere filosofia, ne è scossa; fronte al polisèmico, al polittico, le acque si agitano, monta la marea dell’ansia e della violenza fine al se stesso del conservarsi sé per accopparsi altro. Gli ésìmi ismi hanno introdotto il virus del mòno, Mònòstatos. Il cattivo demiurgo. Ed ora che le cose vanno a rotoli, si rincorre per cura la malattia, lo stregone in bianco per guaritore. Trascura il metodo Pasteur ma c’è del metodo pervicace nella fede… la si è inventata dove non disponibile. La si inventa. Il behhpedàme, il budellame standard è convinto di pensare quando crede. Osservare le pur orrende, talvolta, dittature dei Cesari; sono passate e trapassate intatte nella storia senza creare uno straccio di ideologia, di sistema; non esiste il cesarismo, ma Cesari che talvolta sbroccavano in gesti cruenti o erano ab initio tanto sbroccati che dopo un tot provvedevano i centurioni. Nessuno di coloro tuttavia ha mai creato credenze avverse a qualcun altro. Intuirono il pericolo politico della nuova ossessione paolina, procedente da quell’altra belante e bagnata dalla pioggia(4), ma non capirono che la medesima ossessione li avrebbe da politici elevati al rango di martiri. L’antichità non conosce il martire. Erano quel che erano le cesarìe, efferate, blande, inefficienti, marcaurelie, adriane, fasciste mai. Il resto era efficiente amministrazione. Non si maledirà mai abbastanza costantino-in-hoc-signo-rino. Il cristianesimo ha reso possibile e legale la pubblicità.

  1. Lope de Vega(1562-1635) –La Dorotea-1632
  2. vinctio, l’azione del legare insieme-convicium, schiamazzo confusione
  3. traduca ciascuno come meglio crede.
  4. Ho parlato a una capra / Era sola sul prato, era legata / Sazia d’erba, bagnata/dalla pioggia, belava. Umberto Saba (1883-1957)
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Uffa la fuffa è buffa.

Tutta l’opera lirica non rappresenta altro che una cosa, il desiderio, non l’amore per carità che è sedicente per definizione… vedi Platone Convivio… roba per adulti e a stelle spente. Il desiderio non dipende né da un oggetto né da un fine, né da un volere, da un voler potere, da un voler avere. Il desiderio coincide con il desiderio.

Nell’opera lirica non vi sono che maschere fisse. Che cosa resta da fare all’attore d’altro se non portare alla luce il desiderio. Il proprio. La proterva determinazione ad ottenere. L’emozione, il frisson, a riuscirci, da scaricare sul pubblico. In fondo pagano per quello gli astanti; incapaci di fremiti personali se li aspettano da lassù, mica il golfo è mistico per niente. La musica fa il suo mestiere, se la suona e se la canta. La domanda degli sciocchi è come interpreto maestro, che cosa devo fare maestro. Gnè gnè. Sbottonagli la patta, titìllali, per diavolo.

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